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Sono solo mentre cammino tra le rovine del Parco Archeologico di Egnathia, intorno solo una distesa di pietre squadrate, qualche lucertola e, superata la collina dell’acropoli, il mare. Per centinaia di metri in mezzo all’erba rinsecchita, si estendono i resti della città messapica, porzioni di mura, ruderi di colonne, tratti di strade. Camminando lungo il selciato della via Traiana ancora bagnato di pioggia, penso alla folla vociante che percorreva questa stessa strada venti secoli fa, ai carri, ai soldati e al muggire dei buoi.

A Egnathia, le visioni si accavallano, il tempo si dilata. Attraverso un angusto passaggio scendo nel criptoportico, un corridoio sotterraneo a pianta quadrangolare risalente al I° secolo a.C., originariamente parte di un complesso religioso e in seguito adibito a deposito. L’unica luce è quella che penetra dalle aperture scavate nella roccia, dentro solo umidità e vuoto. Mi figuro il lungo cunicolo animato dagli antichi messapi che accatastano sacchi di grano, vasi di terracotta, armi e scudi, attrezzi agricoli, calpestando con i piedi nudi il suolo di terra battuta. Immaginare questo brulichio di gente nel buio, mi riporta ai momenti trascorsi qualche anno prima nel tempio di Chidambaram, nell’India del Sud. Anche lì, nel ventre di quel luogo sacro dedicato a Shiva, il caldo umido riempiva l’oscurità. Con la camicia fradicia di sudore ricordo di essermi seduto su una pietra a osservare quello scenario immutato da secoli: il fuoco delle offerte, l’incessante suono dei cimbali, e la litania dei mantra bisbigliati da un vecchio seduto accanto.

Davanti a me, vestiti solo di un longhj bianco che cingeva loro la vita e illuminati dalla luce di una candela, discutevano animatamente due brahmini. Ma era l’indaffarato viavai dei pujari a rapirmi: l’incenso, i fiori e il cibo che essi disponevano intorno alle varie deità, l’unzione e la vestizione delle diverse murti, erano parte di un rituale al quale venivano istruiti nei lunghi anni di isolamento al tempio; la loro postura eretta e fiera, comunicava una sicurezza interiore che contrastava con i delicati lineamenti dei volti, adornati da uno chignon posto di lato. Lasciatomi alle spalle criptoportico e memorie indiane, riemergo in superficie dove un vento di tramontana ha pulito il cielo e gonfiato le vele colorate di due kitesurf che volteggiano solitari sul mare, a ridosso dell’acropoli.

Raggiungo il piccolo porto per poi fermarmi, seduto sugli scogli, a contemplare la quieta distesa dell’acqua solcata dalle navi che partivano secoli fa alla volta di Dyrrachium, l’antica Durazzo. Era da quel porto, distante un giorno e una notte di navigazione, che merci, soldati e uomini raggiungevano le porte dell’Asia Minore, attraverso l’antica via consolare di milleduecento chilometri conosciuta come via Egnathia. Sotto il pelo dell’acqua giacciono i resti di questo passato: pietre sommerse, accostate tra loro a formare vasche, tombe, cisterne, oggi abitate da molluschi e colonie di piccoli pesci violacei. Ripreso il sentiero per l’antica città messapica raggiungo poco dopo il sacello delle divinità orientali, di fronte al quale si praticava il culto dionisiaco del dio Attis: nel dies sanguinis, in un tripudio di lamentazioni, suoni di flauti e canti di sacerdoti, ci si infliggeva il petto con punte di frecce e pigne, mentre i devoti più ferventi si eviravano portando i genitali recisi, raccolti dentro un piatto bordato di lumi, in offerta alla dea Cibele. Un rituale altrettanto cruento quanto quello degli officianti messapi prima della battaglia, quando sacrificavano un cavallo a Giove gettandolo vivo nel fuoco.

Circondato da pini marittimi, alberi di corbezzolo e ulivi secolari, mi ritrovo ora davanti al Museo del Parco Archeologico. La scalinata solenne, l’ampio porticato antistante l’ingresso e i rivestimenti in marmo, lo fanno sembrare, malgrado la costruzione risalga agli anni ‘70, un palazzo del Ventennio. Dentro al Museo, il susseguirsi di sale e bacheche è un percorso nel passato e nella penombra. In mezzo ai numerosi reperti di vasellame, mi colpisce una serie di anfore in argilla destinate ai riti funerari di alto rango, chiamate trozzelle, i cui manici nastriformi con quattro rotelline disposte agli estremi, rappresentavano il sistema di corde e rotelle utilizzato per l’estrazione dell’acqua dai pozzi. Nella teca di vetro al centro di una sala è custodita la testa marmorea del dio Attis, uno dei ritrovamenti di maggior pregio. Le linee morbide del volto appena paffuto, dei boccoli che adornano il collo e delle labbra socchiuse, concorrono alla grazia quasi femminile di tutto il capo, sormontato dal cappello frigio. Su tutto quello che dietro alle vetrine è ordinatamente esposto e numerato, pietre levigate, ossa incise, attrezzi agricoli, monili, pettini, predomina il colore marrone con le sue infinite varianti. Rammento a questo proposito le mummie nel convento dei Cappuccini a Palermo: anche lì, pelle umana, stoffe, capelli, erano ricoperti dal marrone velo dei secoli, che ritrovo anche nel sangue seccato, nel cibo guasto, nella terra; quel punto della scala cromatica dove la vita s’arresta, così intensamente rappresentato da Mark Rothko negli ultimi quadri prima della sua tragica fine. Il marrone è il colore del tempo. I pannelli lungo il percorso museale mostrano le fotografie aeree delle antiche fortificazioni, le fasi di espansione della città e il lento declino sotto l’impero romano. Tra le immagini esposte campeggia la fotografia a grandezza naturale di Quintino Quagliati, il sovraintendente ai lavori ritratto in sito nel 1912 durante i primi scavi. In posa e con le mani sui fianchi, il professore guarda con piglio accademico chi lo sta fotografando. Con il pince-nez calcato sul naso, i baffi e il cappello di paglia bianco, il professore incarna a pennello la figura dell’esploratore ritratto all’inizio del secolo scorso davanti a paesaggi esotici dai quali affioravano rovine.

Fuori dal Museo, sotto un cielo tinto di fuoco, mi dirigo verso l’ultima tappa che questo viaggio nel tempo riserva, la necropoli. Le tombe messapiche, a volte poco più lunghe di un metro dentro alle quali i corpi dei defunti venivano seppelliti in posizione rannicchiata, sono scavate nella roccia; altre sono invece dei veri e propri appartamenti funerari ipogei, con scalinata, vestibolo e cella sepolcrale. Pesanti blocchi rettangolari, usati per la copertura degli avelli, sono sparsi un po’ ovunque, come se la rabbia di un ciclope li avesse malamente gettati a terra. Quello che vedo adesso è solo un mare di pietre che si perde all’orizzonte, e in qualche cavità, una pozza di acqua piovana a proteggere l’anima degli antichi resti.

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