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Affacciata su un insignificante spazio alberato nei sobborghi di Casaranello e circondata da grigie palazzine a due piani, la chiesa di Santa Maria della Croce sembra essere dimenticata lì. Nei paraggi di altri edifici storici non ce ne sono, solo villette anni ’60 e qualche macchina parcheggiata al sole. Ho pensato di raggiungerla a piedi, dal centro del paese. E adesso che la chiesa del V secolo è davanti a me in tutta la sua severa semplicità, mi pare che esserci arrivato camminando sia stata la giusta decisione per guadagnarmi l’accesso a questo luogo sacro, una sorta di breve pellegrinaggio. Seduto su un muretto, osservo la facciata: due finestrelle laterali, un semplice portale in legno e sotto il timpano centrale, un piccolo rosone; le statue in pietra di un angelo e di una Madonna, sistemate ai lati come due candeline, completano il prospetto. Malgrado sia tra i più antichi luoghi di culto paleocristiani in Italia Meridionale, e custodisca un mosaico coevo a quello di Galla Placidia a Ravenna, vuoi per le sue dimensioni modeste, vuoi per la sua posizione nell’anonima periferia di Casaranello, la chiesa è praticamente sconosciuta.

Una tranquillità assoluta e una penombra velata da una cortina d’incenso mi accolgono appena varcata la soglia, la funzione dev’essere terminata da poco, inginocchiato a pregare non c’è più nessuno. Lascio correre lo sguardo lungo la volta a botte che conserva affrescati i cicli pittorici duecenteschi della vita e del martirio di Santa Caterina d’Alessandria e di Santa Margherita d’Antiochia, decapitate tutte due. Dignitari, carnefici e Sante, disposte in fila indiana nell’atto di legiferare, fustigare o compiere miracoli, formano una dinamica successione d’inquadrature, punteggiata da iscrizioni in caratteri gotici, che mi fa pensare a un lungo piano sequenza cinematografico dalle tonalità ocra. La navata centrale è attraversata da un solitario raggio di sole che illumina il banco di legno dove mi sono seduto un momento; sotto il mio peso il legno scricchiola, accentuando con rumori secchi il denso silenzio che riempie la chiesa. Affrescata su un pilastro, una Santa Barbara bizantina mi osserva: il suo sguardo enigmatico trafigge. Gli occhi non sono rivolti al cielo in adorazione, non esprimono alcun sentimento di pietà o amore ma fissano ieratici chi guarda. Poco distante, una Madonna con Bambino tiene in grembo il Figlio che sembra non aver peso, quasi stesse levitando. San Bernardino da Siena, Papa Urbano V, Sant’Antonio Abate, emergono dall’oscurità delle navate laterali, a volte sono figure intere rimaste integre nel disegno e nei colori, altre volte sono solo tracce affiorate dagli antichi intonaci, frammenti di volti, di mani, di scritte in lingua greca. Da un passaggio che accede alla sagrestia, vedo provenire una fioca luce seguita da un’ombra: è un uomo anziano che appoggiandosi a una stampella avanza verso di me trascinando i piedi. Guardandolo avvicinarsi ho come l’impressione che mi stesse aspettando. Con gli occhi, due fessure acquose in una ragnatela di rughe, mi fa cenno di seguirlo verso l’altare. Arrivati sotto la cupola del presbiterio, si appoggia al mio braccio e facendo mulinare nell’aria la stampella, indica il mosaico che riveste la volta.

Poi, affannato, inizia a parlare – Io non credo in Dio, ma vengo qua lo stesso ogni giorno. Mi siedo e passo il tempo a guardare lassù. Non mi stanco mai. Vedi la croce al centro del mosaico? É fatta con tessere d’oro. E quelle stelle? Le ho contate, sono sessantasette. – Tre cerchi concentrici dai toni che vanno dal blu scuro al celeste acceso, rivestono interamente la cupola al centro della quale campeggia, cosparsa di stelle, una croce dorata.

I colori usati dalle maestranze Tessali e Macedoni sono ancora vivissimi. Nella volta a botte dell’abside, decorata con motivi allegorici del Paradiso Terrestre, un grappolo d’uva, due anatre, un pesce, una lepre, un carciofo, si sono aggiunte le tonalità del giallo, del verde, del rosso pompeiano, l’effetto cromatico del mosaico è sorprendente. Il vecchio continua a raccontare. – Dopo un po’ che guardi questi animali, queste stelle, ti perdi, ti dimentichi di tutto. E anche i brutti ricordi, quando stai qui sotto fanno meno male.– Siamo entrambi appoggiati al muro a guardare la volta. – Quando mia moglie se n’è andata, si è persa la fragranza. – Con queste parole dette sottovoce il vecchio, curvo sulla stampella che oltre a reggere il suo peso sembra anche sostenere quello di una intera esistenza, si allontana.

Dopo aver dato un’ultima occhiata agli affreschi ed essermi bagnato la mano in una delicata acquasantiera a forma di conchiglia, mi accingo a uscire, non prima di chiedermi se quell’uomo vestito di nero dallo sguardo melanconico, non sia forse una presenza del luogo, qui da secoli, una specie di spirito che vive nelle zone buie della piccola chiesa e che si aggira inquieto per navate e banchi in cerca di un conforto che possa alleviare la sua solitudine. Mosso da questo dubbio, lo vado a cercare in sagrestia, nel piccolo cortile sul retro, fuori dalla chiesa. Rientro e per scrupolo guardo anche nel confessionale. Niente. Scomparso. Esco e mi siedo su una panchina calda di sole, mentre un megafono montato sul tetto di un’utilitaria attraversa la piazza annunciando l’arrivo dell’arrotino.

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