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Mattia si lanciò sul coloratissimo lenzuolo e, invece di cadere istantaneamente tra le braccia di Morfeo, con mio sommo stupore, forse chiamando a raccolta le sue ultime energie, improvvisò una danza indiavolata ululando, saltando e facendo compiere anche a me piroette e giravolte fino a che non caddi rovinosamente al suolo. A quel punto Mattia si calmò, mi venne vicino e con sguardo profondamente preoccupato: «Ti sei fatto male?». Mai, dico mai, nessuno mi aveva rivolto la parola. Fu una sensazione indescrivibile. Avevo dimenticato che i bambini sono gli unici esseri umani che per intuito conoscono il segreto che anche gli oggetti sono vivi, hanno un’anima...così parlano con loro e sanno che anche loro hanno dei sentimenti: tra me e Mattia avrebbe potuto nascere una vera amicizia, lui sapeva che io potevo ascoltarlo e capirlo anche se purtroppo sarei stato un amico muto.

Cominciò a massaggiarmi per alleviare il dolore della caduta e dopo poco ci sistemammo insieme sotto le lenzuola.
Mentre cercavo di fare il bilancio della giornata appena trascorsa Mattia mi disse: «Scommetto che vuoi sapere cosa ho desiderato quando ho spento le candeline, indovina?».

Senza aspettare una risposta che comunque, a causa della mia bocca cucita, non ci sarebbe stata, continuò: «Ho desiderato di non avere più paura dei fulmini, così posso far contenti la mamma e il papà. Mi dicono sempre che ormai sono un ometto forte e coraggioso e che solo i bambini fifoni hanno terrore del temporale».

Ero meravigliato per quel che sentivo. Il tono della sua voce così accorato mi faceva capire quanto angosciosamente dovesse vivere quel problema. «Tu non sai che in cielo c’è un gigante seduto su un trono, lui, con una bacchetta magica ha inventato la Terra e in un batter d’occhio l’ha popolata con tutti gli animali, gli alberi, i fiumi e anche con gli uomini. Il Signore che vive tra le stelle sa leggere nei cuori dei bambini, così chi è buono e ubbidiente viene premiato, chi invece è monello lo spaventa mandando giù un fulmine. Allora io ho una grande preoccupazione, sarò disubbidiente?». Forse Mattia aveva esagerato, ma la sua paura non era per questo meno vera.

Mentre avvertivo uno spiacevole senso d’impotenza mi accorsi che i suoi occhi si erano chiusi e stavano già inseguendo lo scorrere dei sogni. Mi addormentai anch’io.

I giorni si sgranavano uno dopo l’altro ed io e Mattia diventavamo sempre più inseparabili, in ogni momento della giornata ero con lui: quando rideva, quando piangeva, se giocava, se mangiava. Divenni la sua ombra.

Della nostra vita insieme alcuni avvenimenti si sono stampati indelebilmente nella mia memoria, nitidi e vivi, altri invece si sono dissolti nella nebbia dell’oblio. Un episodio che si svolge dalla matassa dei miei ricordi è quello di una gita al mare. Erano i primi giorni di luglio e per Mattia il primo bagno della stagione. Si era svegliato presto e precipitosamente si era diretto nella stanza dei suoi genitori e, per dare la sveglia in modo originale, si era appostato dietro la porta e aveva cominciato a gridare a squarciagola: «Chicchirichì, chicchirichì». Sembrava proprio un galletto che augurava a tutti il suo buongiorno, se avesse avuto una cresta rossa e un po’ di penne nessuno avrebbe pensato che era un bambino.

I genitori sistemarono tutto in macchina e ci avviammo verso il mare. In cielo c’era qualche nuvola. Mattia, sporgendo la testa tra i due sedili disse: «Papà, gli angeli in cielo stanno festeggiando qualcosa, vedi quanta panna montata!».

Il padre mandò bruscamente in frantumi il suo allegro entusiasmo: «Tra qualche mese andrai a scuola e ancora insegui queste stupide fantasie. Le nuvole sono bla...bla...bla» e come un esperto meteorologo si dilungò in una seriosissima spiegazione. Quelle parole caddero come una doccia fredda sul mio amico e vidi spegnersi negli occhi il luccichio della sua curiosità. Disse: «Sì papà, hai ragione, quante cose sai tu». Dopo qualche minuto e qualche sbadiglio Mattia si addormentò su di me come su di un cuscino. Chissà, forse avrà sognato di poter volare per raggiungere i cherubini ed essere invitato a dividere con loro un po’ di torta celeste. Alla spiaggia fu apatico e insolitamente silenzioso. I genitori non ne capivano il perché. Gli chiedevano cosa avesse e lui rispondeva: «Niente». Niente tranne una grande amarezza nel cuore.

Mattia adesso ha sei anni, va a scuola, si comporta come un ometto. Durante il temporale non corre più a rifugiarsi tremante sotto le coperte dei suoi genitori alla ricerca di un caldo conforto. Non è diventato grande. Incollato al suo lettino, gli occhi spaventati, le mani strette a morsa sul cuscino, ha solo imparato a soffocare il desiderio di un abbraccio...per non deluderli più.

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