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Ecco a voi Scorrano città delle luminarie

Franco Chiarpei e S. Domenica

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Al passaggio della statua di Santa Domenica traballante sulla portantina ricoperta di fiori, pennacchi e rosari, gli occhi dei fedeli si fan lucidi. Tra squilli di tromba e marce di Verdi, stendardi e gonfaloni, tutti cercano almeno una volta di avvicinarsi alla statua per accarezzarla e poi baciarsi le mani o farsi il segno della croce. Altri sollevano i bambini più piccoli per fargli sfiorare il vestito o si accalcano per spillarle addosso banconote da 5 e 10 euro.

Dai balconi la gente applaude e butta coriandoli e fiori, esplodono botti e mortaretti, il profumo d’incenso si mescola all’odore di polvere da sparo. Sto seguendo la processione che si svolge ai primi di luglio in onore di Santa Domenica, la patrona di Scorrano, il paese conosciuto come “la capitale delle luminarie”. Stasera, per vedere lo spettacolo delle luminarie più alte del mondo, sono in arrivo cinquantamila persone. In Puglia fuochi d'artificio e luminarie incorniciano da sempre le feste patronali, ma a differenza dei primi, che dopo una fugace apparizione si lasciano morire nel buio in una silenziosa cascata di luci, le seconde illuminano il paese dall'imbrunire a notte inoltrata, per diversi giorni, dando all’incantamento il tempo di pervaderci. Il corteo preceduto dalla banda musicale, carabinieri in alta uniforme e parroco con reliquiario in mano, è partito un’ora fa dalla Chiesa Madre dopo la Messa che ha dato il via alle celebrazioni. Mentre assistevo alla funzione osservavo lungo la navata centrale, i banchi dove erano sedute le donne più anziane, percorsi dall’incessante sfarfallio dei ventagli.

Quel continuo sventolare mi ha fatto ripensare a un oggetto regalatomi da un amico salentino, un ventaglio devozionale: un semplice bastoncino di legno a sostegno di una bandierina di cartone, sulla quale è stampata l’immagine di San Rocco da una parte e di Santa Marina Vergine dall’altra. Di solito, questi oggetti artigianali e di poco prezzo, ormai rari, erano venduti fuori dalla chiesa prima che la Messa iniziasse; la presenza di San Rocco su un lato della bandierina era una costante, sull’altro il Santo cambiava di volta in volta secondo la ricorrenza. Penso che nella sua semplicità, un ventaglio devozionale fosse più mistico e sobrio di un ventaglio tradizionale, tutto avorio e merletti, dietro al quale sguardi ammiccanti o messaggi di diniego venivano abilmente celati. La Chiesa Madre di Scorrano, parte di un edificio risalente al XVI secolo, è affiancata dalla Congrega della Purificazione e dal maestoso palazzo ducale che per le celebrazioni di Santa Domenica viene aperto al pubblico.

Stamattina dopo la Messa, quando la statua della Santa era già stata issata sulla portantina in mezzo al tripudio generale, ho visto il parroco e tutta la delegazione ecclesiastica dirigersi, prima di dare l’avvio alla processione, nell’androne del palazzo attiguo dove su quattro inginocchiatoi e circondati dalla gente stipata che applaudiva, stavano genuflessi il duca di Scorrano, la duchessa e i due figli, aspettando di essere benedetti. Solo dopo la loro benedizione, la processione è partita. Man mano che si procede per le vie di Scorrano i fedeli che seguono il corteo aumentano di numero, giovani, anziani, bambini in carrozzina, turisti stranieri; in certi vicoli stretti come un paio di spalle, ci si muove avanzando in fila indiana e calpestando volantini multicolori sui quali leggo – Santa Domenica prega per noi – o – W Santa Domenica – Quando la processione raggiunge piazza Vittorio Emanuele dove stasera si terrà lo spettacolo, il montaggio delle luminarie è quasi ultimato, in cima a una scala è rimasto solo un paratore ancora indaffarato a montare un enorme giglio.

Pali di legno dipinti di bianco alti più di trenta metri, a sostegno di stelle e cuori che compongono a loro volta castelli e portici, si ergono davanti a un cielo blu cobalto. Le migliaia di lampadine ancora spente, sotto la luce abbagliante del mattino, fanno sembrare la piazza imperlata di cristalli di zucchero. Sulle note Verdiane di – Oh patria mia – suonate dalla folta banda musicale scorranese, lascio momentaneamente la processione per raggiungere le mura meridionali della città sotto le quali, in una notte imprecisata del 1600, è apparsa al popolo Santa Domenica. Dopo aver attraversato tutto il centro storico, il corteo arriverà qui dove il sindaco consegnerà le chiavi della città alla Santa Protettrice, il momento culmine della cerimonia. La gente che aspetta sotto il sole l’arrivo della processione è nervosa, ci si passa bottigliette d’acqua fresca, qualcuno esce di casa e offre fette d’anguria; il servizio d’ordine, in uniforme verde acido, fatica ad arginare la calca. Preceduta dalle autorità civili, militari e dal gonfalone dell’Apostolato della Preghiera, la portantina con la statua della Santa giunge finalmente alla meta.

Attente a non perdere una sola parola del discorso del sindaco, le persone accalcate lungo la via, sudate e sfinite per il gran caldo, sono immobili in un religioso silenzio; al bambino insofferente che chiede qualcosa, la mamma risponde strattonandolo – Cittu tu! – Ma ho l’impressione che sia un silenzio che sta per esplodere. Infatti, quando il parroco dopo aver ricevuto dal primo cittadino le chiavi della città e averle solennemente posate ai piedi della statua, alza il reliquiario al cielo, Scorrano esplode, il misticismo diventa spettacolare. I fedeli esultano e applaudono, gli occhi commossi si riempiono di lacrime, quasi ci trovassimo di fronte a un grandioso spettacolo naturale o a una vittoria sportiva. A fare da contrappunto a tanta appassionata commozione, sento i botti scoppiare all’unisono in un’assordante sequenza che invade la strada e il cielo, come sotto un bombardamento.

In attesa dello show di luminarie che si terrà questa sera la gente si ritira, i musicisti della banda si aggirano per la strada con l’uniforme sbottonata e i tromboni sottobraccio. Stordito dal sole abbagliante m’incammino per le vie del paese, sospese in una quiete senza tempo, tra vicoli, cortili e piazzette. Davanti all’uscio di casa, un uomo in canottiera coricato su una brandina, guarda la televisione e sonnecchia; in un cortile poco lontano, sotto l’ombra di un limone, quattro donne chiacchierano e giocano a carte. Persino l’automobile parcheggiata lungo la via sembra addormentata. Giungo in piazza Vittorio Emanuele nel tardo pomeriggio, ai piedi delle luminarie non ancora accese la gente si sta già accalcando. Mi aggiro tra le bancarelle: ceci toscani, lumache tunisine, lupini, fave, taralli. La merce in vendita, disposta dentro sacchi di juta, sembra quella di un mercato asiatico dove lo scapece che vedo in vendita, una ricetta gallipolina di un giallo intenso a base di pesce fritto e zafferano, sarebbe sicuramente apprezzata.

La moltitudine di persone che adesso sta riversandosi in piazza è impressionante, avanzo con difficoltà tra carrozzine, bambini che mangiano il gelato, coppie smaniose di scattarsi selfies. Nel momento in cui da un altoparlante viene finalmente annunciato in italiano, inglese e francese, l’inizio dello spettacolo, le luminarie accompagnate da un impetuoso crescendo musicale e da uno scroscio di applausi, esplodono in tutto il loro splendore. Castelli, piramidi, portici e guglie, fino a poco fa solo gigantesche impalcature bianche, prendono vita, si animano di straordinari effetti e giochi luminosi che sincronizzati sulle note incalzanti di Star Wars, colorano i volti del pubblico di fucsia, viola, arancio.
Giganteschi cuori iniziano a battere al ritmo di una romantica canzone casalinga; lungo una strada laterale, seguita dalla musica di “Così parlò Zarathustra” si accende un boulevard che grazie all’elettronica 3D sembra non aver fine. Al termine dello spettacolo, mentre mi allontano dalla piazza, sosto un momento davanti a un furgone della fabbrica di luminarie De Cagna, con le due fiancate rivestite dalle fotografie degli allestimenti più famosi: una Torre di Pisa e un Tower Bridge a destra, una Tour Eiffel e una Cupola di San Pietro a sinistra.

Sul retro, in caratteri luminescenti, il nome della ditta.

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