Venerdì 05 Giugno 2020 | 07:08

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Il racconto di Rita Lopez e il Petruzzelli

Le vite di Teresa o dell’essere baresi

«Perché proprio io?» protestai piagnucolando. La prima volta che i miei genitori mi obbligarono ad accompagnare zia Teresa al teatro Petruzzelli, a vedere l’opera, avevo otto anni.

Zia Teresa era una delle sorelle di nonna. L’unica a non essersi sposata. «Non ti dispiace non avere una famiglia tua?» le chiedevamo a volte noi bambini.

«La nonna è la mia famiglia» rispondeva zia Teresa, scrutandoci sopra le lenti spesse dei suoi occhiali, dalla pesante montatura nera.

Era così che aveva sempre vissuto zia Teresa, fin da quando era ragazza. Giorno dopo giorno. Incondizionatamente mite e servizievole nei confronti della vecchia madre. Giorno dopo giorno. Senza mai osare un rigurgito di impazienza o di nervosismo. Giorno dopo giorno. Senza mai rivendicare la possibilità di una vita diversa. Fino a veder sfiorire la propria giovinezza. Un giorno dopo l’altro. Un giorno identico all’atro.

Una domenica al mese però, quando si apriva la stagione operistica, zia Teresa andava a vedere l’opera al teatro Petruzzelli, con Lina, la vedova del calzolaio. Aveva una passione sviscerata per l’opera. Non solo conosceva i testi delle arie più famose, ma ricordava a memoria anche i recitativi, e quando ci raccontava le trame ingarbugliate, gli amori disperati, i tradimenti, i colpi di scena, gli occhi le brillavano dietro le spesse lenti degli occhiali.
Conservava, nella credenza, delle vecchie scatole di latta per biscotti, ancora odorose di zenzero e cannella. Su ognuna vi aveva apposto un’etichetta. Spesa. Bollette. Medicine. Regalo nipoti. Varie. E poi ce n’era una dove era scritto: Petruzzelli.
Quando anche Lina, la vedova, morì, per un po’ zia Teresa non andò più a vedere l’opera.
«Addummànn a qualche nipòt, ca vene cu tè!». Chiedi a qualche nipote se ti fa compagnia, le propose un giorno la mia bisnonna, mentre Teresa, pensierosa, le intrecciava i lunghissimi capelli argentati.

Ma i miei cugini si defilarono tutti e così, dopo un frettoloso consulto tra i parenti, la scelta, molto «democraticamente», ricadde su di me.
«Ma perché proprio io?», chiesi per la seconda volta, esasperando il tono lamentoso, mentre mamma mi tirava su la cerniera del vestito buono.
«E non ti dispiace per zia Teresa? Guarda che l’opera è bella!» mi disse aprendo la porta di casa, per farmi uscire.
Arrivai da zia Teresa che era già pronta.
«Sì cuntent ca va’ a u tiàtr?» mi chiese la mia bisnonna, accarezzandomi i capelli.
«Sì» mentii.
Camminavamo per strada, io e zia Teresa, mano nella mano. Lei avvolta nel suo collo di pelliccia di volpe, felice come una bambina. Io con la stessa baldanza di un condannato a morte diretto al patibolo.
In fondo a via Putignani, il Petruzzelli ci aspettava. Rosso. Fiammante.
***
Mi innamorai a prima vista del Petruzzelli. Dalla nostra postazione, sulla gradinata di V ordine centrale, subito sotto il loggione, potevo ammirare l’enormità di quel contenitore sfavillante, acceso dai rossi delle tappezzerie e dagli ori abbaglianti che ricoprivano gli stucchi. Sul sipario, che ancora celava il palco, era riprodotta la liberazione di Bari dai Saraceni ad opera dei potenti Veneziani, nel lontano 1002. Sollevai la testa. Anche la cupola era dipinta. C’era un matador che sventolava un grande drappo, rosso sangue, davanti agli occhi di un possente toro infuriato. Aquile e scudi ingentilivano la potenza della volta, insieme alle immagini di Omero, Eschilo, Plauto, Terenzio. Non avevo mai visto niente del genere. All’improvviso piombò il silenzio più totale. A un gesto magico e perentorio del direttore d’orchestra, la musica riempì il teatro, e anche il mio stomaco, e i miei polmoni, e la mia testa, con un boato vibrante, un’ondata travolgente da cui non potevi, anzi non volevi, non lasciarti trascinare.

Era La Norma. E fu quella sera che successe. Mi ero voltata un attimo a guardare zia Teresa e quello che vidi mi lasciò interdetta. Il suo volto, pur nella penombra soffusa del teatro, mi parve completamente rapito, in estasi quasi. Teneva gli occhi socchiusi, completamente risucchiata dalla scena. Le labbra stavano pronunciando le stesse parole di Norma, là sul palco. Non riuscivo a levarle gli occhi di dosso. Ero testimone di una sorta di miracolo estetico, un incredibile gioco illusionistico tra reale e irreale. Zia Teresa non era più accanto a me. Era sul palco. Cantava insieme a Norma. Era nel luogo di Norma, nello spazio di Norma, nel tempo di Norma. Era Norma. Zia Teresa era Norma! A partire da quel momento non riuscii più a scollare la figura della protagonista sul palcoscenico, con quella della donna che odorava di naftalina, che mi sedeva accanto. Guardavo zia Teresa e la vedevo catapultata nella vita di un’altra, di una sacerdotessa druida. Era carne della sua carne. Pelle della sua pelle. Tra lo stupore mio e la costernazione generale, Norma, che era Teresa, o Teresa stessa, trasfigurata in Norma, diede l’ordine di erigere il rogo su cui si sarebbe immolata. Solo le ripetute gomitate nel fianco di zia Teresa mi scossero dal mio stato di trance e mi riportarono alla realtà. La scrutai bene in volto, stupita, frastornata. Era ritornata. Zia Teresa era di nuovo accanto a me. «Andiamo?», mi chiese.

Tornammo a casa. Io con i piedi che mi facevano male nelle strette scarpe di vernice nera.
Zia Teresa avvolta nel suo cappotto che odorava di naftalina, verso la sua vita di sempre.
Ebbi la fortuna di sbirciare tra le molte vite vissute da Teresa. Accadeva sempre. All’interno del Petruzzelli la magia si ripresentava ed io potevo spiarla, allibita, col fiato sospeso. Solo per la durata dello spettacolo. Solo per un’occhiata, una rapida occhiata, ma da capogiro. Da brivido.

Teresa era Tosca, dal grande temperamento, pronta a tutto, drammaticamente risoluta, che per la sua passione è pronta al suicidio, lanciandosi dal parapetto del ponte di Castel Sant’Angelo. Teresa era Violetta, malata di tisi e di solitudine, costretta a sacrificare il suo sogno d’amore per la malattia e per la morale sociale gretta e ipocrita. Teresa era Madama Butterfly che, da fanciulla fragile, devota, innamorata, evolve e trasfigura in una figura femminile monumentale, irremovibile nella sua naturale vocazione a donare amore a quell’uomo che pure l’aveva rinnegata e la vita al proprio bambino. Teresa era l’affascinante e focosa Carmen, che fuma il sigaro e poi lo getta via, così come fa con gli uomini. Era Aida, sepolta viva insieme a Radamès. Era Gilda, era Manon Lescaut, era Mimì. Teresa e le sue innumerevoli vite avrebbero potuto sopportare qualsiasi rinuncia, qualsiasi sacrificio. Questo, ormai, mi era ben chiaro. La fissavo intenta a pettinare i lunghi capelli argentati della mia bisnonna. Si accorgeva di me. Mi sorrideva.
***
Molti anni dopo ero nella mia casa di Roma. Vidi le immagini al telegiornale. Nella notte precedente il Petruzzelli aveva subito un incendio spaventoso. Ciò che avevo davanti agli occhi, mi lasciò senza fiato. La cupola era demolita, crollata. Da quello che sembrava il cratere di un vulcano in eruzione, fuoriuscivano, con tremenda violenza, fiamme selvagge, alte, abbacinanti. Le strade tutt’intorno erano coperte di fumo spesso e bianco. Le sirene dei pompieri urlavano come impazzite. Il teatro fu completamento distrutto da un rogo immenso. Era l’inferno. Un incubo. Non c’era più niente. Niente era rimasto dei dipinti di Raffaele Armenise sul sipario e sulla volta. Niente era rimasto della platea e dei palchi, delle rosse tappezzerie e degli stucchi dorati. Attorno al teatro scoperchiato si era radunata una folla allibita, disperata, piangente. Il Petruzzelli non c’era più. Di quel teatro glorioso, rimanevano soltanto macerie. Poche ore prima era stata messa in scena la Norma, di Vincenzo Bellini. La prima opera della mia vita. La mia prima volta al Petruzzelli, insieme a zia Teresa. La Norma, che finisce con un rogo. Il teatro, esso stesso, trasformato in un rogo.

Avevo il volto rigato dalle lacrime. Ero lì di fronte alla schermo, ferita da un dolore indicibile. Ripensavo a me, bambina, che assistevo agli spettacoli dalla mia postazione sulla gradinata di V ordine centrale. Al cappotto che odorava di naftalina. Al toro infuriato dipinto sulla cupola. Alla liberazione di Bari dai Saraceni. Alla magia cui mi era stato concesso di assistere durante le rappresentazioni. Alle trasfigurazioni puntuali di zia Teresa e alle sue molteplici vite nascoste. Mi assalì un’enorme tristezza a immaginarla nella sua casa, giù a Bari, tutta sola, dopo la morte della mia bisnonna, mentre costernata guardava anche lei quelle stesse immagini trasmesse dalla televisione.

Il 27 ottobre 1991 tutte le vite di zia Teresa ebbero fine. Contemporaneamente. Morirono Norma e Tosca, Mimì e Madam Lescaut. Morirono Carmen, Gilda e Aida. Tutte morirono, e lasciarono zia Teresa, ancora per molti anni, costretta a vivere da sola con se stessa

(Estratto da «Vie d’uscita. Salvarsi con i Led Zeppelin, Bach e Nilla Pizzi», ed. Florestano).

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