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L’epilogo dei Campionati del mondo di basket è in linea con l’ennesima incompiuta azzurra. Un match inutile contro Portorico in cui la band di Sacchetti risale dal -26 per vincere al supplementare, dopo una prestazione a lungo indecorosa, frutto delle scorie velenose dell’esame di maturità fallito davanti ai «rossi» di Spagna.

L’Italia torna a casa senza superare gli ottavi a testimonianza di un salto di qualità che non c’è stato. E che appare sempre più difficile. Al momento la generazione dei tanto celebrati assi Nba - sono tutti oltre la trentina - in maglia azzurra rischia di aver vinto meno di Davide Lamma (con tutto il rispetto per l’impagabile gregario di coach Recalcati, bronzo agli Europei di Svezia del 2003). Così i limiti strutturali - continuiamo a non avere stazza e centimetri sotto canestro, ma anche sufficiente fosforo in regia - vengono ancora una volta ingigantiti dalla mancanza di personalità dei nostri presunti leader. Perché la verità è che non ne abbiamo, nemmeno a livello emotivo. Gallinari e Belinelli (soprattutto) restano giocatori molto efficaci in un sistema di gioco corroborato da altre star, ma incapaci di trascinare gli altri compagni alla meta, di compiere il passo decisivo. Eppure il Gallo in Usa è una stella di prima grandezza.

Paghiamo ancora una volta la mancanza di interpreti capaci di coglier il flusso del match o anche solo l’attimo fuggente, come sanno fare solo i grandi campioni. Quelli che si assumono le proprie responsabilità, fanno le scelte giuste quando la palla scotta e pochi vorrebbero averla tra le mani. Gli americani lo chiamano killer instinct. Anche in Cina, come negli appuntamenti con le spalle al muro degli ultimi anni, troppe volte abbiamo assistito a tiri non presi, passaggi capotici, esitazioni fatali o clamorose amnesie in difesa.

Capitan Datome ha spesso indicato la strada, dentro e fuori dal campo, senza alcun timore reverenziale, attaccando il canestro quando andava fatto e immolandosi in difesa contro gente più grossa. Altri, salvo estemporanee fiammate, sono semplicemente scomparsi lasciando incombenze e rogne ai compagni. Alla Spagna dell’Italiano Scariolo, ad esempio, è bastata la classe di Lull, seppur a mezzo servizio, per darci il meritato benservito. Non una stella d’oltreoceano, ma un campione con anni di militanza nell’Eurolega, al pari del nucleo delle più importanti nazionali del mondo, un torneo duro e competitivo per certi versi più dell’Nba, purtroppo non molto frequentato dai giocatori azzurri (nessuno oltre Datome e Hackett).

Il problema è quindi dare un sistema per far giocare assieme le nostre punte, magari dando loro fiducia nei momenti clou, mission finora fallita tra europei e mondiali, preolimpico compreso. Altrimenti continueremo, ad essere forti con i deboli - vedi le larghe vittorie contro Angola e Filippine - e deboli con i forti (emblematiche le partite contro serbi ed iberici, questi ultimi mai abbordabili come quest’anno). Magari più forti anche di certi arbitraggi inadeguati e fantasiosi - per certe interpretazioni e valutazioni, vedi il fallo antisportivo, siamo addirittura al comico - che hanno rovinato più di un match del Mondiale.

Vista l’età dei nostri migliori giocatori, tutti già dichiaratisi disponibili per il torneo preolimpico della prossima estate quando andremo a caccia di un pass per Tokio 2020, bisognerà iniziare ad andare a pescare tra le nuove promesse del nostro basket.

E chissà che in un futuro non troppo lontano proprio dalla Puglia non possa arrivate uno dei rinforzi per la nazionale, quel Matteo Spagnolo appena sedicenne, brindisino doc, che sta facendo mirabilie con la maglia del Real Madrid e nella nazionale di categoria. L’eredità di Magnifico e Basile è lì che l’aspetta.

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