Martedì 11 Agosto 2020 | 11:53

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Fu soltanto nel 1879 che l’agglomerato di casupole dal tetto di paglia, conosciuto come Saline di Barletta, prese il nome di Margherita di Savoia. In quel nucleo di pagliai abitava la comunità di operai impiegati alla salina, oltre a uno sparuto gruppo di condannati ai lavori forzati mandati lì anche loro a spalare sale. La zona era poco salubre, senz’acqua corrente, né fogna.

In un articolo della rivista “Nuova Antologia” del marzo 1897, l’onorevole De Cesare scriveva: “Quella Salina rappresenta una vera ricchezza dello Stato, mentre la sua popolazione, così paziente e laboriosa, senza territorio né strade, è condannata alla miseria… Quella gente ancora spera di avere un territorio che emerga dalla palude”. Estese su una fascia di venti chilometri, le saline sono oggi considerate le più importanti d’Europa, riconosciute come Riserva Naturale dello Stato e zona umida di valore internazionale. Dopo aver preso un appuntamento con l’azienda che gestisce l’impianto per l’estrazione del sale, sono partito in una limpida giornata di fine estate alla volta di Margherita di Savoia, della quale vedo già spuntare all’orizzonte le prime case con la linea costiera del mare alla mia destra e più a nord, evanescente nella luce del mattino, il contorno frastagliato del Gargano. Margherita è una cittadina lunga e stretta di circa tre chilometri, attraversata perpendicolarmente da una moltitudine di vicoli che dipartendosi direttamente dalla spiaggia sbucano in prossimità dei bacini di sale alle spalle del paese.

In queste viuzze, tutte composte da basse abitazioni a uno o due piani, il vento che giunge direttamente dall’Adriatico s’incanala fischiando e portando con sé la necessaria frescura alle saline, un singolare sistema di aereazione concepito negli anni ‘30. Con il vento il sale diventa più duro e la qualità migliora. Davanti al numero 90 di Corso Vittorio Emanuele, un austero palazzo anni ’50 sede dell’ATI Sale, mi fermo ed entro. Viene a ricevermi una giovane signora bionda, responsabile delle relazioni esterne, fasciata in un elegante doppiopetto nero sul quale brilla un distintivo dell’azienda. Dopo una breve presentazione terminata con un laconico – Sta per arrivare una persona che l’accompagnerà, intanto mi segua – scendiamo al piano di sotto per una sosta al piccolo Museo del Sale, visita dalla quale, mi fa capire la signora, è impossibile esentarsi. Nella stanza sono raccolti ogni sorta di reperti: formazioni cristalline dalle insolite dimensioni, antichi attrezzi di lavoro utilizzati dai salinieri, e una fila di confezioni di sale comunemente in vendita sugli scaffali dei supermercati.

Appese alle pareti, delle vecchie fotografie in bianco e nero testimoniano il lavoro che si svolgeva qui fino a ottant’anni fa, quando il prodotto raccolto a mano veniva allineato in bianchi cumuli dalla forma conica, che posso facilmente immaginare collocati in una galleria d’arte come una installazione di land-art. In compagnia di Salvatore, il fotografo naturalista al quale sono stato affidato, m’incammino verso i bacini di sale, immersi in un diffuso e puro silenzio. Alto di statura e fornito di un curioso pizzetto brizzolato, Salvatore conosce bene il territorio; quando era bambino veniva a giocare a pallone con gli amici nei bacini in disuso, e tornando a casa raccoglieva per la sua collezione le piume di fenicotteri e trampolieri portate dal vento. Salvatore è un appassionato birdwatcher. Procediamo lungo gli argini che circoscrivono le immense vasche evaporanti allagate con acqua marina che dall’Adriatico è spinta periodicamente fin qui mediante l’ausilio di potenti idrovore.

Nell’arco di quattro anni quest’acqua evaporerà completamente, lasciando i bacini ricoperti da una bianca spianata di cristalli pronti per la raccolta. Questo lento processo di evaporazione dalla terra al cielo, mi sembra sia come un passaggio dal materiale allo spirituale e conferisca al sale un carattere trascendente la sua condizione di bianco cloruro di sodio. Ci avviciniamo a un vasto bacino punteggiato di fenicotteri, Salvatore cambia l’obiettivo. – Parla piano – mi dice sottovoce. Siamo a una ventina di metri dagli uccelli, un leggero alito di vento increspa la distesa luccicante dell’acqua e arruffa le piume rosa degli animali intenti a mangiare. Come al cospetto di un Eden celeste, rimaniamo muti contemplando il panorama, saziandoci di quell’armonia che solo certi scenari naturali possono offrire. – Siamo dei privilegiati – dice Salvatore. Molti fenicotteri sono fermi nell’acqua su una gamba sola, altri zampettano con cautela sondando il basso fondale in cerca di cibo, altri ancora si librano in un volo leggero, come vaporose nuvole rosa che si dissolvono all’orizzonte.

Non riesco a immaginare gli antichi romani che facevano strage di questi volatili per cibarsi di quella che consideravano una prelibatezza, la lingua. Attraversato un ponticello sdrucciolevole, procediamo lungo sentieri sabbiosi, bassi acquitrini e argini di fango indurito dalla salsedine. L’area dove il materiale raccolto viene depositato in attesa di essere portato alla raffinazione, è una vasta spianata deserta dove il suolo, ricoperto da uno spesso strato di sale solidificatasi negli anni, fa pensare ai terreni della Siberia rivestiti da una dura coltre di ghiaccio.

Al centro di questa pianura si erge solitario un bastione bianco dall’aspetto invalicabile, le cui pareti s’innalzano solenni verso il cielo per una ventina di metri, una montagna sacra che racchiude tutto il valore simbolico del sale. Penso al ruolo che il cloruro di sodio ha svolto nel corso della Storia e alle leggende che l’hanno accompagnato: nell’antica Roma, la paga giornaliera dei soldati era il salarium, un pugno di sale; il corpo di San Marco trafugato da Alessandria d’Egitto, giunse a Venezia occultato in un carico di sale; sul capo dei neonati era usanza spargere un poco di sale quale auspicio di futura saggezza; rovesciare il sale significava rompere il legame con la protezione divina, forma di superstizione dalla quale neanche Leonardo da Vinci si sentì affrancato quando, nell’Ultima Cena sotto il gomito di Giuda, dipinse una piccola saliera rovesciata. Da questa zona sono occorse due ore abbondanti per raggiungere a piedi il piccolo borgo costruito nel secolo scorso che ospitava gli uffici e alcuni locali disadorni dove i salinieri si ritrovavano a fine giornata per giocare a carte, a biliardo o ascoltare il giornaleradio. In questo villaggio, che per ampi tratti ricorda una desolata cittadina del Far West, sorge un edificio degli anni ’30 adibito allo stoccaggio del sale raffinato pronto per la consegna, una costruzione dalla mole incombente, un reperto di archeologia industriale. Per la sua realizzazione fu ingaggiato Pierluigi Nervi, uno dei più illustri ingegnieri italiani, collaboratore di Le Corbusier e Louis Kahn.

Dall’esterno, il “Capannone Nervi” salta all’occhio per la sua dimensione monumentale e l’aspetto fatiscente, vetri rotti, tubazioni corrose, muri scrostati. Ma è superando la soglia invasa dalla vegetazione e alzando lo sguardo verso la volta dell’edificio che si è colti dalla vertigine: una serie di eleganti arcate in calcestruzzo a sostegno della copertura, attraversano il capannone da parte a parte, per tutta la sua lunghezza, dando l’impressione di essere sotto le centine di una gigantesca barca capovolta e trascinata qui dalla forza delle acque. Avanziamo a tentoni, facendoci largo tra migliaia di scatole di sale impilate su bancali di legno ricoperti da fogli di plastica. – Una volta questo posto brulicava di salinieri con sacchi di cinquanta chili sulle spalle e la schiena fradicia. – La voce di Salvatore rimbomba nel vuoto, il suolo, sporco di terra e sterco di gallina, è bagnato dall’ultima pioggia.

Il “Capannone Nervi”, progettato da un maestro del modernismo, è oggi un animale morente. Fuori dall’edificio la luce accecante del pomeriggio ci coglie di sorpresa. Dopo aver salutato Salvatore, mi rimetto in macchina sulla via del ritorno, non prima di aver fatto una ultima sosta alla foce del fiume Ofanto che vedo adesso scivolare in un melmoso silenzio verso il mare. M’incammino lungo la sponda fangosa, tra bottiglie di plastica e impronte di cinghiali. La ragione di questa mia deviazione è per vedere ciò che è rimasto della teleferica, costruita nel 1955 e in uso fino agli anni ‘80, che dalle saline di Margherita di Savoia fino al porto di Barletta, trasportava i carichi di sale, per tredici chilometri. Questa è l’unica zona dove sono rimasti in piedi i pilastri lungo i quali centinaia di carrelli viaggiavano avanti e indietro. Vederli adesso persi nella desolazione della campagna, senza più i vagoncini sospesi e i cavi di collegamento, ma ancora eretti verso il cielo, i pilastri sembrano militi immobilizzati nell’estenuante attesa di una battaglia.

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