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Giornata estiva a Torre Colimena

Costa incontaminata, le poche barche a remi ormeggiate sembrano galleggiare lì da anni

Giornata estiva a Torre Colimena

L'ultima volta che venni a Torre Colimena era inverno. Le onde dello Jonio si abbattevano con un rumore assordante sugli scogli, schizzando acqua e salsedine contro le finestre del ristorante dove io, Oleg e Viktor, i due amici russi che mi accompagnavano, eravamo seduti in attesa che Pompilio, l’anziano proprietario della verace trattoria pieds dans l'eau chiamata la Zattera, ci venisse a servire. Quando il boato del vento faceva tremare i vetri, tutti e tre ci voltavamo verso il mare interrompendo la conversazione e rimanendo qualche istante in silenzio come ammaliati dagli spruzzi delle onde che si scomponevano in un delicato scintillio iridescente.

Star seduti da Pompilio fino a pomeriggio inoltrato ad ascoltare Egon e Viktor parlare d’icone e letteratura russa col mare in tempesta e il vento che sibilava da ogni fessura, mi aveva fatto apparire quel remoto paesino di pescatori come un posto destinato a profonde emozioni, ancora da esplorare. Ripenso a quella giornata invernale mentre sto ritornando in piena estate a Torre Colimena, uno delle poche località della costa Jonica non ancora violata dall’abusivismo selvaggio, che ospita da cinque secoli una torre aragonese e dagli anni ’70 un pugno di case bianche, qualche ristorante di pesce, e un porticciolo dove le poche barche a remi ormeggiate sembrano galleggiare lì da anni.

L’atmosfera che si respira è quella di un luogo agli estremi confini del mondo, dove il tempo scorre senza lasciare traccia. In cerca di un bar mi aggiro nelle prime ore di luce per le bianche viuzze del centro abitato immerso in un fitto silenzio, via dei saraghi, via delle murene, via dei granchi. Trovo infine aperto il Caffè da Arturo, proprio davanti alla statua di Cristo Redentore, eretta in prossimità del mare e di una linda casupola in legno incoronata da tre bandiere italiane, la locale sede della Lega Navale. Seduto all’ombra di una tettoia fuori dal bar, mentre lo sguardo corre su un mare e un cielo sconfinati, divisi soltanto dall’evanescente linea dell’orizzonte, mi lascio inghiottire dalla quiete che avvolge il paese ancora assonnato, abbandonandomi per l’ennesima volta all’incontenibile ossessione del sud. – Accendo la macchina del caffè e le porto subito la colazione. Solo qualche minuto – dice il giovane barista sbadigliando.

Mentre bevo il mio cappuccino ornato da un cornetto ancora caldo, assisto al risveglio di Torre Colimena, una sorta di recita dove le mute figure che vedo muoversi simultaneamente, sembrano provenire da un mondo al rallentatore: chi alza la saracinesca del negozio, chi lava il marciapiede davanti alla porta di casa, chi scarica le cassette di pesce. Lascio il centro abitato per incamminarmi lungo un sentiero sabbioso che partendo dal porticciolo serpeggia alle spalle delle dune costiere. Non saprei dire se sia per i cumuli di posidonia arenatasi sulla riva o per la camminata tra i cespugli spinosi, ma l’ampia baia di fronte alla quale giungo dopo una buona mezz’ora, mi appare anche oggi, malgrado sia la metà di agosto, completamente deserta. Lo stanco sciabordio delle onde è un mormorio che si ode appena. Dopo essermi spogliato m’immergo nel liquido abbraccio del mare provando un senso di liberazione che non sentivo da tempo. Con bracciate regolari nuoto sempre più al largo, per poi fermarmi in mezzo alla baia a osservare, sotto un sole ormai abbagliante, la distesa cristallina dell’acqua, la pennellata di colline sullo sfondo e il cielo vuoto.

Quando nuoto, come quando cammino, colleziono impressioni, faccio scorta d’immagini, entro in un mondo parallelo dove spazio e tempo si espandono fino a toccare imprevedibili latitudini. Ritornato a riva mi rimetto lo zaino in spalla e proseguo la passeggiata lungo le dune, arrivando in uno dei luoghi più battuti della costa Jonica, Punta Prosciutto: un litorale di svariati chilometri dove durante la stagione estiva diecimila persone spendono la loro giornata. Essere arrivato qua risponde al desiderio che avevo di vivere la spiaggia nei suoi aspetti più estremi: intima e solenne qualche ora prima, congestionata e pulsante di umanità adesso, due modi diversi di sentire l’estate. Lungo questo accampamento interminabile, avanzo a passo d’uomo sentendomi, come scriveva Baudelaire, “un principe che si serve dell’incognito”. Sui corpi mollemente sdraiati al sole, vedo disegnati ogni sorta di tatuaggi: draghi, fiamme, serpenti, ma anche banali nomi di donna o incomprensibili ideogrammi orientali che a volte coprono l’intera schiena.

Oggi l’originario significato del tatuaggio è andato perso: l’appartenenza a una famiglia criminale, l’aver resistito all’umiliazione e alla reclusione in cella proteggendo il proprio onore, o l’essere vissuto per anni in mare a bordo di un mercantile, sono sempre state esperienze descritte sulla pelle con disegni che avevano un valore, che rappresentavano un codice. Penso ai cinque punti tatuati tra il pollice e l’indice della mano destra, per niente elaborati ma identificativi del tempo trascorso in carcere, dove quattro punti disposti a formare un quadrato simboleggiano le mura della prigione e il quinto punto tatuato al centro, il detenuto che nel carcere ha scontato la pena. Spesso coperto dalla camicia il tatuaggio non si mostrava a tutti, non veniva esibito.

I tatuaggi che invece osservo adesso, impressi su pance cascanti, su esili corpi di studenti ancora adolescenti o su ciarliere madri di famiglia, sono un affronto al mondo citato da Genet e Fassbinder, sono solo disegni, proiezioni di un’identità sognata, effimeri come un colpo di fard. Centinaia d’individui sono in acqua a chiacchierare, immersi fino alla vita sembrano pedine sulla superficie di una scacchiera; chi gioca a palla, chi a racchettoni, chi semplicemente si gode la giornata di sole, pochi sono quelli che nuotano fino al largo. A pochi passi da me una giovane coppia appena arrivata è tutta concentrata a piantare nella sabbia l’ombrellone, spingendolo con accanimento sempre più giù, come a marcare con ostinazione il riquadro di territorio appena conquistato. Assorto nelle mie riflessioni, non mi avvedo della tortuosa pista di biglie che un vivace gruppo di cinquantenni sta costruendo: inciampo, mi scuso, loro fan finta di niente ma si capisce che sono stizziti. In un bar sulla spaiggia mi siedo a prendere appunti e a osservare un gruppetto di donne che, agli ordini di due muscolosi trainers, si sta affrettando in mare per una dinamica sessione di acquagym.

Dalla riva i mariti filmano le sportive consorti che sguazzano felici sulle note musicali di Raffaella Carrà. Ordino un drink. Sta già cominciando a scendere il buio quando abbandono Punta Prosciutto per tornare verso Torre Colimena, lungo il sentiero percorso all’andata che adesso, avvolto nell’ombra, s’individua appena. Dalla spiaggia uno stormo di cormorani si alza in volo verso il mare aperto dove il sole ormai tramontato lancia gli ultimi bagliori. Seduto in mezzo alle dune osservo le pozze d’acqua salmastra increspate da una brezza leggera e, oltre l’orizzonte di colline, il lento affacciarsi del bianco disco della luna. Quando raggiungo Torre Colimena il paese è ormai luccicante di neon come una vecchia balera. Lo stanco ciondolare dei genitori che tornano a casa dalla giornata di mare insieme ai loro bambini, riempie la strada; ai loro piedi, ancora sporchi di sabbia i sandali, di tutte le fogge. Di gomma, di legno, di plastica. Nel continuo scalpiccìo di tutti questi sandali sbattuti con insistente indolenza sul marciapiede, avverto quel senso di appagamento che le famiglie avevano atteso per mesi: il suono dei sandali è il suono delle vacanze.

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