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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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L'intervista

Rossi: «Bene il Sostegni bis, ma attenzione al debito si ripaga solo con una crescita sostenuta»

L'economista: giusto istituire fondi per chi era rimasto fuori dai precedenti ristori

Rossi: «Bene il Sostegni bis, ma attenzione al debito si ripaga solo con una crescita sostenuta»

L'ultima tranche di aiuti con il Sostegni bis, poi le riforme e i fondi del Pnrr. Con il fantasma del debito pubblico che si agita dietro ogni provvedimento. La strada della ripresa italiana si annuncia in salita ma non priva di possibilità di successo. Ne ragioniamo con Nicola Rossi, economi- sta pugliese di ispirazione liberale e membro del Cda dell’Istituto Bruno Leoni di cui è stato presidente.

Professor Rossi, a meno di nuovi lockdown, il decreto Sostegni bis chiude idealmente una stagione emergenziale, e sostanzialmente «difensiva», in cui ci si è preoccupati soprattutto di tenere a galla il sistema produttivo. Che giudizio si può dare di questa fase?

«Il giudizio è positivo, senza dubbio. Se, come sembra e come speriamo sia confermato, la ripresa in corso ci per- metterà di tornare ai livelli pre pandemia vorrà dire, dati alla mano, che l’insieme delle misure messe in campo in Italia e delle decisioni assunte a Bruxelles ha funzionato. Il punto è capire l’entità della crescita. Un rimbalzo era ovvio, ma l’obiettivo è andare oltre la risalita fisiologica».

Due sono le novità più importanti nel decreto. La prima è quella che guarda al fronte lavoro con la rimozione «selettiva» del blocco dei licenziamenti. Una mediazione che la con- vince? «L’Italia è l’unico Paese europeo, fra quelli di un certo peso e in diretta concorrenza fra loro, ad aver messo un campo un blocco così generalizzato. Quando sarà completamente rimosso temo ci troveremo di fronte a due effetti: un significativo aumento dei licenziamenti e un ritardo nell’adeguamento delle strutture economiche».

Sarebbe stata necessaria una rimozio- ne più «drastica»?

«In realtà no perché quando assumi un intervento come quello è difficile tornare indietro dalla sera alla mattina, di colpo. Organizzare un’uscita graduale è inevitabile. Il guaio però è a monte, nella scelta iniziale».

Ma qual è il problema di un blocco generale come quello italiano?

«Il problema è che impedisce all’economia di aggiustarsi in base alle nuove condizioni. Ci stanno spiegando da mesi che il mondo non è più lo stesso di prima. Bene. Allora bisognava agevolare i lavoratori nello spostamento e nella transizione piuttosto che intrappolarli in realtà magari morenti. Ma ora, ripeto, non si può far altro che predisporre un’uscita graduale». Passiamo al secondo punto.

Arrivano finalmente i ristori anche per categorie finora dimenticate, come la ristorazio- ne collettiva. Un segnale di equilibrio?

«Certamente. È positivo tutto ciò che corregge squilibri e scongiura disparità e guerre intestine tra settori produttivi. Non solo, ma è di tutta evidenza che alcuni comparti sono stati trascurati a vantaggio di altri che hanno avuto in- vece una stampa migliore e più visibilità nel dibattito. Dunque, bene così, anche se c’è un punto che vorrei fosse chiaro».

Prego.

«Corrette le mancanze nella distribuzione dei fondi, questa fase degli aiuti prima o poi si dovrà chiudere per tornare alla normalità, affrontando problemi finora accantonati perché ne avevamo altri più grandi con cui fare i conti».

Tra i «problemi accantonati» ci sono senza dubbio le riforme. Doveva essere una cavalcata gloriosa e invece sta diventando una fatica di Sisifo. Preoccupato?

«Mi preoccupo quando vedo che non si sceglie la soluzione più razionale per- ché questa o quella forza politica ha fatto di un argomento una bandiera ideologica. Ne abbiamo viste tante di bandiere a cui impiccare il Paese, da Quota 100 al reddito di cittadinanza, una lunga lista di questioni che magari toccavano anche problemi concreti ma con soluzioni irrazionali e mal disegnate che qualcuno si ostina a difendere oltre ogni ragionevolezza. Questa logica, deleteria, va abbandonata al più presto».

La lunga traversata nel deserto della pandemia e della crisi economica ci lascia in eredità un sensibile aumento del debito pubblico. Quanto peserà questa spada di Damocle sulle scelte future?

«Questo è un punto sensibilissimo. Finora si è parlato di cosa accadrà quest’anno con gli aiuti o nei prossimi sei con il Pnrr. Ma il vero nodo critico è il dopo. Se avremo fatto delle buone riforme e messo a valore i fondi del Recovery allora potremo immaginare, entro dieci anni, una ripresa che sia al- meno pari a quella dei nostri competitori europei e non di un punto sotto come accaduto finora. Solo in questo modo il grande debito accumulato risulterà sostenibile altrimenti saranno guai. Niente balbettii o mezze risposte. Ora servono impegni concreti, numeri sostenibili e precise assunzioni di responsabilità».

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