Giovedì 13 Agosto 2020 | 02:23

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Quel giorno che a Bari venne a pranzare il Duce

La visita di Mussolini a Bari è stata dettagliatamente organizzata con tutta una serie di alternanze tra visite istituzionali e bagni di folla oltre che particolari cerimonie con l’obiettivo di impressionare il Duce a vantaggio dei gerarchi che le hanno allestite

Quel giorno che a Bari venne a pranzare il Duce

La visita di Mussolini a Bari è stata dettagliatamente organizzata con tutta una serie di alternanze tra visite istituzionali e bagni di folla oltre che particolari cerimonie con l’obiettivo di impressionare il Duce a vantaggio dei gerarchi che le hanno allestite. I miei nonni ci hanno sempre raccontato delle 136 coppie di sposi che sfilano presso la Basilica di S. Nicola quale simbolo di fecondità del popolo pugliese, della grande ovazione per Mussolini all’interno dello stadio gremito da più di ventimila persone festanti che assistono alle gare di atletica e del discorso che finalmente il capo dell’allora governo fascista recita ai baresi.

Mussolini si affaccia dal Palazzo Prefettura e come d’incanto tutti si acquietano, quella straordinaria folla che urla, canta e grida slogan, zittisce per ascoltare le sue parole fino all’esplosivo «Sì» liberatorio che alla fine rompe il silenzio irreale aleggiante su tutto il corso sino al Teatro Margherita, intervallato solo da applausi ed acclamazioni.

Quel giorno niente è stato lasciato al caso dalla maniacale organizzazione della propaganda fascista, perfino la modalità di agitare e mostrare gli striscioni e gli stendardi: ogni momento, ogni singola azione deve rappresentare un passo per arrivare alla catarsi del Sì finale.

Anche il pranzo è stato organizzato nei minimi dettagli e particolari e con il più alto livello della gastronomia barese di quei tempi. Le cronache dell’epoca, in realtà, accennano molto brevemente a questo, riportando semplicemente che «dopo un pasto frugale» Mussolini e la sua claque riprendono la loro visita istituzionale. Del resto la propaganda fascista non può lasciar trasparire che anche gli uomini del regime si fanno tentare dai piaceri della tavola.

In realtà è un vero e proprio ricevimento con annesso pranzo, breve sì ma sicuramente non frugale, organizzato nella splendida cornice del Posillipo. Quelle tovaglie, quelle posate, quei piatti ancor prima di allietare strumentalmente la nostra tavola di Natale e Capodanno hanno allietato il banchetto di Benito Mussolini e dei suoi gerarchi. Per i nonni, sedicenni che lavorano al ristorante è sicuramente un evento unico quello di poter essere lì, guardare da vicino ciò che avviene, guardare da vicino quei sinistri personaggi, vestiti di scuro, riveriti e acclamati da tutta la città.

Il pranzo è aperto da un antipasto dell’allora raro e costosissimo caviale, seguito da un pasticcio di riso alla piemontese, consistente in un delizioso sformato con burro, parmigiano e spinaci e da non confondere col pasticcio di riso alla Cavour, che prevede l’utilizzo dei pomodori nello sformato al posto degli spinaci e che viene ornato da delle uova frittellate prima di essere gratinato.

Nonna di solito non serve ai tavoli ma per quell’occasione anche lei è acconciata di tutto punto per poter aiutare gli altri camerieri con gli importanti ospiti. E quando porta in tavola un vassoio di dentice con una salsa molto particolare burro, uova, aceto e succo di limone, che costituisce uno dei secondi piatti, uno dei gerarchi le rivolge un complimento in barese poco raffinato se non addirittura offensivo, suscitando le risa sguaiate dei suoi commensali. Nonna avvampa ma ovviamente non dice nulla e ritorna in cucina dove rimane sin quando non le tocca portare in tavola il petto di pollo allo spiedo. La scena si ripete, il gerarca la apostrofa nuovamente e tutti giù a ridere cafoni, mentre si ascolta persino un’esclamazione in dialetto romagnolo del duce. La solennità e la pomposità che i figuri ostentano durante le manifestazioni da poco concluse, hanno lasciato spazio ai più biechi e rozzi lati del loro vero carattere.

Nonno assiste alla scena e, quando la sua fidanzatina lo raggiunge in cucina, le chiede spiegazioni. Lei, come soleva fare ed ha continuato a fare per tutta la sua vita, minimizza facendo spallucce e rivolgendo gli occhi al cielo. Nella memoria di nonna il racconto finisce qua, con un nulla di fatto; il racconto di nonno invece continua, pur se nonna, dal canto suo, non ha mai confermato quest’altro finale limitandosi, quando il marito lo raccontava, a guardarci ridendo e dicendo «Sì vabbè, u’ nonn’ …c’avev’ a fa’».

Nonno ci ha sempre raccontato invece che questa scena gli aveva dato parecchio fastidio perché lei dopotutto era già la sua fidanzata e quello che l’aveva apostrofata non era che una semplice camicia nera, senza alcuna importanza… come poteva permettersi?

Approfitta allora del fatto che deve portare a tavola una caraffa d’argento con del vino rosso, di quei vini pugliesi e primitivi quasi neri con i quali si tagliavano i vini più acquosi del nordest d’Italia: non vede l’ora di fargliela pagare a quello screanzato e la caraffa di vino gli sembra proprio un’ottima idea. Così per mescere il vino si avvicina al tavolo dov’è «lo screanzato», ma aggancia volutamente col suo piede la gamba di uno dei commensali, tenuta maleducatamente allungata fuori del tavolo. Perde l’equilibrio e si proietta in avanti piegando inevitabilmente la caraffa che lascia cadere buona parte del liquido che contiene: almeno un mezzo litro di vino rosso scuro si versa parte sulla giacca e sui pantaloni del camerata oltre che sulla tovaglia candidamente bianca. Si alza un frastuono di sedie scostate dai tavoli per evitare altri schizzi. Nonno posa finalmente la caraffa sul tavolo quando riesce a raddrizzarla, il camerata urla e si alza, mentre gli altri lo tengono fermo ed insieme lo sbeffeggiano, cercando di colpire nonno e, forse, schiaffeggiandolo veramente. L’incidente si chiude rapidamente, per fortuna, con tutti i commensali a bagnare il dito nel vino sulla tovaglia e toccarsi il collo in segno scaramantico e zio Peppino, contrito, a chiedere scusa di ciò che era successo che subito conclude il pranzo con la cassata alla siciliana e lo spumante rigorosamente«made in Italy» Cinzano. Nonno giura che dopo corse via in cucina e rimase lì fino a tarda sera e che dopo qualche giorno gli arrivò la cartolina per partire per il fronte, in Siberia.

A noi bambini questo racconto ci faceva impazzire, l’idea di questo vino versato sulle gambe del Cattivo, dal Buono che vuole difendere la sua Donna e che poi per punizione fu mandato dritto dritto tra le braccia del Generale Inverno di napoleonica memoria, era terribilmente romantica ed avvincente e, che fosse vera o no, a noi piaceva crederla verissima. I suoi racconti erano sempre stati del resto particolarmente romanzati e cavallereschi, epici ed eroici al punto che, crescendo, iniziammo a nutrire sempre più seri dubbi sulla veridicità di certe scene tipo quella che descriveva lui che tornava da Udine a Bari a piedi dopo la sconfitta italiana in Russia.

Nel frattempo sono alla casetta di campagna, poco più di un rudere, anche se certo non più abbattuto della Torre da destrutturare. La casetta è stata usata solo per qualche anno nel periodo in cui vi si preparavano le bottiglie di pomodori e di salsa: si andava tutti lì e su dei tavolacci allestiti all’aperto alla bell’e meglio si tagliavano quintalate di pomodori che venivano poi inseriti nei boccacci con aglio e basilico e quindi messi nelle enormi caldaie che bollivano sul fuoco. Entrando nella casetta mi rivedo lì: molto piccolo ma anche io impegnato in quella sorta di rito, all’epoca comune a tutte le famiglie, incaricato di pressare i pomodori nei barattoli di vetro. Immagino anche il Posillipo, le sue sale, i suoi tavoli, chi le ha frequentate, gli spettacoli di cabaret e ai miei nonni e la loro adolescenza spesa tra pregiate stoviglie e pentole di rame che maneggiavano in cucina. Nonno così ha imparato il sacro mestiere di chef e nonna lo ha sempre aspettato ed assecondato e seguito in silenzio, condividendo ogni momento della sua vita, salvo poi andarsene via prima di lui.

Inizio a frugare in giro, aprendo armadi e cassetti. Man mano vengono fuori alcuni vecchi orologi, qualche pacco di lettere che non apro e porterò a nonno, altri vari oggetti anni settanta, gli anni in cui era stata usata la casetta. Perfino una vecchia radio Brionvega ed un frullatore Moulinex prima maniera. Apro poi la credenza e ne tiro fuori una tovaglia bianca, piuttosto opaca ma ancora ben conservata; sotto vi sono alcune carte che tiro fuori e ripongo in una busta blu. Tra queste mi attrae un foglio con una cornicetta con linea doppia. Lo estraggo e sgrano gli occhi: Colazione servita dal Ristorante Posillipo in onore di S.E. Benito Mussolini, 6 settembre 1934. Lo leggo ad alta voce, e non ci credo: è proprio il menu del famoso banchetto al Posillipo. Leggo rapidamente la lista, a quel tempo la parola menù era vietata. Caviale del Volga, Pasticcio di riso alla Piemontese, Dentice salsa Olandese, Petto di pollo allo spiedo, Insalata pugliese e Cassata alla Siciliana, tutto come nel racconto dei nonni, anche ogni singola pietanza… Mi sorprendo anche a leggere i nomi, volutamente accostati per conferire al pranzo un sapore internazionale dall’unione di cucine regionali ed europee decisamente in contraddizione con la gretta tendenza autarchica che a quei tempi Mussolini aveva imposto e che ancora talvolta ci perseguita. In basso sono elencati i vini e scorsi il nome del rosso che aveva imbrattato la tovaglia, era un Torre Giulia, prodotto nella Daunia. Mi emoziono a guardare il ricordo che i nonni, non potendo girare video al momento o scattare foto digitali da condividere su qualche social, avevano deciso di conservare, a futura memoria. Insieme a quello ce ne sono altri, pranzi per la Regina, per il Re, persino qualche locandina di spettacoli da cabaret.

Eccitato dalla scoperta, finisco rapidamente di radunare il resto degli oggetti e rientro in macchina, riponendo le buste nel portabagagli ed il menu del banchetto del duce sul sedile accanto al mio. Lo rigiro tra le mani, lo rileggo…poi mi blocco.

Esco di nuovo dall’auto e dal portabagagli riprendo la tovaglia bianca che provo ad aprire e dispiegare sul cofano; è una tovaglia enorme, con i bordi merlettati ed i ricami, bianco su bianco, che richiamano il nome del Posillipo. La tocco, cercando di perlustrarla tutta, quasi carezzandola alla ricerca di qualcosa e finalmente, quando la vedo, sussulto. Da un angolo parte una grande chiazza scura che si allarga verso il centro per poi richiudersi nuovamente. Una grande chiazza scura vagamente cuoriforme, inconfondibilmente di vino rosso, quel rosso quasi nero dei nostri primitivi pugliesi.
Nonna ha sempre saputo che era tutto vero ma ha tenuto solo per sé quel ricordo: una grande chiazza di vino rosso che per lei non è stato il ricordo di un avvenimento ma semplicemente il ricordo dell’amore.

La ripiego velocemente e me la porto in macchina, metto in moto e comincio a ridere, a ridere di gusto, a ridere ad alta voce…

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