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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Bari Torino zero a uno e ci sarebbe bastato pareggiare per restare in A. Mancava, manco a dirlo, una ventina di secondi al novantesimo, ma grazie a uno stucchevole batti e ribatti a centro campo al nostro centravanti fu scodellato un formidabile, quanto involontario assist. Sembrò fatta. Tutta la difesa avversaria si trovava sbilanciata in avanti, e il numero uno granata, sorpreso anch’egli dal rivolgimento di fronte, dedusse che era inutile azzardare l’uscita: si genuflesse al centro dell’area piccola, rassegnato al goal. Io trattenni il fiato e per un po’ distolsi lo sguardo da quella scena tragica e meravigliosa. Nello stadio delle Vittorie si era fatto un gran silenzio, ma si percepivano i sospiri, l'unisono dei batticuori. Proprio così: eravamo quarantamila anime gementi sotto il sole di fine campionato, e a quel punto il dramma sarebbe stato il triplice fischio di chiusura che da un attimo all’altro rischiava di sgretolare quel miraggio di salvezza che si era all’improvviso ritagliato sull’erba verde. Ma ecco: l’arbitro sembrò come partecipe della tensione che vibrava sugli spalti. Preso da pietà, o forse da rimorso tardivo, fece scivolare sul petto il fischietto che già stringeva tra le labbra, e prima di chiudere la partita ci concesse la grazia di attendere l'esito dell’imminente duello tra il portiere e il nostro numero nove.

Io non compresi bene la cappa di silenzio che aveva sigillato lo stadio, visto che eravamo in procinto di segnare, e tutti però fissavano muti e pieni di angoscia l’azione in corso. Ricordo che mi girai verso mio padre per ridere, e guardandolo ebbi non so perché la certezza che un tempo era stato anch'egli bambino sfigato e mi commossi. Avrei voluto abbracciarlo, e dirgli che ero davvero orgoglioso di lui. Molti anni prima, in quello stesso stadio, aveva visto la nostra squadra strapazzare il mitico Torino. Riandando a quella partita, osava paragoni lirici e struggenti: gli avevo sentito dire chissà quante volte che durante la nostra ala sinistra, da quel modesto atleta di provincia che era, aveva preso le sembianze di un arcangelo circonfuso di luce; dalla destra era saettata la palla a non più di mezzo metro dall’erba e il nostro bomber, lasciando stupefatti i due centrali che lo marcavano, aveva spiccato un volo rasoterra tenendo le braccia spalancate, in modo da planare nell’aria per parecchi metri come fa sulla spuma di mare il pesce rondone.

Era stato fantastico, diceva mio padre con i lucciconi, vederlo cacciare il pallone in rete mentre il grande Bacigalupo, autentica leggenda del calcio mondiale, si pietrificava al centro della porta possente e corrucciato come il Cristo del Giudizio. Certo, a quei tempi il calcio era altra cosa. Ma ora che sono vecchio anch’io, so che durante quel Bari-Torino mio padre sentiva di star perdendo tutt’altro che una semplice partita. La Gazzetta locale scrisse che in quegli ultimi secondi vibravano nell’aria strane energie. La verità è che persino i più cinici e disincantati fra gli Ultras pregavano fervidamente, consci che se la squadra avesse sprecato quell'ultima, insperata occasione sarebbe stata condannata per i secoli dei secoli a vagare nei gironi della serie B.
Si dice che ogni speranza riserva per legge di natura la stessa quantità di delusione. Ma non era certo questo cui pensavamo noi quarantamila. Il nostro centravanti doveva segnare per salvare la squadra, preservare la sua anima, stornare noi tutti dal baratro dell’inferno. Era un atleta freddo e misurato. Che diavolo ci sarebbe voluto a cacciarlo dentro quel pallone? Era chiedergli troppo un appoggio minimo di collo piede, una ciabattata modesta e senza pretese, uno sputo di tiro che facesse sì che alle spalle del portiere la rete si gonfiasse come lo spinnaker d'una barca a vela? Sfortuna è parola troppo blanda, e troppi ancora restano i dubbi. É certo che il campionato finiva quel pomeriggio, e che non gli importava nulla a quelli del Toro se pigliavano un gol. Nei guai eravamo noialtri baresi; loro guazzavano da mesi nelle paludi del centro-classifica. Quell’ultima vittoria fuori casa avrebbe avuto per i tifosi granata l'effetto di un piovasco su un campo già bruciato dalla siccità. Quell’azione di gioco non smette di ripercuotersi nei miei sogni. Non appena il pallone arrivò tra i piedi del centravanti il nostro allenatore lasciò improvvisamente il gabbiotto della panchina e, sotto lo sguardo esterrefatto di noi tutti, si mise a correre a bordo campo. Io ebbi paura, perché tutto lo stadio proruppe in un urlo rauco di attesa. Mi impressionava, del resto, quell'anziano dalla floscia pancia da puerpera che in evidente debito di fiato correva parallelo al centravanti, incitandolo a segnare. Chissà che gli passò nella testa al nostro coach! Il centravanti probabilmente non udì le sue urla di incoraggiamento, e neppure lo vide. Avvertì semmai l'alito rovente del terzino che gli sopraggiungeva alle spalle, tanto che prese la decisione di arrestarsi e sferrare quel tiro fottuto.

Maledizione, c'era tutto il tempo per inquadrare la porta, spiazzare il portiere e fare tranquillamente goal. Invece calciò in fretta. Maledettamente in fretta. Forse per tema che il tackle di retro lo azzoppasse, o semplicemente perché non si sentì degno della gloria che il suo nome avrebbe significato per gli anni a venire; o chissà: un velo nero di malasorte gli scese innanzi agli occhi. Di sicuro il volere imperscrutabile di Dio gli negò di aggrapparsi in tempo all’ultimo treno della sua mediocre carriera. Tutti noi quarantamila presagimmo il disastro. Fu prima ancora che il nostro eroe storcesse la bocca, socchiudesse gli occhi e irrigidisse i glutei nel disperato tentativo di esorcizzare la paura che covava negli intestini. Calciò senza pensarci, con il tronco sbilanciato all’indietro, in maniera che la palla fu colpita con l’interno della scarpa, come son soliti fare gli stopper che sogliono liberare la propria area non tanto dalla sventura del goal, quanto dalla frustrazione di sapersi utili corridori privi di talento. Sì udì allora un botto fragoroso come di un immane osso fracassato: la palla si impennò a inquietante velocità nel livido cielo barese. Non ridiscese mai più. O almeno così ci sembrò, poiché come quarantamila steli d'erba secca, ripiegammo su noi stessi travolti e dispersi da un improvviso scirocco di disperazione. Nel greve silenzio che ne seguì, gracchiarono come corvi i radiocronisti. Un commentatore di fama nazionale ghignò che un pallone, calciato con quella potenza, aveva di sicuro oltrepassato i nove cerchi concentrici dell’universo. Nei giorni seguenti si sparse la voce che si trattasse di un pallone stregato, considerato che fu cercato a lungo, ma invano. Io non saprei dire nulla riguardo a questo. Di preciso, ricordo che un attimo dopo il tiro l’arbitro fischiò la fine dell’incontro, e il nostro vecchio allenatore si accasciò sull’erba. Rimase lì, esanime, a pochi metri dalla bandierina del calcio d’angolo, e persino quelli della curva nord potevano udirlo che piangeva. Iniziammo allora a piangere tutti noi quarantamila, e dalle gradinate tanto fu il flusso delle lacrime che dei rigagnoli inondarono il terreno di gioco fino a farne una tumultuante risaia. La nostra Bari fu retrocessa.

Mio padre mi strinse la mano, e si cercò un varco tra la folla senza dirmi più nulla. Rientrammo a casa verso sera, ubriachi fradici di tristezza.

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