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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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La riflessione

Prescrizione e riforma, la stretta via dei partiti

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Ancora una volta la giustizia, tema divisivo per eccellenza che ha costituito una mina per maggioranze in apparenza consolidate e un detonatore per governi, viene in primo piano nel dibattito politico. Questa volta con la riforma Cartabia, che – approvata all'unanimità in Consiglio dei ministri – sembrava muoversi su tranquilli binari e sulla quale si è invece progressivamente focalizzata, con toni sempre più accesi, l’attenzione della politica e degli addetti ai lavori.


Oggetto del contendere, in particolare, l'annosa questione della prescrizione. Salutata con entusiasmo da taluni, ritenuta un'irreparabile catastrofe da altri, risente di un alto tasso di politicità rispecchiando le diatribe in atto ormai da tempo tra garantisti e giustizialisti. Non c’è da stupirsi, se si considera che forze politiche come il Movimento 5 Stelle hanno fatto di queste tematiche una loro bandiera, con quel che consegue in termini di consenso elettorale. In risposta, sull'altro fronte, sollecitazioni ineccepibili sul piano dei diritti e delle garanzie, associate tuttavia dagli avversari politici alle vicende giudiziarie personali di importanti esponenti del panorama politico, in primis Silvio Berlusconi.


Questo lo scenario in cui si innesta un dibattito falsato. Uno scenario che poco si addice a un tema tecnicamente assai complesso.

Ma, si sa, le norme non vivono nel mondo dell’iperuranio. E, in questo caso, finiscono per essere svilite dagli interessi di parte (che si nascondono dietro battaglie ideologiche). Dunque. Cercando di semplificare il tema oggi al centro dello scontro è quello della cosiddetta improcedibilità (o prescrizione processuale). In sostanza, si propone che invece di porre dei paletti temporali al decorrere della prescrizione per il giudizio d’appello, la stessa rimanga bloccata – come accade attualmente a seguito della cosiddetta «legge Spazzacorrotti» – ma l’azione penale non possa proseguire allo scoccare di un determinato tempo (soluzione all’americana) e, dunque, venga dichiarata l’improcedibilità. Si è osservato che ciò si porrebbe in contrasto con l’obbligatorietà dell’azione penale, si dimentica che l’appello è retto dal principio dispositivo e che questo già accade – seppur in differente contesto – in altre situazioni legate all’archiviazione. Se mai sono altre le criticità (impossibilità di una pronuncia di assoluzione nel merito), in teoria emendabili.


Si è cercato allora di mediare con la proposta di differenziare la disciplina in relazione alla tipologia dei reati. Il tutto al fine di evitare che reati di estrema gravità in materia di criminalità organizzata possano non arrivare a una sentenza di merito. Se, però, è vero che nel nostro sistema esiste già un «doppio binario» processuale per i reati di mafia, in tal caso si introdurrebbe una differenziazione di regime che non riguarda le dinamiche procedimentali, in tendenziale conflitto con principi costituzionali.


Ma davvero la prescrizione è la panacea di tutti i mali della macchina giudiziaria? Occorre ripetersi.


Ritenere di trovare nella prescrizione la soluzione dell’annosa questione della durata ragionevole del processo significa incorrere in un errore di prospettiva. La fisiologia del processo non prevede – o non dovrebbe prevedere – lo scattare della prescrizione se non in casi eccezionali. Essa rappresenta una sconfitta per tutti. E invece, a fronte di numeri infinitesimali delle percentuali dei Paesi europei (non più dello 0,2%) in Italia si arriva a superare il 10%. Ecco perché ogni polemica sulla prescrizione finisce per essere sterile, per legittimare lo status quo. Finisce, in realtà, per accettare con rassegnazione l’assunto secondo cui non vi sono altri rimedi per ridurre i tempi del processo. Eppure proprio nella meritoria opera della commissione Lattanzi – che ha costruito la bozza di legge delega affidata al governo – è possibile rinvenire ulteriori aspetti rilevanti, ulteriori soluzioni della riforma in itinere che si propongono di tagliare i tempi processuali ma che non sono sotto le luci dei riflettori. Come, ad esempio, nella forma di archiviazione cosiddetta «meritata» (peraltro espunta dal governo), il cui compito sarebbe quello di chiudere anticipatamente il processo in presenza di determinati requisiti. Anche in questi casi, va detto per inciso, si agirebbe sul totem dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Quel che rimane della giustizia? Ben poco. Pretendere che il dibattito politico si pieghi alla qualità del prodotto normativo forse sarebbe troppo. Sono anni che ciò non accade nel nostro Paese. Auspicare che le leggi siano orientate alla realizzazione dei loro fini – e non strumentalizzate – da una classe politica che agisca nell'interesse della collettività dovrebbe essere un'aspirazione condivisa.

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