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Avevano sempre pensato che il suo atteggiamento di ritrosia, il suo non cedere – almeno in apparenza – a nessuno dei tanti corteggiatori fosse solo il tipico comportamento di chi sa di poter avere chiunque e di tale condizione si appaga. Senza sentire il dovere nei confronti di sé stessa di scegliere, magari di sbagliare ma di scegliere.
Il giorno seguente arrivò la telefonata che la destabilizzò.

«Paolo ha preso una sbandata per Darana, una ragazza albanese che fa la barista all’Agape. È sempre lì, la guarda con insistenza, non è voluto venire con noi in spiaggia stamattina. Di continuo al bancone. A bere, a fare battute. È successo ieri sera, sembrava ipnotizzato». Rua rimase silenziosa. «E lei che ha capito tutto si vede che ci sta», aggiunse Miriam.

Dunque era capace di farsi travolgere dalla passione. Era come tutti gli altri. I suoi discorsi sull’importanza di soppesare tutto, di non bruciare le esperienze, di non buttare al vento quegli anni e di fare qualcosa solo quando la si voleva davvero, non per consuetudine, quasi una maniera di schermarsi dall’interesse che Rua aveva nei suoi confronti e che certamente aveva compreso, erano solo un bluff, uno scudo che celava la sua mancanza di coraggio, l’assenza di chiarezza. E, forse, il desiderio di lasciare uno spiraglio aperto nel caso, un giorno, avesse cambiato idea. Così come era espressione del suo egocentrismo quel volerla costringere al ruolo di amica.

Un ruolo che a Rua, naturalmente, stava molto stretto. Ora le sembrava stupido e superficiale. All’improvviso si chiedeva come avesse potuto rincorrerlo e desiderarlo per tanto tempo. E come non avesse capito che la sua apparente freddezza, quell’essere al di sopra di tutti per dar prova di una maturità che si era auto attribuita, quel guardare con sufficienza (e talora con sfrontatezza) i suoi compagni non foss’altro che un tentativo di nascondere il suo sfrenato individualismo. Dunque era proprio così. Era questo Paolo.

Rua per quasi tutto il giorno seguente fu accompagnata da questi pensieri, un misto di delusione e di rabbia con sé stessa per non averlo inteso prima. Per aver inutilmente esaltato le qualità inesistenti del suo amico. Fino a sera, quando arrivò la nuova telefonata di Miriam. Questa volta dedicata alla splendida giornata in spiaggia trascorsa a Lefkada tutti insieme, immersi e travolti da uno scenario paradisiaco. Faceva caldo, ma non troppo, e la brezza – che carezzava la pelle – aveva reso quella giornata perfetta.

«E Paolo?». Glielo chiese espressamente anche se non avrebbe voluto. Ma era più forte di lei.

La sera prima era svanito con Darana, lei aveva lavorato di giorno e quindi era libera. Come in un film, erano spariti persi in una dissolvenza mentre – davanti a tutti loro – camminavano sul bagnasciuga. Neanche la luna a illuminarli, complice odiosa degli amanti intenta a respingere gli sguardi indiscreti. Rua ringraziò Miriam un po’ sbrigativamente. Rientrò nei suoi pensieri senza neanche bussare, ineducatamente, e avrebbe voluto piangere, ma questa volta non le riusciva neanche. Certo, non era un tradimento, ma per lei in fondo lo era. Fu allora che le venne in mente una canzone antica, un vecchio 45 giri nascosto tra i ricordi del padre. Immobile, ad aspettare il momento giusto per rendersi di nuovo visibile. Un brano curioso, come curiosa è l’estate, con i versi che ondeggiavano sulla musica di Ciajkovskij. Una canzone che parlava d’estate.

E di un amore finito, svanito, insieme al «vento caldo di un’estate che va e porta via con sé i sogni» degli amanti. Il suo era un amore immaginato, è vero, ma si era già concluso anche se in realtà non era mai cominciato. Anche ciò su cui fantastichiamo, del resto, non dura all’infinito. Si muove tra i confini che noi gli diamo. Ha i tempi che noi gli assegniamo.

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