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L’estate di Rua guardando il mare

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L’estate di Rua guardando il mare

Curiosa l’estate. È la stagione breve, anche se dura come tutte le altre se osservi il calendario. In fondo dura solo pochi giorni o al massimo qualche settimana, quando sei adulto. Di più - enormemente di più – se sei piccolo, da ragazzo o quando diventi adolescente. La linea di confine tra estate lunga e estate breve è la “notte prima degli esami”, tutt’al più ne trovi qualche scampolo dopo negli anni dell’università. Ma in quel caso è una conquista e non una certezza.
L’estate. Caldo-sole-mare, un tris perfetto (ma anche noia, talvolta, che arriva a scompaginare le carte). L’estate che ti senti addosso, bellissima e crudele, con i suoi amori brevi ma infiniti, col vento caldo, quando ti chiedi “io vado al mare, voi che fate?”.

L’estate che scorre, prima che il vento si porti via tutto e che settembre porti a tutti una strana felicità. L’estate. Quella in cui è vietato non innamorarsi ancora. E dell’amore di una sera. L’estate. Quando l’eternità è un battito di ciglia. L’estate. È stupenda ma dura poco. Poi diventa “un’estate fa”, e trascina via con sé anche il meglio delle favole. L’estate di John Wayne. L’estate consumata su una spiaggia solitaria, con l’eco di un cinema all’aperto. In bilico, sperando che potesse non finire mai. Come l’amore di una sera. E invece no. Tutto finisce sempre così, col vento caldo di un’estate che va. O almeno così ce la raccontano le parole che danzano in equilibrio sulle note di chi canta. Perché per ogni spicchio d’estate c’è sempre una melodia che lo celebra. Stagione curiosa l’estate.

L’estate di Rua quell’anno era stata un’estate lunga, quella degli esami di maturità. Ma anche un’estate breve, per com’era andata. E soprattutto un’estate imprevedibile.

Doveva partire con i suoi compagni di classe, diretta in Grecia, per quello che sarebbe stato il viaggio dei viaggi, la vacanza da non dimenticare mai, ma anche la riserva di ricordi cui attingere nei momenti grigi – perché quei momenti ci sarebbero stati, anche se nessuno di loro lo pensava – del loro futuro.
E invece una caduta stupida aveva fatto fermare il suo calendario. Quella scivolata le aveva procurato una frattura importante del braccio con inevitabile gesso ma, soprattutto, l’aveva lasciata sul molo da cui il “loro” traghetto sarebbe salpato per raggiungere Igoumenitsa. Il trampolino del loro viaggio, che li avrebbe proiettati verso Paxos. A farle compagnia restavano i disegnini degli amici, che a quell’età rendono meno pesante un arto ingessato. Un cuoricino. Una stella. Un altro cuore più grande. Un gufo (il solito Marco). E poi i nomi di tutti (quando ogni nome è una storia): Alba, Andrea, Enrico, Lili, Marco, Marta, Miriam, Paolo, Valeria. Pianse per quarantottore giorno e notte, poi capì che quella pioggia amara intrisa di rabbia e delusione non le avrebbe restituito il viaggio perso, sarebbe rimasta un inutile zampillo di tristezza. Provò a dirsi: «forse è accaduto per un motivo, anche se ora non lo so, forse doveva accadere». Riuscì, in qualche modo, a tranquillizzarsi. O quanto meno a raggiungere uno straccio di serenità. Si accordò con Miriam, che le sembrava fosse la compagna di scuola più «tranquilla», affinché ogni sera le raccontasse cosa fosse successo in quello spicchio giornaliero di vacanza rubatale da un gesso ingombrante e silenzioso. Fermo e irremovibile come sa essere un gesso. «Tranquilla», per lei, voleva dire che Miriam sarebbe stata una cronista affidabile, fedele nel riportare quanto accaduto, nel raccontarle quel viaggio che avrebbe potuto solo immaginare. Niente foto, niente messaggi. Solo una telefonata al giorno, la sera. Questo era l’accordo.

Il primo giorno Rua se l’era immaginato come l’inizio di un viaggio al tempo stesso liberatorio e di conquista, una notte passata a navigare con poco sonno da mettere da parte per le avventure dei giorni seguenti. La temperatura dolce e attraente, e loro sul ponte a guardare il cielo, a contare le stelle, a cercare la luna, eccitati e silenziosi, avvolti da un mistero che sarebbe stato solo loro. Si era immaginata Paolo seduto accanto a lei, sulla stessa panchina color turchese, capitato quasi per caso, che non le rivolgeva la parola – come quasi sempre – eppure c’era. E a lei bastava. E poi giù nelle cabine, giusto per non arrivare alla meta come straccetti. Col suono leggero delle onde a far da sfondo a quelle ore dilatate e magiche. All’alba l’ingresso in porto. Dove tutto sarebbe sembrato nuovo, come spesso a quell’età appare. In realtà non era andata proprio così. Il viaggio era stato quasi un disastro, le disse Miriam. Le onde li avevano dondolati per un po’, ma poi una tempesta inattesa si era abbattuta su di loro costringendoli a riparare nelle cabine per proteggersi da un temporale fittissimo. E meno male che avevano scelto le cabine e non il più economico passaggio ponte da giovani viaggiatori a basso costo. Poi il trasferimento a Paxos. L’approdo sì, era stato bello, ma non ci avevano fatto caso più di tanto perché non si erano ancora ripresi da quel viaggio burrascoso. Niente magia, insomma

«Sai, abbiamo beccato Marta e Lili che si baciavano», le disse Miriam tra lo stupito e il divertito la seconda sera. «Davvero?», rispose Rua ridendo ma anche incuriosita. «E dimmi, dimmi», continuò spronando Miriam. «Racconta!». Non che per loro fosse qualcosa da disapprovare, non erano delle bigotte, solo che Marta così non ce la vedevano proprio. Era la più corteggiata del liceo, forse anche la più bella, con una lista di spasimanti pressoché infinita.

(1. Continua. La seconda puntata uscirà domani)

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