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Giardino botanico a Giuggianello

Franco Chiarpei e le spine. Una masseria settecentesca ospita una straordinaria collezione di piante

Giardino botanico a Giuggianello

Qualcuno mi parlò di una masseria settecentesca a Giuggianello, che ospita un giardino botanico e una straordinaria collezione di piante grasse e tropicali provenienti da tutto il mondo, la Cutura. Delle succulente, mi ha sempre incuriosito il loro aspetto bizzarro: l’epidermide velata di lanugine di una cactacea pelosa, la consistenza carnosa e morbida di alcune mammillarie, la forma fallica di certi saguari. Le piante grasse sono i soggetti sexy del mondo vegetale. Attraverso un paesaggio vasto e piatto punteggiato ogni tanto da un campanile bianco, procedo di buon’ora verso Giuggianello, poco lontano da Otranto. Paesi addormentati, silenzio e ombre. Ombre solide, dai contorni netti, che piombano sui muri bianchi di calce come lame. La deviazione per la Cutura è una stradina che si nota poco, immersa in una boscaglia di corbezzoli e ulivi. Varco il cancello d’ingresso e imbocco un vialetto di ghiaia rosa dal quale, con gli stivali sporchi di terra e l’annaffiatoio in mano, mi viene incontro un giovane alto, dall’aria distinta, sorridente sotto il largo cappello di paglia. – Un momento e sono da lei – dice scomparendo dietro alla porta di un piccolo ufficio, un locale adibito a cassa e all’esposizione di depliants e souvenirs cactacei. Poco dopo, tutto rinfrescato, il giovane riappare: – Quello che vede qui è tutta opera di mio padre. Una vita in giro per il mondo a raccogliere piante, a fare innesti, a selezionare semi. In Sud America, in Africa, in Messico. – Indicandomi un imponente edificio che vedo sbucare oltre le chiome degli alberi, continua – Là c’è la serra di piante grasse che ospita più di duemila succulente; tutta in pannelli di policarbonato e acciaio è unica nel suo genere. Dietro alla serra troverà il roseto e il bosco di lecci, a destra il Giardino all’Italiana. Buon viaggio – dice stringendomi la mano. Decido di lasciare a coronamento di questo percorso nell’universo vegetale, la visita alla serra come ultima tappa, e m’incammino verso il bosco di lecci in mezzo al quale, quasi fosse la piazzetta di un paese, si estende una radura illuminata dal sole. Strati e strati di foglie secche accumulatisi negli anni, hanno formato un morbido tappeto color ruggine dove i piedi affondano un po’. Sul depliant del giardino leggo che durante la stagione estiva, al centro di questo spiazzo, si tengono concerti serali di musica classica. Immagino i lecci secolari fare da cassa armonica alle note di Rachmaninoff o Chopin che si diffondono nell’oscurità e, a fine spettacolo, il pubblico rapito da tanta armonia rimanere seduto in silenzio per qualche istante ancora, quasi a voler ritardare il rientro nella realtà quotidiana dalla quale si sentiva fino a poco prima affrancato. Davanti agli alti filari di rose di Damasco mi fermo, inebriato dalla loro fragranza. Rammento di aver sentito dire che la coltivazione di questo fiore, diffusasi dai Balcani all’Asia Centrale per la straordinaria delicatezza del suo aroma, fu proposta nella provincia di Kabul come coltura alternativa a quella dell’oppio, tentativo dimostratosi inefficace e di cui si è persa ogni traccia; da più di cinquemila anni, nelle valli afghane dell’Hindu Kush, i fiori di Papaver somniferum continuano infatti a proliferare indisturbati, insieme al loro inferno e paradiso racchiusi in una corolla di quattro petali viola. In prossimità di un laghetto di piante acquatiche in cui galleggiano larghe foglie di ninfee, avverto il rumore sordo di un tuffo: una tartaruga forse, o una rana, che accortasi del mio arrivo ha subito cercato rifugio nell’acqua ferma e verdastra. Mi dirigo verso il bar del giardino dove galleggia nell’aria la voce appassionata di un fado. Il bar è deserto. Mentre rimango in ascolto di quelle malinconiche note, osservo un merlo vicino a me che zampettando tra i tavolini ha appena raccolto, in mancanza di briciole, una candida zagara. Col fiore nel becco l’uccello si arresta un momento, mi guarda, e quasi facesse un cenno d’intesa si allontana continuando a saltellare. Seguendolo raggiungo il Giardino all’Italiana. Accedervi attraverso l’arco di pitosforo fiorito ed essere investito dal profumo dei suoi fiori, è come una volatile purificazione per entrare in questo spazio ameno, di un’eleganza sobria, vuoto di statue, fontane e giochi d’acqua, composto soltanto da cinque aiuole bordate da siepi di bosso tagliate con meticolosa cura. Le proporzioni perfette e il disegno geometrico delle siepi, quasi un mandala, fanno di questo piccolo giardino un angolo deputato alla pace e mi riportano a un altro luogo di pari garbo: il parco della villa comunale di Nardò all’interno del quale, circondato da palme e yucche, trova dimora un tempio monoptero a sei colonne. Realizzato con una serie di maioliche ottocentesche, il pavimento della piccola costruzione neoclassica raffigura, sotto forma di cherubini abilmente dipinti, sette virtù: la Vittoria, il Trionfo, la Destrezza, l’Inno, la Forza e il Coraggio. Placidamente disteso lungo la riva di un ruscello, campeggia il settimo puttino, più grande degli altri, intento a contemplare l’acqua che gli scorre davanti: il Riposo. Lasciatomi alle spalle il Giardino all’Italiana, mi ritrovo di fronte a una grande famiglia di Cycas, piante che ho visto spesso nei nostri parchi e nelle aiuole cittadine, ma delle quali non immaginavo le origini preistoriche. Leggo infatti che le Cycadaceae, di primo acchito del tutto simili alle palme, sono apparse sulla Terra poco prima dei dinosauri e sono considerate dagli studiosi di paleobotanica, come dei veri e propri fossili viventi. Quasi occultato dalle lunghe foglie pennate, il grosso fiore di Cyca racchiude e protegge una ventina di semi poco più grandi di una noce, con la buccia di un arancione brillante. Entro nella serra, una cattedrale di spine immersa in una coltre di vapore acqueo. Gli intensi profumi che nel giardino sollecitavano l’olfatto, qui sono scomparsi, sostituiti da forme che stimolano la vista, globose, lamellari, a spirale, dove le spine si presentano in veste di pericolosi aculei o di bianca lanuggine. L’arte combinatoria del mondo vegetale è pressochè infinita: osservo da vicino la Vatricania Guentheri, ricoperta da una lunga peluria rossiccia da un lato e da uno strato di spine dall’altro, una creatura aliena, un po’ volpe, un po’ porcospino. A questi strani incroci succedono bizzarre combinazioni, a volte dettate da condizioni atmosferiche estreme, come nel caso dell’Espostoa Lanata che dovendo sopravvivere alle rigidità andine, avvolge il proprio fusto in una bianca e lanosa crisalide di pelo serico e liscio, una sorta di golfino. Guardo ogni minimo dettaglio di cactus tentacolati, di piante simili a organismi marini, a levigate pietre di fiume, come la Lithops Marmorata che una incontenibile curiosità mi spinge a sfiorare. Un ultimo sguardo ai giganteschi saguari, una sorta di trionfo vegetale che accarezza la volta dell’edificio, e sono fuori dalla serra, dove un cielo sgombro di nuvole sembra essersi appoggiato sui muri bianchi della masseria, sulle seggiole vuote del piccolo caffè, sul bosco di lecci, e sul filare di alti cipressi che con le loro chiome puntute sembrano sempre indicare qualcosa.

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