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Nella antica città di Bari il pesce si vendeva direttamente in riva al mare. I gozzi, come già da allora si chiamavano le piccole imbarcazioni di legno perché somiglianti al patologico gozzo tiroideo, uscivano all’alba e tornavano nel primo pomeriggio con il pescato. C’erano poi pescatori di ricci, tartufi, datteri di mare e altri molluschi vari, di solito giovani, che si tuffavano e raccoglievano dai fondali marini questi prelibati molluschi che vendevano al momento. Un brutto giorno una decina di imbarcazioni usciti e rientrati regolarmente con il mare calmo, non avevano pescato niente, e niente avevano preso i giovani tuffatori.

Sembrava che il pesce e i molluschi fossero spariti dal mare! L’evento continuò anche nei giorni seguenti e per un intero mese tanto che la città rimase senza pesce e i pescatori baresi, per la prima volta nella loro storia, conobbero la crisi economica e i relativi problemi di sopravvivenza, perché allora non c’era la cassa integrazione. Naturalmente tutti, cominciando da Mezza Scapola, console reggente, si rivolsero a Dionigio e, questi, immediatamente all’indovino barese Glauco, per conoscere il motivo del vuoto marino e cosa si potesse fare. Glauco come facevano un po’ gli Oracoli parlò in modo incomprensibile affermando che la colpa di quello che stava accadendo era dei Baresi e che solamente loro potevano rimediare tenendo conto dei voleri che gli dei, Nettuno in testa, desideravano che essi seguissero. Dionigio allora pensò di andare da suo padre Giove per saperne di più, e allora alzò lo sguardo al cielo e lo pregò di inviargli subito il cavallo alato. Pegaso giunse dopo dieci secondi, Dionigio gli salì in groppa e, dopo cento secondi, era al cospetto del Signore dell’Olimpo. C’erano tutti gli dei tranne Nettuno dio del mare assente giustificato. Infatti in quel momento il dio con il Tridente era intento a dividere la strada che collegava l’Arabia all’Egitto per creare un canale artificiale che allora venne chiamato Canale dei Faraoni, e che poi divenne il Canale di Suez. Questo canale di acque avrebbe dovuto impedire ai pedoni religiosi islamici ed ebrei, chiamati già da allora Imam e Rabbini, di giungere in Egitto e diffondere le loro religioni. Infatti l’Islamismo e l’Ebraismo, insieme alla nascente religione cristiana, scopiazzatrice quest’ultima dei riti religiosi egizi e persiani, stavano mettendo in crisi il Paganesimo e il culto degli dei. Per questo Giove aveva incaricato Nettuno di fare qualcosa per impedire agli arabi musulmani d’attraversare l’Anatolia, il Paese dove sorge il sole oggi chiamato Turchia, per arrivare alle isole greche e da lì in Italia e diffondere il loro credo. E Nettuno facendo smuovere le rocce con un maremoto e terremoto provocato dal suo tridente che funzionava con la potenza di centomila odierni martelli pneumatici, creò due sponde e, fra queste, il mare che, come si è detto, si chiamò Canale dei Faraoni. Se qualcuno di questi religiosi poi attraversava il canale con barconi e navette, mescolandosi con gli schiavi ci avrebbero pensato Eolo e Zefiro con i loro suo soffi di vento a portare al largo le imbarcazioni e farle naufragare con il loro contenuto umano di ebrei, islamici e cristiani.

Dionigio dunque fu costretto ad aspettare il dio Nettuno fino a sera e, nel frattempo, con Bacco, Mercurio, Marte, Vulcano e Plutone, questi ultimi due in momentanea vacanza sull’Olimpo, si mise a giocare alla Passatella mentre Giove e Giunone guardavano divertiti. Dionigio, come faceva in Bari vecchia con qualche suo permaloso amico, si accordò segretamente con gli altri dei affinché non si desse da bere a Bacco. Tutti gli dei furono d’accordo. Le Ore, divinità femminili dell’Olimpo, imbandirono la tavola appoggiandovi sopra vassoi dorati contenenti salsiccia secca e provolone piccanti, olive in acqua di salamoia dell’Apulia, per provocare la sete ai giocatori. Fecero poi scomparire altre bevande e l’acqua perché, come Dionigio aveva loro insegnato, a quel gioco non potevano esserci altre bevande oltre al vino, e ai giocatori era inoltre vietato alzarsi dal tavolo di gioco fino al termine dello stesso.

Giove e Giunone fungevano da arbitri nel caso fossero insorte dispute.
Fecero la conta e i primi due dei a fare da padrone e sotto del gioco, furono Mercurio e Vulcano che bevvero il loro quarto di vino a testa. Nella seconda mano comandò il gioco Dionigio che dette da bere al suo vice, ossia al dio Marte; il terzo giro fu vinto da Plutone che, invece di offrire il quarto di vino a Bacco, suo vice, si scolò da solo mezzo litro di vino, cosa che le regole del gioco gli consentivano di fare. Bacco naturalmente, non capendo il comportamento di Plutone, ci rimase molto male e sicuramente si sarebbe vendicato per l’affronto ma, tant’è, il gioco è gioco e le regole vanno rispettate! Alla quarta mano di conta venne fuori una discussione perché secondo Bacco il suo collega Vulcano aveva messo giù la mano tutta aperta e, pertanto il numero visibile era un cinque, quante sono appunto le dita della mano, numero che avrebbe consentito a lui di fare da padrone a quel giro di gioco. Però Marte contestò questa tesi affermando che Vulcano aveva il primo dito, ossia il mignolo, non tutto aperto ma piegato all'indentro e, pertanto, il numero da conteggiare era quattro, e padrone di quel gioco doveva essere lui perché stava seduto accanto e prima di Bacco. Il dio del vino allora chiese direttamente a Vulcano quale numero lui avesse buttato giù, ma questo intervento di Bacco non fu giudicato legittimo da tutti gli altri perché la risposta di Vulcano sarebbe stata condizionata dal fatto che spesso Bacco portava giù nelle officine del dio, vino freddo per rinfrescargli la gola, e in cambio riceveva dal dio del fuoco preziose carrozze per le sue feste baccanti. Insomma fu intravisto un evidente conflitto di interesse e, pertanto, tutti richiesero l’intervento di Giove e Giunone.

Giove dette ragione a Marte, mentre Giunone che a suo figlio dio della guerra non lo poteva sopportare dette ragione a Bacco.
La situazione era di stallo, senza vinti né vincitori.
Bacco intanto era sempre più nervoso perché il provolone e la salciccia piccanti, uniti alle olive salate gli avevano seccata la gola al punto che chiese il permesso di allontanarsi con la scusa di andare a fare la pipì per poter bere di nascosto. E già perché gli dei dell’Olimpo facevano i loro bisogni come tutti i mortali.

Ma alla sua richiesta Marte, guardando il regolamento del gioco che Dionigio gli porse, si oppose e Bacco fu costretto a rimanere seduto al tavolo. Ormai il dio del vino era fuori di senno, voleva assolutamente bere e minacciò tutti gli altri dei che se non gli avessero dato del vino, non avrebbe prodotto il prezioso nettare per dodici anni, quanti erano loro. A questo insano proposito gli rispose Marte che minacciò Bacco di evirare tutti i suoi Satiri, primo fra tutti Priapo, in modo da creare scompiglio fra tutte le donne e le sue baccanti che, in questo caso, lo avrebbero abbandonato per sempre, ponendo fine alle sue baldorie.

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