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Novelle contro la paura

Ma che fine ha fatto il professor Landi?

libro possibile

Il 20 marzo, giorno del lunedì santo, il nuovo docente di disegno, Mattia Landi, nipote della direttrice Laura Ferro, aveva fatto la sua comparsa al Principe Amedeo.

Lia, da sei anni insegnante di discipline letterarie nell’istituto, aveva appena finito di raccontare al commissario Fano gli eventi di quella e di altre giornate trascorse dal giovane nel convitto destinato ad accogliere ragazzi sfortunati, tra i quali era divenuto adolescente anche il professor Molteni, prima di spiccare il volo verso l’Amaranta.

Molto aveva raccontato e altrettanto aveva taciuto. A un inquirente potrebbero anche interessare le emozioni che accompagnano gli eventi, i trasalimenti che si colorano di un’eloquenza repressa. Ma Lia Lograno conosceva bene il limite oltre il quale, per autodifesa, non si può infrangere la barriera del silenzio.

Per anni si era consacrata allo studio, ai genitori, alla sorella. Dopo la laurea in Lettere, conseguita col massimo dei voti, grazie all’intervento del parroco di Santa Maria Maddalena era stata assunta in prova e successivamente confermata nell’incarico presso l’istituto. Le sembrava che nulla fosse più importante della famiglia d’origine, della pratica di compulsare letteratura al ritmo di quattro libri alla settimana e di concentrarsi nella preparazione delle sue lezioni, sempre molto accurate.

Non che intorno a lei non vi fossero uomini; il Principe Amedeo ne brulicava, a cominciare dal vicedirettore Antonio Berti. Un uomo galante, metodico; senz’altro in Inghilterra sarebbe stato un ottimo curato, dal momento che entrava naturalmente in sintonia col suo vicino e finiva col catalizzare le confidenze di insegnanti e allievi. Verso le donne nutriva un profondo imbarazzo, forse per quelle tre dita mancanti alla mano destra, spiacevole retaggio di una rosolia contratta dalla madre al terzo mese di gravidanza.

Lia aveva subito avuto l’impressione di andargli a genio, non tanto per il fatto che l’avesse coinvolta in una serie di attività pomeridiane (la dedizione della ragazza all’insegnamento era stata subito evidente), ma in virtù di tanti piccoli segnali. Da quando, casualmente, in una conversazione era venuto fuori che si trattava del suo dolce preferito, la sbriciolata a mensa era divenuta più frequente del solito. Non di rado, all’ora di rincasare, Antonio si era offerto di accompagnarla per un tratto di strada – sempre più lungo, ovviamente – oppure, in primavera, amava invitarla a passeggiare in riva al torrente. Lì, si erano peraltro limitati a parlare dei grattacapi degli allievi, del libro di Pavese o Queneau che la giovane stava divorando, delle manie e delle ossessioni di genitori non più giovanissimi. Antonio le indicava il nome ora di questa ora di quella specie botanica e tutto si esauriva in intellettualismi, bollettini delle patologie di famiglia, consigli di classe in composizione notevolmente ristretta. Del resto, a Lia non dispiaceva che il professor Berti non fosse più intraprendente. Lo stimava, gli era amica, lo reputava tutt’altro che fisicamente sgradevole, ma non era sicura di potersene davvero innamorare.

A dire il vero, sin da ragazza, non aveva mai avuto ben chiaro come potesse manifestarsi l’amore. Era stata l’ultima delle sue compagne a vedersi comparire addosso i segni del sangue mestruale e, mentre le altre si abbandonavano a fantasticherie erotiche, lei se ne stava appartata, a disagio, fredda ai richiami dei coetanei e poco interessata alle questioni amorose. Forse era proprio l’ipertrofia di fantasie da romanzo, di bovarismi insomma, a rendere più labili i suoi contatti con il reale. A ciò si aggiunga che il più delle volte si interessava all’altro con la clinica propensione della missionaria; l’attitudine a guardare al maschio come a un soggetto da educare o rieducare, da sottrarre agli sconfinamenti nel selvaggio e guidare nel complesso e polisemico processo di incivilimento, come nella migliore tradizione letteraria dal Duecento in giù, finiva con l’azzerare ogni forma di interesse che non fosse deontologicamente accettabile. In più era subentrato in lei una sorta di patema di non riuscire fatalmente a piacere. Si sentiva come la Lia biblica dagli occhi delicati, circondata da incarnazioni di Rachele, belle di forme e avvenenti d’aspetto. E così era sprofondata gradualmente in un limbo sentimentale apparentemente senza soluzione. Se l’omonima biblica tentava con la fecondità di legare a sé lo sposo recalcitrante, l’insegnante si era profusa nel seminare germogli di educazione tra i giovanissimi allievi del Principe Amedeo.
“L’allegoria della rosa da cogliere deve essere applicata alla conquista dell’Amore. È bene che essa sia accompagnata dal dolce parlare, dalla cortesia, dalla bell’accoglienza e che siano tenuti lontani sentimenti come la gelosia e la paura”.
Intanto si sentiva come la rosa che non sarebbe stata colta e tutto questo senza che il sole cessasse di risplendere, la terra di compiere i suoi moti di rotazione e rivoluzione e le beghine di accendere candele e snocciolare litanie nelle cappelle di Santa Maria Maddalena.

Poi, la mattina del venti marzo, era piombato al Principe Amedeo Mattia Landi

Che fine ha fatto il giovane insegnante Mattia Landi? Qual è la causa della follia della bella Eleonora, amante dell’uomo? Cosa si cela dietro il misterioso affare di via delle Ortensie? Nell’anno 1978, presso l’immaginaria cittadina di Candevari, nella provincia brindisina, prendono avvio le indagini del commissario Fano e della sua zelante e affascinante collaboratrice Marta. L’obiettivo punta alle due istituzioni scolastiche del posto, il Principe Amedeo, destinato all’educazione di ragazzi orfani o provenienti da famiglie deprivate, e l’Accademia Amaranta, prestigioso collegio frequentato dai rampolli dell’alta borghesia di tutta Italia. Il passo proposto è focalizzato sui pensieri di Lia, docente del Principe Amedeo, innamorata di Mattia (da Gianni Antonio Palumbo, «Per Luigi non odio né amore», Scatole Parlanti, 2020).

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