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Maldarizzi: «Il passaggio all’auto elettrica? Oggi è una rivoluzione per ricchi»

Le parole del Cavaliere del Lavoro e Presidente della Maldarizzi Automotive S.p.A. (Federauto): si può iniziare svecchiando il parco con vetture Euro 6

La rivoluzione verde rischia di trasformarsi in una rivoluzione per ricchi. Almeno per quanto riguarda la mobilità urbana ed extraurbana. La conversione del parco auto in elettrico, auspicata da istituzione nazionali e sovranazionali, ma anche dallo stesso Piano nazionale di ripresa e resilienza, non sarà infatti una passeggiata di salute né un’opportunità per le masse.
A mettere a fuoco i nodi critici dell’operazione è il Cavaliere del Lavoro Francesco Maldarizzi, Presidente della Maldarizzi Automotive S.p.A. e componente dell’esecutivo nazionale di Federauto. La premessa è che il settore sta attraversando una crisi gravissima, con un crollo di mercato del 30% nel 2020 e del 17% nei primi quattro mesi del 2021, quasi per nulla compensato da forme di rottamazione non continuative né efficaci. Per di più, il Pnrr, pur promettendo in avvio azioni incisive per il comparto, cita pochissime volte, e quasi solo in negativo, la parola auto in centinaia di pagine. «Ci aspettavamo che il più importante settore del Paese, l’automotive, fosse preso in seria considerazione - commenta Maldarizzi - ma vogliamo essere fiduciosi per il futuro. Nel frattempo, però, la situazione è drammatica».

Maldarizzi, il futuro dell’auto appartiene davvero all’elettrico?
«L’obiettivo dichiarato è trasformare in elettrico il 30% del parco auto circolante entro il 2025. È un numero molto ambizioso perché oggi in Italia, se parliamo solo di auto, circolano 32 milioni di vetture delle quali 20 milioni sono in fascia inquinante, cioè sotto l’Euro 6. Siamo quasi a metà del 2021. Sostituire in quattro anni circa 10 milioni di auto con altre a motore elettrico, mi sembra al momento impossibile».

Quali sono gli ostacoli principali?
«Sono due: il costo dell’auto elettrica e la mancanza di infrastrutture, cioè di colonnine per la ricarica».

Nel Piano nazionale, però, quest’ultimo punto sembra soddisfatto dalla volontà di installare migliaia di colonnine in tutto lo Stivale.
«Il piano non sbaglia ma bisogna essere realisti. C’è un problema di tempi e anche di ritorno economico. Faccio un esempio: a Roma, in corso Francia, l’Enel ha inaugurato da poco il primo centro di ricarica rapida. Una colonnina costa oltre 250mila euro. Per installarne quattro ci vuole più di un milione, senza contare il costo degli impianti, l’affitto del suolo ed oneri vari. D’accordo, è l’Enel. Ma, realisticamente, i privati e gli imprenditori che volessero investire su questa tipologia di impianti, come farebbero a programmare il rientro dello stesso investimento?»

Andando sul pratico esiste anche un problema di utilità dell’elettrico. I viaggi, ad esempio, non si possono fare.
«L’elettrico, se parliamo di utilizzo concreto nella mobilità, va distinto in due parti. Va bene in un centro urbano e nel suo hinterland, o per percorrenze medio-lunghe. Attualmente è difficile immaginare distanze superiori a 150 km. Ma l’Italia non è equiparabile ai Paesi Bassi. È lunga, con colline e montagne, piccoli paesi e borghi che possono essere raggiunti solo in auto, strade impervie e code infinite sulle principali arterie, comprese le autostrade».

Un viaggio lungo, insomma, non si può fare in tempi ragionevoli.
«È impossibile. L’auto elettrica può essere attualmente la terza o quarta auto, quindi è da escludere che la fascia della popolazione medio-bassa possa diventarne acquirente».

Ecco, appunto. E chi può permettersi una terza o quarta auto da 30mila euro in su?
«Oggi davvero poche persone».

E quindi possiamo dire che quella dell’elettrico rischia di risolversi in una rivoluzione per ricchi?
«Di certo, al momento, non è una rivoluzione che corre incontro al popolo o alla classe lavoratrice».

Eppure se quello è l’obiettivo qualcosa in più bisognerebbe farla. Oltre alle colonnine di cosa c’è bisogno?
«Vede, è come se ci facessero passare dalle elementari all’università, senza transitare dalle medie e dal liceo. Il parco auto italiano è obsoleto, in particolare quello meridionale. E di certo non si può pretendere che il possessore di una Punto di 20 anni fa e 200/300mila km già percorsi, abbia la capacità di acquisto per un’auto da 30mila euro passando subito all’elettrico. Bisogna prima fornire all’utente la possibilità di accedere alla fascia di auto euro 6, anche usata, ormai sancita come non inquinante, limitando così le emissioni nocive, e dare contemporaneamente tempo all’elettrico di crescere e rendersi sostenibile. L’accesso ad un’auto, anche Euro 6, comunque garantirebbe un miglioramento non solo ecologico ma anche in termini di sicurezza per le persone fisiche, con un conseguente risparmio per la sanità pubblica».

Infine, se mettiamo insieme tutti i pezzi, dall’invasione dei mezzi a due ruote, ai mancati sostegni fino alla non facile sostenibilità dell’elettrico, possiamo affermare che il mondo dell’auto è sotto attacco?
«Si, ma non è una novità. Sono decenni che lo è, sia sotto il profilo economico, che fiscale e mediatico. Un esempio recentissimo. Lo scorso anno, dopo due mesi di lockdown ed auto ferme nel centro di Roma, l’inquinamento non è sceso, ma precedentemente la stessa auto era stata oggetto di attacchi e forti restrizioni da parte del Sindaco. Tutti puntano il dito contro l’auto, che pure ha le sue responsabilità, ma una singola nave inquina come circa un milione di veicoli. Per non parlare degli aerei e sicuramente dei vetusti impianti di riscaldamento. E poi c’è tutto il capitolo fiscale. Siamo l’unico Paese in cui le imprese ed i professionisti non possono detrarre l’Iva sulle auto, per non parlare della ridicola cifra, rispetto al resto d’Europa, che gli stessi possono ammortizzare. Ebbene sì. Il mondo dell’auto è sotto attacco da anni».

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