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Il signor Federico e quel «Goodfellas»

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La scena si ripete. Lui l’ha già vista, vissuta e fatta vedere all’inizio di 8½. Paralizzato nell’abitacolo dell’auto in balia del traffico romano di mezzogiorno è a poche centinaia di metri dal Campidoglio, seccato di arrivare di nuovo in ritardo. Spera ci siano ancora tutti, convinti che lui si faccia attendere apposta. O almeno spera di arrivare prima che vada via il destinatario del premio.

La cerimonia dovrebbe essersi quasi conclusa. Con Martin conta di trattenersi e chiedergli quella cosa che lo ha spinto a consultare l’oracolo prima di uscire di casa. Il ritardo va messo in conto all’oracolo, non al ritardatario. Perché il ritardatario consulta ovviamente l’oracolo a modo suo ben sapendo che non dovrebbe aprire l’I-Ching di soppiatto e leggere l’esagramma. Occorre seguire la procedura per ottenere risposte valide. Ma a lui piace fare così. Non pensarci troppo né prepararsi.

Squadernando a caso il volume magari sceglie dove fermarsi. Per sua fortuna non conosce a memoria la collocazione tra linee spezzate e chiuse di ogni figura del Libro dei Mutamenti. Se si precipita all’inizio, al centro, alla fine, poco importa. Non c’è intenzione.

Gli è appena capitato il quarto, La stoltezza giovanile. Recita: «Stoltezza giovanile ha riuscita. Non io ricerco il giovane stolto, il giovane stolto ricerca me». Più chiaro di così. Nessuna esitazione, si è richiuso il libro e la porta alle spalle convinto della personale missione da compiere con buona pace dell’orario.

«Ai piedi del monte sgorga una fonte: l’immagine della giovinezza». Non potrebbe essere diversamente. Si è guardato bene dall’interrogare il saggio libro su altro. Quel che da decenni lo consuma dentro, tra certezza e incredulità a contendersi i suoi umori, non vuole chiederlo. Non all’oracolo. L’oracolo non mente, lui sì. Ma come ogni bravo mentitore conosce il valore e il prezzo della verità. E rispetta il libro che gli dice sempre la verità. Se non vuole conoscerla, tanto vale restare alla larga dal libro.

Tempo addietro infatti non il libro ma Rol gli rivelò il numero che smaniava di conoscere. Rol era come l’oracolo. La verità gliela mostrava senza neanche parlargli. Si animava davanti come un’allucinazione che tale non era. Se escludeva l’inganno o l’illusione, quel che restava e doveva quindi accettare era la verità. E la verità da quando l’ha saputa si pente di non averla bandita con l’incredulità e scambiarla per una fantasia giovanile. Ora magari senile, ma in fondo la sua solita fantasia. Il tempo non c’entra con la verità. Se esiste, la verità è una sola e definitiva.

La condanna del visionario consiste nel tenere a mente come una cambiale in scadenza l’indicibile domanda alla quale aveva già trovato l’impertinente risposta: quanti film avrebbe fatto nel corso della vita? L’illustre amico, che non voleva lo si chiamasse mago, prima assorto poi pacato gli confidò il totale esatto. Non uno di più non uno di meno. Federico non la prese bene e come un principiante si sforzò di obiettare ingenuo all’evidenza matematica.

«Così pochi?».
Gli sembravano pochi già nel 1962.
Il sensitivo aggiunse: «Sì, ma belli».

Lui annuì scontento. E decise da allora di centellinarli. Di farli i film, sì, perché erano la sua vita. Ma questa stessa vita veniva limitata proprio dai film. Una vita stretta in una certa quantità di film, non di più. La qualità era fuori discussione. In ciascuno metteva cura e capriccio, calma e parsimonia. La fretta gli sarebbe stata fatale. Bastava un film per accelerare il decorso della vita.

8½ gli sembrò la corretta somma provvisoria dell’epoca, considerando mezzi quei film che non potevano valere uno: andavano calcolati come suoi solo per metà, o perché troppo brevi per fare uno. Al riparo nel cono d’ombra di una sicurezza fragile per anni avrebbe potuto prendersela comoda. Solo con il Mastorna il motivo concreto di mandarlo all’aria fu un altro. Lui non c’entrava. La faccenda era diversa, delicata, molto seria. Per tutti gli altri sì, ci aveva messo del suo nel rallentare.
Il segreto per sopravvivere era aritmetico. Bastava non affrettarsi in vista del traguardo. O dell’ultimo film. Nessuna dilazione. Nessun ritardo sulla tabella di marcia gli era stato concesso.

L’ingorgo nel centro di Roma lo blocca ma non gli facilita il conteggio. Dieci anni dopo 8½ Gianfranco aveva scritto persino un articolo nel libro su Amarcord. Neanche a farlo apposta: Fellini 15 e ½ e la poetica dell’onirico.

Il conto alla rovescia, mai arrestatosi, nella sua mente era ripartito leggendo che da otto era arrivato a quindici. Senza dimenticare quel mezzo, che non aveva ben chiaro se gli convenisse può detrarlo o aggiungerlo. Poco importa, mezzo o uno. Il fatale novero di film in coda a un paio di decenni eccolo inevitabilmente compiuto: calcolando e ricalcolando, sommando anche i mezzi film, l’anno prima La voce della luna è stato l’ultimo. Non resta che ammetterlo nel malinconico silenzio invernale che accompagna lo sguardo rivolto alle persone ignare della sua pena segreta. Dietro i finestrini velati dal vapore quelle persone immobili non possono capire.

Federico si consola. Sente nel luminoso 17 gennaio 1992 di poter almeno accettare la pubblicità per la banca, tanto i tre che gli sono stati proposti sono film, sì, ma di pochi minuti. Meno di un’unità.

L’auto è arrivata sotto il Campidoglio. Ci sono tutti. Colleghi, amici, giornalisti lo accolgono come il vero ospite d’onore. Finalmente si avvia tagliando clamorosamente in due la sala con gesto umile delle mani. Punta diritto su Martin colpito da questo arrivo ad effetto, alla Wanda Osiris. La cerimonia dura ancora per poco. Si direbbe che l’abbiano atteso per chiuderla. Il pubblico viene dirottato verso le uscite laterali. Svettando sul piccolo collega italoamericano, Federico ha ottenuto l’ampio salone adiacente tutto per loro due. E per quella domanda. Esita. Un giovane devoto li ha seguiti in processione passando inosservato e superando involontariamente gli ostacoli umani. Forse è stato scambiato per un pezzo di arredamento.
Ė rimasto scolpito davanti a loro con un’agenda in una mano, una biro nell’altra. Federico le prende di scatto, perde il cappuccio della penna, spazientito dal contrattempo lo raccoglie e autografa la prima pagina a tiro.

«Come ti chiami?».
Trascrive il nome e aggiunge «Buona fortuna».
La stessa che invocherebbe lui per primo. Sia pure spiato a distanza dall’imprevisto spettatore, torna a fissare suadente il collega che bontà sua si sforza di parlare un po’ un italiano inconsueto per togliere il maestro italiano dall’incombenza di un inglese intermittente. Sembrano capirsi.

Il punto è questo: l’autore di Goodfellas, in Italia tradotto malamente Quei bravi ragazzi, lo sa che «Fellas» è esattamente il soprannome usato da Federico quando da giovane collaborava nella bottega artistica di «Febo», Demos Bonini, con caricature e ritratti veloci?
«Io firmavo “Fellas”, chissà perché, e facevo il disegno. Bonini che era un vero pittore ci metteva i colori. Mi chiedevo se quel tuo “Good”, seguito da “Fellas”, c’entri con me. Così, per pura curiosità».
«Good “Fellas”» ripete Martin.
«Sì, il “buon” Fellini» aggiunge lui.

L’ultimo suo film è proprio Goodfellas. Martin, lieto in volto, si sforza di assentire meravigliato.
Federico adesso più che mai è convinto che il ultimo pare debba restare La voce della luna. Sorride. Non è per niente sicuro che l’altro abbia compreso la domanda. Ma non insiste.

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