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«Mio padre era in guerra e così io dormivo nel letto grande, con mamma». «Tu e nonna dormivate insieme?». Mi siedo anch’io al tavolo di formica della cucina, dove mia madre sta sfogliano un album di vecchie fotografie. È uno di qui raccoglitori in pelle, con le linguette trasparenti in cui inserire le foto e un foglio leggerissimo di carta velina che separa una pagina dall’altra.
«Sì, dormivamo insieme e mi ricordo che mamma odorava di lavanda».

Le fotografie sono di un formato molto piccolo, con il contorno zigrinato, tutte in bianco e nero. Mia madre da bambina. I miei nonni giovani. I miei parenti. Tutti sorridono in quelle foto. Si abbracciano. Si tengono per mano. Forse per presentarsi nel modo migliore al cospetto della vita, anche se i tempi erano duri. Perché anche se i tempi erano duri, c’era questa grande e tangibile certezza che era la famiglia. Una famiglia chiassosa e rumorosa, intrusiva e onnipresente, ma pronta all’abbraccio, alla difesa strenua di ciascuno dei suoi membri. Ai miei occhi quel bianco e nero si palesa come una sorta di garanzia, l’assicurazione di un sostegno contro le turbolenza della vita, una confortante sensazione di protezione che nessuna foto a colori sarebbe mai capace di trasmettermi.

«La camera da letto era in mezzo ad altre due stanze e non aveva finestre. Però c’era il tabernacolo della Madonna alla parete e le lucine restavano accese tutta la notte. Mia madre mi raccontava storie di fate e di maghi per farmi addormentare. Io l’ascoltavo con la mano appoggiata sul suo petto. Mamma si addormentava prima di me e io guardavo la sua faccia da vicino.

La mia mano saliva e scendeva insieme a lei, mentre respirava».

Mi soffermo a guardare una fotografia ingiallita e leggermente sfocata. Mia nonna, giovanissima e magrissima, tiene in braccio mia madre che avrebbe potuto avere due, massimo tre anni. Sono all’aperto, in una giornata assolata e ventosa. Le loro teste vicine. Guancia attaccata a guancia. I capelli di entrambe, lucidi e sottili, sono scompigliati dal vento. Il sorriso di nonna è quello di una ragazza felice e appagata, nonostante la guerra, nonostante le bombe, nonostante la fame, quasi a dimostrare che tutto il bene del mondo, tutta la ricchezza della terra, è lì tra le sue braccia.

«A volte, nel cuore della notte, venivamo svegliate dal suono delle sirene che davano l’allarme. Io strizzavo gli occhi, non volevo svegliarmi e invece mia madre saltava fuori dal letto. Aveva una borsa, sempre pronta, sul comò di legno scuro. Dentro ci teneva del pane, una bottiglia d’acqua, un po' di zucchero…».

Volta una pagina dell’album facendo attenzione a non piegare la carta velina, lisciandola bene con la mano. Guarda le foto una per una, come se le vedesse per la prima volta.

«E poi?» chiedo. «Che faceva nonna?».
«Afferrava la borsa sul comò e mi prendeva in braccio. Io piangevo, le davo i calci sulla pancia, ma lei mi stringeva ancora di più. Usciva di casa e correva per le scale, bussando a ogni porta per assicurarsi che anche i vicini avessero sentito l’allarme e fossero usciti. Per strada c’erano tante persone che correvano, soprattutto donne e bambini. E anche vecchi, che erano più lenti. Andavano tutti verso il rifugio».

«Dove? Dove era il rifugio?» chiedo.
«Era sotto la scuola elementare. La tua scuola”.
“Cosa? C’è un rifugio antiaereo sotto il San Giovanni Bosco? Stai scherzando?». Non posso crederci.
«Non sto scherzando. C’è. Era lì sotto. Il rifugio era indicato da un erre maiuscola, a stampatello, disegnata su un muro, per strada».

Sono esterrefatta. Mai avrei immaginato che sotto la mia scuola si celasse un posto del genere.

«E dimm»” incalzo «cosa facevate là sotto?».

«Era una ambiente grande e molto scuro, illuminato solo da un paio di lampadine appese al soffitto. C’erano delle brande, qua e là, con delle coperte vecchie. E delle sedie. Qualcuna rotta. Mi ricordo tante persone. Tanti bambini. Alcuni dormivano sulle brande. Altri restavano in braccio alle loro madri, come me. Le donne anziane recitavano il rosario. Spesso andava via la luce e allora qualcuno gridava, spaventato. Qualcun altro accendeva una candela. Faceva freddo».
«E nonna? Anche nonna gridava?».
«No. Tua nonna mi cullava e mi cantava qualcosa».

Mi sembra che, mentre racconta, anche lei si culli leggermente. Ma forse è solo una mia impressione.
«Io non riuscivo a chiudere occhio. Guardavo tutte quelle persone attorno a me. Allora mi ricordo che mamma prendeva un pezzetto di pane dalla borsa che aveva portato da casa, ci metteva lo zucchero sopra e me lo dava, per farmi stare buona».
Dunque era là, sotto la scuola che frequentavo da bambina. Era là sotto che la gente del mio quartiere correva a nascondersi durante i bombardamenti. Era là sotto che mia nonna e mia madre aspettavano che l’inferno passasse. Insieme a decine e decine di altre donne. E vecchi. E bambini. Era là sotto che mia madre chiudeva gli occhi ad ogni tonfo disumano delle bombe. Che tremava. Che piangeva. Che nascondeva la faccia sul petto caldo di nonna.

Provo la stessa emozione che mi capita di provare scavando al Palatino. La stessa trepidazione di quando un giorno, sotto uno spesso strato di limo sabbioso, si riuscì a intravedere la superficie porosa di un’anfora. La stessa travolgente commozione di quando ci si rese conto che nell’anfora era custodito lo scheletro di un infante di pochi anni. Era lì, quel bambino, o quella bambina, miracolosamente tornato alla luce accecante del sole, dopo secoli di buio. Per un tempo interminabile la Madre Terra lo aveva cullato e accarezzato, come faceva nonna con mamma nel rifugio antiaereo sotto la scuola elementare, mentre in cielo tuonavano le bombe.

Allo stesso modo, in un pomeriggio di questa estate afosa e devastante, vedo riemergere la bambina nel rifugio sotto la scuola. Mangia il suo pezzetto di pane intriso nello zucchero, accoccolata tra le braccia di sua madre. La bambina è qui, insieme a mia madre che ricorda, insieme a me che l’ascolto, insieme a mia nonna che la culla, insieme a tutti i volti pallidi e smunti della donne del Libertà che sussultano e si tappano le orecchie a ogni boato che esplode sopra le loro teste.

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