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Su quell’ultimo treno prima di Miriam

Nell’immagine una scena di «Martin Eden»

Scesi dal treno e mi guardai attorno. La stazione era insolitamente deserta. Pensare a Roma Termini così, quando stava per scoccare mezzogiorno, era davvero uno sforzo per le mappe mentali di chiunque. Anche per la mia. Era uno shock per le nostre abitudini, per i nostri punti di riferimento, per le nostre apparenti certezze. Studiavo alla Normale di Pisa, e quel che era successo la sera prima aveva infranto la mia sana monotonia. Di colpo, allora, avevo deciso di prendere quel treno. Da studente di Fisica sapevo perfettamente che non era la scelta migliore, che sarebbe stato meglio aspettare. Ma volevo tornare da lei. Nella speranza, ma forse era solo un’illusione, che la sua vicinanza avrebbe reso meno faticoso quel momento. Momento. Che poi nessuno sapeva quanto sarebbe durato, quando tutto sarebbe finito. Abituato a confrontarmi ogni giorno con numeri, simboli, formule ed equazioni, avevo barattato in un attimo la mia rigorosa razionalità con l’istinto.
Il treno per Napoli sarebbe partito quaranta minuti dopo.

Feci qualche passo, incrociando un muro di serrande abbassate. In fondo, un’edicola aperta.
Mi avvicinai, convinto – ma non troppo – di acquistare qualche giornale che mi restituisse un briciolo di normalità. Che mi trasmettesse un frammento di quotidianità. O forse solo per parlare con qualcuno.

Il mio dirimpettaio esclusivo di quel giorno aveva i capelli lunghi e bianchi, contrastati da una leggera stempiatura. Le rughe disseminate sul volto gli conferivano un aspetto decisamente saggio, quasi ieratico.

«È l’unico ad essere aperto qui. Come mai? Non le interessa quel che sta succedendo?», gli chiesi, forse con un tono eccessivamente brusco.

Mi guardò, un po’ stupito. «Perché, crede che ci sia un posto migliore di un altro?», rispose. «E, poi, migliore per chi? Migliore per cosa?». La sua risposta mi spiazzò. Non era assolutamente quella che mi aspettavo. E non sapevo davvero come replicare. Chiesi allora il Corriere della Sera e Wired. Continuavo a osservarlo con curiosità, era una di quelle persone che calamitano la tua attenzione anche se non sai bene perché. Era come se fosse fuori posto, presente ma distante. Vicino ma lontano. Avevo la sensazione che bisognasse andare oltre le apparenze per poterlo veramente inquadrare.

«Quindi anche lei è un seguace del Vangelo tecnologico? Della mistica delle cifre e della dittatura digitale?», disse passandomi il numero di marzo di Wired.

«Perché, crede sia una religione?», risposi. «Sì, certo, una religione fondata sulla scienza e sulla tecnica, ma pur sempre una religione, con i suoi dogmi, con le sue verità di fede.».
Mi guardò e riprese a parlare, anche se sembrava assorto nei suoi pensieri, quasi sospeso. «Ha mai riflettuto sul fatto che la Terra perfetta, costruita a tavolino con i numeri dei calcolatori, è soltanto un’astrazione attecchita nelle nostre vite per soddisfare un bisogno indicibile di sicurezza? È lo stesso motivo che un tempo ha fatto la fortuna delle religioni, del resto. E che la fa ancora, in quei luoghi e tra quelle persone che le sono sensibili e che rifuggono le sirene tecnologiche.».

Mi chiedevo come un uomo apparentemente incastrato in quel chiosco da chissà quanto tempo a distribuire giornali potesse parlare in quella maniera, cospargere nell’aria pensieri tutt’altro che scontati, instillare dei dubbi in chi come me – forse per la giovane età o forse per le sue esperienze di vita – non era abituato a farsi troppe domande né a coltivare il dubbio.

«Studio fisica, l’universo con i suoi misteri mi appassiona. Vorrei diventare un ricercatore.», risposi, come a rivendicare l’importanza delle mie scelte, il peso delle mie aspirazioni che quell’uomo sembrava quasi deridere.

«Ah, sì», disse lui con sufficienza. Seguì un silenzio prolungato, quindi ricominciò a parlare.
«Si starà chiedendo come faccia a conoscere tante cose, visto che passo buona parte della mia giornata qui, in questa edicola», aggiunse, come se in quell’attimo preciso mi stesse leggendo nel pensiero. «Leggo molto, leggo di tutto, qua ormai è parecchio che non c’è più la folla. Pochi clienti, ho tanto tempo libero, e questa è una fortuna. Almeno per me.».

Fece una pausa, poi riprese. «Si starà domandando perché ho scelto questo lavoro. Beh, a volte me lo chiedo anch’io. Non sempre sei tu a decidere cosa fare, a volte è il lavoro a scegliere te. Anche se una storia c’è. Ma forse non è poi così interessante.».

Lo guardai, incuriosito.

«Ha venduto sempre giornali?».

«No, certo che no.». Cambiò subito discorso, e prese ad ordinare i giornali che aveva davanti.
Mentre lo guardavo mi sembrava, in qualche modo, di essere entrato in un luogo immaginario, di essere scivolato in un imbuto magico, quasi un universo parallelo celato nel cuore della Capitale.
Squillò il telefono. Una, due, tre volte. Era lei.

Non risposi subito, sedotto ancora una volta dall’uomo dai capelli bianchi.
«Conosce Martin Eden?», mi chiese.

«No, veramente no.».

«Non è un eroe dei fumetti, è il protagonista di un romanzo di Jack London. Ne hanno fatto anche un film uscito di recente, proprio in questi giorni mi è arrivato il Dvd.». Sollevò il braccio e prese uno dei dischi cellofanati appesi in alto.

«Martin Eden è un marinaio che si innamora di una ragazza dell’alta borghesia e grazie a lei decide di studiare e di diventare uno scrittore, anche per essere all’altezza della sua innamorata. Lotterà con ogni mezzo per centrare il suo obiettivo. Quando però, dopo anni di umiliazioni e di rifiuti, finalmente diventa uno scrittore famoso scopre che quel mondo tanto desiderato è molto peggiore del suo, fatuo ed ipocrita. Le persone che lo avevano deriso ed osteggiato per tanto tempo ora lo elogiano e lo riveriscono. Eppure, i libri che ha scritto e con cui ha raggiunto il successo sono gli stessi!».
Non avevo ben capito perché mi dicesse questo, a cosa alludesse.

«Tenga, glielo regalo.», mi disse porgendomi la confezione con il Dvd.

Lo guardai un po’ perplesso, poi lo presi.

Il telefono squillò nuovamente. Era ancora Miriam, questa volta dovevo rispondere.
«Ciao Miriam, sì, tutto bene. Il treno parte tra venti minuti, speriamo arrivi puntuale. No, decidi tu, per me è la stessa cosa. Ci vediamo in stazione.».

Chiusi il telefono e mi resi conto che era arrivato il momento di concludere la conversazione.
«Bene, la ringrazio. Di tutto, del film e della chiacchierata.».

«E di che, da qui scorrono come in un fluire infinito di sequenze cinematografiche persone di ogni genere, neanche se lo immagina. E ognuna lascia qualcosa.».

Pensai che non avevo parlato quasi per nulla, e mi domandai se e cosa avessi potuto lasciare in quell’angolo di stazione. Quale impronta, se pur piccolissima, quale tratto impercettibile dell’esser stato lì.

«Li vede i treni passare?» disse guardandomi fisso negli occhi.

«Loro, in fondo, sono tutti uguali. Più o meno moderni, più o meno veloci, ma tutti uguali. Perché non puntano dritti al cuore, tuttalpiù possono accarezzarlo per alcuni istanti ma non lasciano segni, solo scie. Tirano dritti per la loro strada fatta di binari, accuratamente tracciata. Non generano ricordi. Sono destinati ad essere dimenticati poche ore dopo, o al più tardi all’indomani, di nuovo in viaggio sulla tratta del giorno.». Fece ancora una pausa, poi riprese.

«A volte gli esseri umani sono come i treni. Il naturale complemento di un binario. Ma non sempre, fortunatamente. Quasi sempre ti offrono la loro immagine in un caleidoscopio che è pressoché impossibile comprendere. Ed è un errore cercare di far luce in quel caleidoscopio, è come voler trattenere nel palmo di una mano l’acqua contenuta in un bicchiere. Scorre più veloce di noi, della nostra presa, segue il suo corso e non si fa afferrare. La possiamo solo osservare fluire.».
«Grazie ancora», dissi, «grazie davvero.».

Dovevo davvero andare, tra poco il treno sarebbe partito.

Rientrai nei miei soliti pensieri, aspettando di tornare al mio soporifero trantran che forse, però, era stato spazzato via per sempre. In poche ore.

Arrivato sul binario, guardai il mio treno. «Ma che treno sarà?», pensai.
«L’ultimo treno prima di te», mi dissi pensando a Miriam.

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