Venerdì 03 Luglio 2020 | 21:06

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CEGLIE MESSAPICA - Ceglie immersa nella controra, uno di quei luoghi dove è facile perdersi. Non solo per la sinuosa rete di vicoli apparentemente tutti uguali, ma anche per il profondo silenzio che invade il paese. Un silenzio metafisico che fa smarrire, mentre passeggio per il quartiere medievale, la più comune cognizione del tempo e che accentua ogni singolo sporadico rumore: il gracchiare di una radio, il lamentoso miagolio di un gatto, la monotona suoneria di un telefono. Procedendo per i vicoli mi ritrovo in piazza Plebiscito affogata in una luce accecante, dove appoggiato al muro e seduto fuori dai bar c’è soltanto qualche anziano con coppola nera e camicia bianca. Nelle mie ricerche ho scoperto che i quattro orologi della torre campanaria, costruita a fine ‘800 dai fratelli Gioia, soprannominati i verri, erano caricati manualmente mediante un complicato sistema di contrappesi; inoltre, durante la prima guerra mondiale, il bronzo delle campane, smontate e portate in fonderia, venne utilizzato per la costruzione di tre cannoni a lunga gittata. Fu necessario attendere un decennio prima che le nuove campane venissero installate. Mentre cerco d’immaginare questo silenzio irreale infranto dal loro rintocco, avverto provenire da una strada le note gravi di una marcia funebre seguite da una banda musicale e da un piccolo corteo: un domenicano in preghiera, il feretro e i congiunti in fila indiana.

D’improvviso un uomo vestito di stracci attraversa la piazza e si avvicina claudicando alla processione, mimando gesti osceni diretti alla bara e ai familiari. Dalla bocca spalancata perde bava, si sbraccia nel vuoto, colpisce selvaggiamente l’aria e sputa. Le sue grida silenziose non sembrano infastidire i presenti che riconoscendolo fanno finta di niente. Mentre lo guardo gesticolare, ripenso a un personaggio che Jean Genet cita in un suo libro: una figura alla quale i congiunti del defunto chiedevano di interpretare, in testa al corteo, le imprese del proprio caro, il mimo funebre. – Hai urinato stamattina? – biascica l’uomo vestito di stracci che nel frattempo è venuto a sedersi vicino a me. – Sì – e gli offro una sigaretta. Raggiunta la Chiesa Madre, una collegiata del XVI secolo dedicata a Santa Maria Assunta, il corteo si ritira a pregare; i suonatori della banda, appoggiati gli strumenti musicali sui gradini del sagrato, aspettano fumando il termine della funzione.

Mi siedo vicino a loro, rimanendo in ascolto del canto funebre che giunge alle mie orecchie dall’interno dell’edificio, una lamentazione dal sapore arcaico. A Messa finita, quando la bara, i parenti e il parroco sfilano verso l’uscita lasciando la chiesa vuota, entro. In una nicchia della navata sinistra scopro una magnifica statua lignea a grandezza naturale dell’Addolorata. Di provenienza spagnola, paese dove la devozione per la Virgen de las Angustias è tra i culti più sentiti, la statua è abbigliata con una casta sobrietà: un vestito di pizzo interamente nero e un velo dello stesso colore che le copre il capo. La spada, che solitamente in queste statue è conficcata nel cuore qui è assente, così come sono assenti l’aureola e i ricami dorati sulla veste e sul velo. Fuori dalla chiesa m’infilo per i vicoli del borgo, entro negli androni deserti, nei cortili vacui, dove la Storia e il tempo trasudano dai muri, dai selciati sdrucciolevoli, dagli intonaci striati di verdi macchie di umidità.

Archi, stemmi gentilizi e volte, si accavallano in insolite composizioni architettoniche mentre piante spontanee si fanno strada lungo i gradini di enigmatiche scale che accedono al nulla. Alla fine dell’800 la gente se n’è andata da qui, lasciando il borgo medievale in mano al degrado. Solo negli ultimi vent’anni, con l’arrivo di turisti stranieri, l’apertura di ristoranti gourmand e dell’Accademia di Cucina, il quartiere ha ripreso a vivere. Malgrado questo, il silenzio che ancora avvolge il borgo, ormai una entità fisica, sembra rallentare il corso del tempo. Nella via che risale verso il castello scorgo, stritolata tra le case, l’antica chiesetta dell’Annunziata, una costruzione che si nota appena ma che in età medioevale era il luogo di culto di tutto il rione, dove si officiava con rito greco e dove la comunità, inginocchiata con i volti illuminati dalle fiaccole, si riuniva a pregare. Al suo interno è ospitata una statua di San Giuseppe in cartapesta: una tecnica povera, che assemblava carta, stracci e paglia, ma i cui risultati, statue di Madonne e Santi, erano ricercati dal clero cattolico di Spagna, Francia e America fino allo scorso secolo.
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale il settore entrò in crisi e molti laboratori cessarono l’attività. Solo recentemente si è visto un ritorno d’interesse per i manufatti in cartapesta: a Lecce come in altri centri salentini, si sono aperte nuove botteghe, sono sorti workshops e laboratori, ma nella maggior parte dei casi la produzione si limita a statuine per il presepe, bambole, maschere o composizioni floreali. Raggiungo il castello dove all’interno della pinacoteca sono conservate le opere di Emilio Notte, pittore cegliese amico di Marinetti e Carrà. La sua tavolozza, composta da ocra, grigi, seppia e marroni, rispecchia l’atmosfera dell’Italia prebellica, scevra di colori accesi. Dai quadri di nudi appesi alle pareti, emerge un senso di profonda rassegnazione, gli interni alle spalle delle figure dipinte, sono umili e disadorni, la luce poca.

Dal dinamismo futurista, il pittore di Ceglie prende subito le distanze; al mito della velocità e della guerra, antepone il mondo contadino con le sue lentezze e i suoi riti: i soggetti diventano «Gli sterratori», «Popolane al mercato», «La distribuzione del pane». In una fotografia vicino all’uscita della pinacoteca, l’artista è ritratto già anziano, con sguardo assorto, un sigaro tra le dita e la lunga barba bianca che lo fa sembrare un personaggio biblico.

Lasciatomi Emilio Notte alle spalle mi fermo su una panchina nella Piazza Vecchia che mi appare ora come un salotto raccolto, dove due platani e una palma trovano dimora. Sono le sei del pomeriggio, il cielo si tinge di pennellate violacee, il tramonto inizia a dare spettacolo. Per essere osservata nelle sue infinite varianti, la luce ha bisogno del buio: quella accecante di un faro o quella tremolante di una candela necessitano, per mostrarsi nelle loro diverse intensità e sfumature, di essere avvolte dall’oscurità o dalla penombra, e anche la luce del sole, è al crepuscolo o dopo i primi chiarori dell’alba che si colora delle tonalità più languide.

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