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Verità

Se una pentola non fa il ragù

Se una pentola non fa il ragù

Nell’antica Grecia si praticava la parresia: il diritto-dovere di dire ciò che si pensa. Ma richiede coraggio, da parte di chi parla e di chi ascolta. Oggi pensiamo che sia il mezzo tecnico a garantire autenticità.

23 Aprile 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Che cos’è la verità? Domanda antica, che già Pilato fece a Gesù, dando per scontato che non vi fosse la risposta. Oggi riteniamo verità tutto ciò che promana da uno strumento tecnico: dal tablet, dal pc, dal telefonino, dalla tv. È il mezzo che garantisce la verità, come se una pentola da sola potesse garantire un buon ragù. È così che nascono e prolificano le fake news, anche perché ci accontentiamo sempre più spesso di una verità «personale», quella che piace, quella che coincide con il mio pensiero e con il mio modo di vedere il mondo.

Per molti anni la riflessione sul giornalismo italiano è stata condizionata dal mito della ricerca della verità. Nella Grecia fra il V secolo prima di Cristo e il V secolo dopo Cristo era praticata la «parresia», l’esercizio di una virtù che prevedeva il diritto- dovere di dire sempre la verità. Michel Foucault osserva che per praticare la parresia occorre innanzitutto coraggio: «La parresia è, in poche parole, il coraggio della verità di colui che parla e si assume il rischio di esprimere, malgrado tutto, l’intera verità che ha in mente […] Perché vi sia parresia, bisogna che chi dice la verità apra, introduca e affronti il rischio di ferire l’altro, di irritarlo, di farlo andare in collera e di provocare certi suoi comportamenti che possano spingersi fino alla violenza più estrema». Il problema, dunque, non è solo quale verità dire, ma soprattutto chi la deve dire.

E il coraggio è indispensabile, visto che gli antichi greci ritenevano che il racconto della verità comprende tutto ciò che si ha in mente, così come suggerisce l’etimologia della parola (pan = tutto e rhema = ciò che si pensa). Nella parresia e nell’indispensabile coraggio per praticarla dovrebbero essere accomunati i giornalisti di tutto il mondo. Ma c’è un prezzo troppo alto da pagare, visto che la verità è sempre scomoda e dà troppi dispiaceri, a chi la trasmette e a chi la ascolta. Il concetto di verità più interessante per l’attività giornalistica è racchiuso allora nel termine greco aletheia, costituito dalla α-privativa davanti a lath (che vuol dire passar oltre, sfuggire, restare ignoto). Da questa parola deriva anche lanthano che significa coprire e a sua volta dà origine al nome Lete, il mitologico fiume dell’oblio. La verità è racchiusa in una doppia negazione: è ciò che non è non visibile. Dunque qualcosa che va sottratta al nascondimento e che resta salda nel fluire del tempo, ma anche qualcosa che viene dis-velata, che è il contrario di ciò che si copre: è ciò che si scopre nel giudizio. Già, il giudizio: e dove sta più di casa?

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