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Il contagio era cominciato quattro settimane prima con un tweet di Fernando Miguel Bodiben. «Non so dove siate ma ovunque voi siate sappiate che io ci sono.». Inizialmente era passato inosservato, ma poi l’influencer Paola Degagni l’aveva ritwittato con il commento «molto interessante», che nel suo codice comunicativo assai stringato voleva dire «stupefacente».
Da quel momento era iniziato il suo cammino inarrestabile in rete, insieme a quello dell’autore del quale in verità si sapeva assai poco, anzi niente. Tutti avevano provato a cercare notizie su Google, ma il suo nome era del tutto sconosciuto. La ricerca dava immancabilmente «0 risultati». Solo di un certo Raimundo Bodiben, poeta peruviano nato nel 1848, c’era una traccia nell’universo digitale. E in particolare di una sua raccolta di elegie dal titolo Seppur ricordo non so perché, pubblicata a Lima nel 1898. Che però era impossibile trovare, magari per trarne uno spunto utile a rintracciare l’ignoto twittatore.

A quel tweet seguirono alcuni giorni di silenzio, nei quali il popolo dei suoi seguaci giunse a quota 100.000. L’8 aprile Bodiben scrisse: «non è facile comprendere, è più facile capire.». Il mistero si infittiva, e di quest’uomo rintanato in un mondo virtuale iniziarono a parlare giornali e televisioni. Dandogli sempre più spazio. Una finestra quotidiana in ogni programma su ogni rete, dalle news all’intrattenimento, con tanto di opinionisti sguinzagliati alla ricerca dell’identità del nuovo eroe del web, analisi e pareri di esperti (veri o presunti) che ebbero l’effetto di accrescerne a dismisura la popolarità.
Bodiben era diventato virale. Il 19 aprile i suoi followers erano arrivati a 500.000. La Degagni iniziò ad essere più guardinga, nel timore che questo astro nascente dei social potesse rubargli la scena.

Per una settimana tacque.

Il 25 aprile giunse il terzo tweet. «Non siate delusi, meglio confusi che illusi».

Miriam lo lesse un po’ distrattamente.

Era a casa, stesa comodamente sul letto, e ascoltava Rimmel insieme a Greta. Era sempre stata attratta e incuriosita da quelle labbra «postate» a un indirizzo nuovo. Miriam e Greta erano gemelle, ma non nel senso che fossero nate lo stesso giorno dello stesso anno. Avevano vissuto costantemente come un’unica cosa, le loro esperienze si erano meravigliosamente incastrate in maniera pressoché perfetta, come tessere di un puzzle gigante nelle mani di un abile creatore di immagini. Ognuna interpretandole a modo proprio, ma completandosi reciprocamente. Miriam era un po’ vintage e a volte pigra, Greta amava fare sport (ogni tipo di sport) e si sentiva in fondo una ragazza contemporanea. La vera gemella era Gracy, anche se tutti la chiamavano Graceland perché suonava il basso in un gruppo rock, i Ginger Elvis. Era la sua gemella naturale, con la quale però condivideva solo le labbra, l’altezza e il colore dei capelli. Per il resto, venivano da pianeti diversi e assai distanti.

Due astri caduti nello stesso momento sulla Terra per mera fatalità.

«Hai sentito, ancora un messaggio dell’Uomo mascherato», disse con un accento ironico Miriam.

«Sì, ma chissà chi è, ma chissà che vuole», rispose Greta dubbiosa.

«Chi vuoi che sia, sarà una trovata pubblicitaria. Il lancio di un nuovo prodotto, magari di una nuova piattaforma streaming», replicò Miriam piuttosto scettica e con sufficienza.

«Beh, dai… un nuovo prodotto, una nuova piattaforma? È qualcosa di diverso dal solito, qualcosa che non si era mai visto», disse seria e anche un po’ preoccupata Greta. «E poi, potresti chiederlo al tuo Paolo», aggiunse in maniera pungente.
Miriam non amava molto la tecnologia e soprattutto detestava i social, li riteneva distraenti dal mondo reale.

Di sabato pomeriggio, poi, erano ben altre le sue aspettative. Preferiva la vita vera, quando la pigrizia non la catturava. Il suo Paolo, invece, era un fisico e lavorava a Pisa. Da sempre si nutriva di pane e bit. Greta era molto gelosa di Miriam e così non l’aveva presa bene quando aveva iniziato a frequentare Paolo. Era tutto normale, certo, era già successo e sarebbe potuto succedere ancora anche a lei. Ma proprio non riusciva a non essere possessiva, a non tormentarsi quando Miriam raggiungeva Paolo a Pisa. Era quasi un insulto alla loro naturale e intangibile fedeltà. O almeno così lo viveva. Si sentiva umiliata, non soltanto trascurata, anche se faceva di tutto per nasconderlo.

Intanto Bodiben contava ormai oltre 750.000 followers.

Il 30 aprile giunse il quarto tweet. «Questo è un messaggio-non messaggio, perché annuncia il prossimo messaggio.».
Generò molto sconcerto ma anche grandi aspettative nella gente, una ridda di ipotesi su quale avrebbe potuto essere il contenuto del nuovo tweet e su quando sarebbe arrivato.
L’attesa fu interrotta il 9 maggio, quando i followers avevano infranto il muro del milione.

«È giunto il momento di conoscerci, è giunto il momento di incontrarci.».
Sì ma dove? E quando?
Nessuna indicazione.

L’attesa si fece spasmodica. Mille ipotesi si rincorrevano, diecimila pronostici sul luogo, centomila sul giorno e sull’ora. Un milione di battiti, uno per ciascuno dei suoi seguaci. Rimase il mistero.
Per quindici giorni non accadde nulla.
Poi arrivò il tweet che in fondo tutti aspettavano.

«Il signor Bodiben mi ha incaricato di comunicarvi che avrà piacere di conoscervi e di incontrarvi il 4 luglio alle 20 nell’area 151. Qui di seguito le coordinate di Google Maps per raggiungerlo. Naturalmente ci sarò anche io. G.».
Era un luogo apparentemente anonimo, a giudicare dalle indicazioni della mappa, lontano da ogni località conosciuta. E poi chi era G.? E perché per la prima volta a parlare non era stato Bodiben?
Greta era alquanto eccitata, e naturalmente avrebbe voluto andarci insieme a Miriam. Da sole. Miriam non era assolutamente convinta, la riteneva una perdita di tempo. Prese tempo. Paolo però decise di tornare immediatamente a Napoli perché non voleva assolutamente perdere l’evento e, soprattutto, desiderava condividerlo con Miriam che così sciolse le sue perplessità facendo decidere ancora una volta qualcun altro.

La sera del 4 Miriam, Paolo e Greta si mossero per tempo, immaginando che si sarebbero trovati di fronte ad una marea di gente. Come poi fu. Paolo, poi, era uno preciso, aveva una mentalità matematica. Un vero programmatore, un organizzatore nato, al quale Miriam cedeva volentieri lo scettro ogniqualvolta si trattava di realizzare un programma.
Riuscirono ad arrivare quando ancora il luogo del raduno non si era riempito. Era uno spiazzo enorme, che sembrava non avere un orizzonte. L’unico punto di riferimento era un palco enorme, da rockstar americana, con un impianto d’illuminazione maestoso.

Erano arrivati da circa un’ora quando le luci di colpo si spensero e l’area 151 piombò nel buio più assoluto. Non era esattamente la situazione che Miriam amava. Ma ormai c’era. Passarono dieci interminabili minuti prima che il palco fosse inondato da fasci di luce infiniti. Da una quinta apparve una ragazza che si muoveva con un incedere elegante. Fece alcuni passi e poi si fermò.

Aveva una maschera di carnevale, di quelle tradizionali veneziane con bastoncino, che le copriva il volto. Riprese a camminare. Raggiunse flessuosamente il centro del palco e disse: «Sono G., ma questo forse l’avete già capito.». Si fermò per qualche secondo e poi riprese. «E questa maschera non è poi tanto diversa dalle vostre. Solo più visibile». Spostò la maschera e si svelò a tutti.

Miriam ebbe un sobbalzo e rimase senza parole. Era la sua gemella naturale.

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