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L'analisi

Come cambierà la scuola con il «diploma di cittadinanza»

scuola

Dalla «manovra del popolo» si passa alla «scuola del popolo». Non con la solita riforma scodellata da ogni ministro dell’Istruzione, ma partendo dal punto di arrivo: gli esami

06 Ottobre 2018

Michele Partipilo

Fra un decreto sicurezza e un reddito di cittadinanza il governo del cambiamento trova il tempo per mettere mano anche alla scuola. Dalla «manovra del popolo» si passa alla «scuola del popolo». Non con la solita riforma scodellata da ogni ministro dell’Istruzione, ma partendo dal punto di arrivo: gli esami.

Non si toccano i programmi, non si rivedono le discipline, ma con una semplice circolare ministeriale si stabilisce che alla Maturità le prove scritte passano da tre a due: una di Italiano uguale per tutti, una specifica per ogni indirizzo. E qui già sorge qualche dubbio e si ipotizza una «prova mista». Esempio: allo Scientifico un compito metà di matematica e metà di fisica, oppure al Classico metà di greco e metà di latino e così via. L’amletica questione verrà sciolta con una nuova circolare prevista per gennaio.

Ma lo sconto di una prova scritta non è l’unica l’unica novità. Cambiano anche i requisiti d’accesso all’esame: non ci sarà più l’obbligo della prova Invalsi né delle ore di alternanza scuola-lavoro. Segati dunque due capisaldi dell’ultima riforma, quella della «Buona scuola», voluta dalla ministra Fedeli.

Il bello è che la circolare che modifica la «Buona scuola» è in attuazione delle deleghe previste dalla legge 107/2015, cioè quella della «Buona scuola». Vabbé ironie della storia. A proposito di storia, scompare dalle tracce dei temi d’Italiano. Difficile dire se è il preludio a una più radicale scomparsa anche dai programmi: in fondo la Storia a che serve? Chissenefrega di Cesare, Napoleone e Mussolini, eppoi non si riesce mai a completare il programma mettendo ansia ai ragazzi che devono arrivare al Congresso di Vienna come se fosse il traguardo della vita. Senza contare tutte le incertezze che la Storia si porta dietro: davvero fu Nerone a incendiare Roma? Davvero Garibaldi era un rivoluzionario? Davvero Moro fu ucciso dalle Br? No, troppi rischi, meglio evitare di insinuare nei giovani il germe del pensiero critico. Wikipedia basta e avanza per quei pochi scellerati che si ostinano a voler conoscere qualcosa del passato.

Sempre tra i requisiti, sarà sufficiente avere il 6 in ogni materia, compreso il comportamento. Un giusto omaggio alla memoria di intere generazioni angosciate dall’incubo del «7 in condotta», retaggio di una concezione penalistica, come tradisce il linguaggio. Secondo la verità incontrastabile dei social, però, pare che Salvini si stia già attivando per introdurre una «quota 5», da applicare almeno nelle scuole del Nord, dove per definizione si studia di più. Se dovesse passare la proposta leghista, Di Maio sarebbe pronto a chiedere l’inserimento del «Diploma di cittadinanza». I requisiti, severamente valutati da un’apposita commissione, sarebbero: comprovata allergia ai libri, sintassi claudicante e inabilità permanente alla fatica. Per gli immancabili furbetti pene severissime: la lettura di sei capitoli dei «Promessi sposi».

La circolare del ministro Bussetti trasforma anche i criteri di valutazione all’esame dando più peso all’intero percorso di studi (40 punti a fronte dei precedenti 25); alleggerendo il peso della prova stessa (20 punti per ciascuna prova scritta e per il colloquio). La Commissione d'esame «può motivatamente integrare il punteggio, fino ad un massimo di 5 punti, ove il candidato abbia ottenuto un credito scolastico di almeno 30 punti e un risultato complessivo nelle prove di esame di almeno 50 punti». Non si chiarisce però se ai Commissari sarà fornito un pallottoliere per il calcolo del voto finale che, comunque, sarà espresso ancora in centesimi.

A proposito di Commissione, il ministro ha garantito che oltre agli immancabili corsi di formazione per i docenti che aspirano a fare i commissari, saranno fornite anche «griglie di valutazione nazionali» per una correzione più equa e omogenea. E questo è un fondamentale passo in avanti sul piano della trasparenza e dell’eguaglianza. Perché a uno studente di Bolzano deve essere negato il diritto a sbagliare un congiuntivo a fronte di uno di Catanzaro cui è concesso? E perché a uno studente di Firenze deve essere dato il privilegio di usare preziosismi linguistici solo perché è nato nella terra di Dante? È giusto, uniformiamo tutto. Diamo a tutti i giovani di oggi le stesse opportunità per diventare domani ministro o presidente del Consiglio. Sono le indispensabili premesse per arrivare a un’autentica «scuola del popolo». Senza preoccuparsi del popolo della scuola.

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