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Il Museo del clima è qui a Cisternino

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La meta di questa mia passeggiata novembrina, è la piccola frazione di Caranna, una località dell’agro di Cisternino dove dimorano quattrocento abitanti che non si vedono mai, ma dei quali s’intuisce la presenza dalle poche auto parcheggiate e dai panni stesi ad asciugare al sole. Mi siedo su un muretto, la sensazione d’immobilità sospesa nell’aria è palpabile. Sdraiato sul marciapiede un cagnolino mi guarda battendo la coda. Con la prospettiva di mangiare qualcosa ci avviamo tutti e due verso il centro abitato di Caranna, il cane fa strada. Ai piedi di un monumento ai caduti, ci dividiamo il sandwich che mi sono portato da casa, mentre una donna anziana, a cavallo di un motorino, attraversa la strada rompendo il silenzio che incombe su tutto il paese.

Ascoltando l’eco del motorino perdersi nei vicoli e guardando le imposte delle finestre chiuse e le panchine vuote, ho l’impressione che Caranna sia rimasta disabitata da tempo immemorabile, come una scenografia cinematografica sostenuta da impalcature dove ormai non si gira più. A parte la Nuova Chiesa e il Museo del Clima, qui non c’è altro da vedere. Intitolata a Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la scuola rurale adesso sede del Museo del Clima, è un austero edificio di epoca fascista.

Lì davanti, con un grosso mazzo di chiavi in mano, mi aspetta Giuseppe, un socio del museo. – Se oggi esiste questo posto, unico in Italia, è grazie all’Associazione Meteo Valle d’Itria, un gruppo di amici appassionati di meteorologia: un contadino, un giornalaio, un agente immobiliare e io, meteorologo a Gioia del Colle, l’unico del ramo – dice Giuseppe aprendo il portone.
All’interno del museo ogni stanza è dedicata a un tema: la temperatura, la piovosità, l’ambiente, gli strumenti per la misurazione.

Proprio in quest’ultima camera è allestita una capannina meteorologica con tanto di tettuccio spiovente che contiene un apparecchio dall’aria antiquata ma ancora perfettamente efficiente, usato per la misurazione dell’umidità: il termoigrografo. Il suo particolare funzionamento è legato all’utilizzo di una semplice ciocca di capelli trattenuta ai due estremi, che contraendosi o dilatandosi secondo l’umidità, fa oscillare un braccio scrivente che registra le variazioni di vapore acqueo presente nell’aria.

Poco distanti, appoggiati su un basamento di ciottoli bianchi, stanno affiancati un anemografo e un barografo, silenziosi misuratori di vento e pressione. Nella sala delle precipitazioni, sistemati verticalmente come una fila di canne d’organo, sono allineati una ventina di alti cilindri di vetro, ognuno dei quali contenente un diverso quantitativo di acqua piovana, ogni cilindro un anno: è la piovosità in Puglia dal 1981 al 2001. Nella sala attigua sono descritti gli impegni presi dai singoli Paesi per ridurre le velenose emissioni di gas a effetto serra, il Protocollo di Kyoto. – La speranza che ci rimane – dice Giuseppe stringendosi nelle spalle. Sebbene porti un nome altisonante che lascia immaginare una pubblica istituzione di fama mondiale, il Museo del Clima realizzato con le magre risorse di un gruppo di amici, non ha le pretese di un museo di città: è un museo fatto in casa e allestito nella ex scuola rurale di una piccola frazione, circostanze che lo rendono unico e che trascendono le bizzarrie metereologiche.

Poco prima di lasciarci, quando ormai immaginavo di aver visto tutto, Giuseppe apre una porta seminascosta dietro a un paravento. – E’ la sala dedicata alla Storia Contadina – dice con una punta di orgoglio. – Anche se non c’entra con il clima, questa stanza era un atto dovuto. – Nell’aria c’è odore di chiuso, per terra, accompagnati da didascalie scritte in dialetto, sono esposti attrezzi agricoli, utensili domestici, manufatti in terracotta. Su uno di questi, un recipiente coloro ocra, noto una lunga spaccatura che corre lungo il fianco, aggiustata alla maniera paesana mediante una cucitura con fil di ferro.

La crepa sembra una ferita, e la riparazione una vera e propria sutura chirurgica, di quelle che lasciano visibile il segno dei punti. Come le larghe cicatrici che coprivano il petto di Andy Warhol, che vidi di persona a New York durante un servizio fotografico in cui l’artista americano togliendosi la camicia mi disse nel suo solito fare laconico: – Do you want to see my scars? – Accolti da un tagliente vento di maestrale e da un turbinìo di foglie color ruggine usciamo dal museo, Giuseppe chiude il portone e mi stringe la mano: - Vediamoci presto per un caffè. – Via Leonardo da Vinci è una stradina in discesa che conduce alla Nuova Chiesa di Caranna, un luogo di culto inaugurato nel 2017 ma non ancora completato. Alla sua conclusione mancano la copertura del tetto, l’intonaco, il confessionale e qualche quadro a tema religioso, dettagli non indifferenti, ma che saranno comunque ultimati con i proventi delle prossime sagre.

L’edificazione della Nuova Chiesa è infatti finanziata dalla sagra delle orecchiette che si tiene ogni anno nel mese di agosto lungo le vie del paese; per raggiungere l’attuale stadio di costruzione ci sono volute tredici sagre. A testimonianza di questo singolare crowdfunding, leggo in un cartello affisso nel piazzale antistante la chiesa tutti i nomi dei paesani membri del comitato «Sagra delle Orecchiette», nomi seguiti anche dal soprannome, Antonio Zizzi u’chiantedde, Vincenzo D’Amico u’sennachicchie.
Spingo il portone ed entro. La luce che penetra proietta sulla parete di cemento, l’ombra della croce latina al centro del rosone. Pur non avendo le dimensioni di una cattedrale gotica, la Nuova Chiesa di Caranna è grandiosa. Lo è nelle armoniche proporzioni delle capriate in legno chiaro, nelle linee asciutte che rimandano al tardo romanico, ma soprattutto per l’aura sacra che si respira. Spoglia di pulpito, presbiterio e cappelle, con soltanto le fila di banchi vuoti e l’altare, la chiesa è pervasa da un misticismo che la nuda architettura, ancora priva di addobbi e immagini sacre, non fa che esaltare.

L’architetto che l’ha progettata è un mio caro amico, nato a Cisternino e trasferitosi a Parigi trent’anni fa, uno che ha fatto strada ma che, come tanti espatriati porta sempre con sé il ricordo del proprio paese: le orecchiette, il purè di fave, e molte canzoni italiane che gli ho sentito spesso fischiettare quando passeggia noncurante con le mani dietro la schiena. Per disegnare la chiesa si è ispirato al tetto a cuspide di una antica neviera, poco lontano da qui. L’anno scorso nel giorno dell’inaugurazione, subito dopo la Messa, il mio amico fissava il prospetto dell’edificio illuminato dal sole, il grande rosone della facciata con la croce al centro, e i capannelli di fedeli assiepati davanti al portone.

Salutava tutti e stringeva le mani. – Osserva la gente che sta uscendo, è un’assemblea bucolica. – mi disse sottovoce quel giorno. Voltandosi poi una ultima volta prima che il parroco se lo portasse via – C’è anche una cucina sotterranea completamente attrezzata per preparare le orecchiette della sagra. Di sotto si cucina, di sopra si prega! –

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