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Quel profumo di pane fatto con il cuore

Il forno a legna nella bottega di Vituccio del quartiere Libertà di Bari

Quel profumo di pane fatto con il cuore

ll forno a legna di Vituccio era uno dei posti magici del quartiere Libertà di Bari. E il pane di Vituccio, fatto con il cuore, e con l’amore, e la passione per il proprio lavoro, era magico anche quello. Il suo pane poteva trasmetterti la gioia, ma anche il dolore. Sì, perché il pane di Vituccio sapeva «parlare».

«Vitù!! Vitù!! astipame nu filone e mizz di semola!». Nonna lo ordinava così il pane. Dal balcone. Abitava al primo piano di una di quelle vecchie palazzine basse, scrostate dalla vita e dal tempo, nel quartiere Libertà. Stendeva i panni mentre io le passavo le mollette. Proprio di fronte c’era il forno a legna di Vituccio u’ frnar. Vituccio lavorava in canottiera. Estate e inverno. Aveva una corona di sottilissimi capelli bianchi attorno al cranio completamente pelato, che mi ricordava l’aureola delle statue dei santi nelle chiese. La sua grossa pancia si affacciava prepotente tra le bretelle di elastico nere che gli tenevano su i pantaloni.

Vituccio posava l’enorme pala da forno e annuiva, facendo intendere a nonna che aveva capito. Mi piaceva quando mi mandavano a prendere il pane al forno di Vituccio, soprattutto in inverno. Mi piaceva il contrasto tra il freddo che mi pungeva le guance per strada e il tepore dell’abbraccio che mi accoglieva quando entravo nella sua bottega. Un tepore di braccia femminili in carne. Di grembo materno. Di seni generosi. Mi mettevo seduta su di un basso panchetto di legno e aspettavo. Vituccio si avvicinava al forno per dare un’occhiata all’interno dell’enorme bocca rovente. Il rosso acceso delle fiamme gli faceva luccicare il cranio calvo e lucido, ma Vituccio non lo temeva il fuoco. Sapeva ammaestrarlo come un vecchio stregone della foresta. Un domatore buono di serpenti. A volte, con la sua enorme mano sporca di farina, mi porgeva una pastarella di mandorle con un candito rosso in cima. A volte un piccolo pezzo di pane, a forma di bambola. Ne mangiavo prima un piede. Poi una gamba. Poi un braccio. Lasciavo per ultima la testa, dove Vituccio aveva inciso gli occhi, la bocca, i capelli. La bottega di Vituccio era un posto magico.

Il mondo delle favole. Era come trovarsi nel bosco di Hansel e Gretel, proprio davanti alla casa di marzapane della vecchia strega. O nell’Isola che non c’è di Peter Pan. O nel Paese dei Balocchi di Pinocchio. Accucciata sul mio piccolo sgabello di legno, la pastarella di mandorle tra le mani, vedevo danzare davanti a me, insieme alle fiamme, saltimbanchi e giocolieri, pagliacci e suonatori di trombone, maghi e fattucchiere.

Come in un film felliniano. Vituccio non era un fornaio qualunque. Vituccio faceva un pane che «parlava». «Te’! Portangill a nonneta…». La sua voce da Mangiafuoco mi riportava alla realtà. Lo guardavo perplessa. Il sapore di pasta di mandorle ancora in bocca. «Cosa?» balbettavo. «U pan!» mi diceva Vituccio, sorridendo. Già, il pane. Uscivo per strada stringendomi al petto il filone caldo appena sfornato e bene avvolto nella carta marrone. L’odore mi penetrava nelle narici. Mi riempiva il cuore. Non resistevo. Ne staccavo un pezzetto e lo mangiavo. Io non so come spiegarlo, ma il pane di Vituccio era allegro. Sapeva di buono, di festa, di abbracci, di baci. Sapeva di vita semplice. Sapeva di calore e di miracoli.

Fino a quando, un giorno, successe l’irreparabile. La tragedia senza ritorno. Il mostro colpì anche Vituccio e la sua famiglia. Penetrò come un ladro nella sua casa. Si intrufolò nel suo forno. E persino nel suo pane. Morì uno dei suoi figli. Un ragazzo che era così bello che, ogni volta che sorrideva, a me sembrava fosse di nuovo Primavera. Fu ucciso sulla provinciale mentre tornava a casa, in motocicletta. Investito da un tizio, ubriaco fradicio, che si era bevuto pure l'anima. Io non so come spiegarlo, ma il pane di Vituccio, da allora, cambiò sapore. Rifacevo la strada per tornare a casa col solito filone di semola stretto al petto. Ne staccavo un pezzetto e lo masticavo. Adesso però, nella mia bocca, riuscivo a sentire il sapore dello strazio di Vituccio. Il vuoto del cuore. Il baratro senza fondo. Mordevo la crosta scura e il suo dolore mi riempiva i polmoni e la gola. Risaliva su per il naso, fino a farmi bruciare gli occhi. Fino a farli lacrimare. Avrei riconosciuto il pane di Vituccio u’ frnar tra una montagna di pagnotte e rosette e sfilatini e ciriole. Avrei riconosciuto il suo pane a occhi chiusi. Semplicemente masticandolo.

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