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In un’intervista alla tv americana «Abc» l’ex first lady Michelle Obama ha confessato che 20 anni fa ha molto sofferto per un aborto e che le due figlie sono nate grazie alla fecondazione artificiale. Si dirà, affari privati della signora Michelle e del marito. Può darsi. Ma forse occorre domandarsi perché faccia oggi questa rivelazione che rafforza la sua immagine di «donna comune», ma che non ha un grande interesse pubblico. Il perché potrebbe essere racchiuso nella tempistica non casuale dell’intervista, concessa all’indomani delle elezioni di metà mandato e in tempo per preparare la campagna elettorale per le prossime presidenziali. Michelle Obama potrebbe cioè tentare l’operazione che - a causa del sistema elettorale - non è riuscita a Hillary Clinton.

Le elezioni di medio termine hanno fotografato la situazione politica americana. I democratici hanno riconquistato la Camera dimostrando una capacità di recupero rispetto alla batosta subita nel 2016 con l’elezione di Trump. Detto in soldoni, i dem possono seriamente sperare di spodestare The Donald dalla Casa Bianca, ma devono avere un candidato forte e credibile. I giovani rampanti in pole position, martedì scorso hanno preso però sonori ceffoni dai repubblicani. Ecco allora che con tempismo da centometrista entra in scena Michelle. Apprezzata durante la presidenza, determinata, elegante ma con gli abiti comprati ai discount per poche decine di euro e ben lontani dalle firme dollarose indossate dall’attuale first lady Melania. Senza contare che più d’uno durante la presidenza di Obama ha ipotizzato che dietro molte decisioni del marito ci fossero proprio i suoi suggerimenti, i consigli della buona madre di famiglia.
Colta, umile, intelligente, simpatica, generosa Michelle ha molte delle qualità che potrebbero spegnere la spirale dell’odio politico innescata da Trump. Non solo, ma abbatterebbe uno degli ultimi tabù che ancora resistono nella democrazia americana: una presidente donna. Se il marito è stato il primo presidente di colore, lei potrebbe essere la prima donna (e anche di colore) a conquistare la Casa Bianca. Il momento sembra propizio se si considerano i consensi che il movimento «meetoo», nato per contrastare le violenze sulle donne, sta riscuotendo. E se le leader di questo movimento non sembrano in grado di potersi cimentare in politica, almeno non a un livello di alta responsabilità, Michelle invece ha tutte le carte in regola. Non fosse altro per l’esperienza già vissuta. Non a caso si è schierata subito, ma senza clamore eccessivo, accanto alle vittime di abusi e molestie. Operazione preclusa a Melania Trump, visto che aveva il morto in casa.

Il fatto che tra un paio d’anni al vertice della più grande potenza mondiale possa esserci una donna e per giunta di colore fa sorgere spontanea la domanda: a quando una presidente del Consiglio in Italia? Le probabilità non sono molte: gli ultimi correttivi per favorire la «parità di genere» hanno dato risultati piuttosto modesti. I partiti, sia di governo che di opposizione, sono saldamente in mano ai maschi; idem le cariche istituzionali, fatta eccezione per la presidenza del Senato. All’interno del governo poi, vi sono delle donne ministro, ma sono messe in ombra dallo sgomitare dei dioscuri della maggioranza Salvini e Di Maio. Nel principale partito d’opposizione, il Pd, le cose non vanno meglio: i candidati alla segreteria venuti allo scoperto sono tutti uomini. La pugliese Bellanova sta provando a inserirsi nell’elenco, ma al momento è ancora fuori.

Anche se guardiamo alla grande rivelazione politica di questi ultimi anni, il Movimento 5Stelle, le cose non sembrano andare meglio. Il successo ottenuto con l’elezione di Virginia Raggi alla guida del Campidoglio e di Chiara Appendino al Comune di Torino rischia di avere un effetto boomerang in termini di consenso elettorale. In entrambe le città il malcontento è tale che sta sfociando in manifestazioni di piazza. E se a Roma la Raggi rischia - dopo una eventuale condanna - di doversi addirittura dimettere in ossequio al codice etico del suo partito, a Torino l’Appendino potrebbe essere messa in serie difficoltà dal movimento favorevole alla Tav. Insomma, due esperienze quantomeno difficili e che non hanno fatto percepire al tanto osannato «popolo» quel «cambiamento» più volte annunciato. Forse in Italia una Michelle Obama deve ancora nascere.

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