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Come ogni domenica di novembre, si era svegliato alle quattro e mezza. Era un uomo sui cinquanta, un tempo alto e snello, con i capelli mossi e un po’ diradati sulla fronte. Si chiamava Giovanni, ma tutti lo chiamavano Vanni. Vanni controllò il gruppo whatsapp e vide che gli amici avevano già dato conferma. Si sarebbero visti al solito bar. Mancava solo la sua adesione.Confermò schiacciando Invia messaggio e poi, come da rituale, posò lo smartphone sulla credenza in cucina. Non gli era riuscito mai del tutto il passaggio da analogico a tecnologico, e spesso si ritrovava immalinconito a rimpiangere agende cartacee e telefoni fissi. L’onnipotenza degli smartphone lo opprimeva, e dunque era felicissimo al pensiero che lui e il suo oppressore si sarebbero rivisti dopo diverse ore.

Vanni si reputava una brava persona, e in fin dei conti lo era. Scese per strada, dove il buio non ne voleva sapere di sciogliersi e aprì a distanza la chiusura centralizzata della macchina. Sulla spalla destra aveva un borsone lungo e sottile che gli arrivava quasi ai polpacci, sulla sinistra una borsa tozza e a tracolla una borraccia. Mise tutto nel portabagagli, tranne la borsa tozza che rimase sulla sua spalla. Era pronto per raggiungere i soliti amici, al solito bar, come solitamente gli succedeva nelle domeniche di novembre. Erano circa le cinque e venti, aveva appena chiuso lo sportello quando qualcuno bussò al finestrino. Vanni sobbalzò spaventato, si girò di scatto e vide un uomo con una strana espressione bonaria.

«Schh...», gli fece l’uomo con la mano, mentre con l’altra lo teneva sotto tiro. Una pistola Beretta credo, ma era ancora troppo buio per esserne certi. «Scendi dall’auto e cammina verso la campagna» gli intimò lo sconosciuto con un tono di voce tranquillo. Vanni abitava nella zona popolare di un paese e a dieci metri dalla palazzina di tre piani in cui viveva c’era la campagna che, cammina cammina, diventava bosco.

«Che vuoi da me??» chiese raggelato dalla paura il povero Vanni, con lo sguardo fisso davanti a sé. Glielo aveva ordinato lo sconosciuto con un fare sempre gentile. «Cammina con lo sguardo fisso davanti a te», gli aveva detto.

Erano ormai arrivati nel bosco, quando a Vanni venne ordinato di fermarsi. «Siediti sotto quell’albero» disse lo sconosciuto, e Vanni lo fece, guardandolo meglio. Non lo aveva mai visto prima di allora. Appariva sui trentacinque, quarant’anni ed era magro, con dei jeans viola su cui agiva l’impasto della luce dell’alba nascente. «Cos’hai in quella borsa un po’ tozza?» chiese l’uomo con i jeans viola. «Cosa? Nella borsa?» balbettò Vanni che non aveva idea del perché gli stesse accadendo tutto questo. «Sì, nella borsa» disse lo sconosciuto calmo, rassegnato dolcemente a chissà quale amara verità.

«Ho la merenda…io…sono una brava persona» piagnucolò Vanni estinto dalla paura. Era diventato così, un tratto di matita cancellato con la gomma pane, l’impronta di sé stesso. «La merenda» ripetè lo sconosciuto, abbinando un sorriso così avvolgente che avrebbe sciolto un’arpia. «E mangiala la merenda» aggiunse. «Cosa? Come?», Vanni adesso singhiozzava. «La merenda. Mangiane un po’. Anche solo un morso». Quasi lo calmò lo sconosciuto con il suo tono quieto. Vanni continuava a piangere, ma l’istinto di sopravvivenza gli suggerì di accontentarlo; frugò nella borsa e tirò fuori una stagnola con dentro un panino imbottito di qualcosa. Con il naso gocciolante e gli occhi bucherellati che lo bagnavano, gli dette un morso e masticò piano.

Un proiettile gli sfiorò la guancia, lasciandogli una piccola linea di bruciatura. Lo sconosciuto non lo aveva colpito di proposito. Lui sì che aveva una gran mira. Vanni smise di piangere, respirava appena e solo con i primi due centimetri di polmoni. Lasciò cadere il panino, si portò una mano alla guancia ed esplose in un urlo isterico di follia da terrore. Stava per morire e non riusciva a capire il perché. Si reputava una brava persona, in fin dei conti. «Non ti diverte?» chiese stranito lo sconosciuto stavolta sbalordito, più che amorevole. «Ma come? Non ti diverte?» continuò quasi sconcertato, certamente delusissimo. «Io credevo ti piacesse. Davvero? Non ti piace?» insisté. «No!!» contrasse la gola Vanni che, nel frattempo, si era pisciato addosso.

«Eppure… quando sei tu a sparare ti diverte». Lo guardò stranito lo sconosciuto. Vanni adesso non era nemmeno più quell’impronta di matita. «Capisci, … cos’è la paura?» chiese lo sconosciuto. Vanni boccheggiò, rimaterializzato all’istante e non del tutto. Si asciugò la faccia con la manica della giacca e fece di sì con la testa, rimettendosi a piangere un istante dopo. Lo sconosciuto si poggiò a un albero, si accese una sigaretta di quelle lunghe e strette, e rimise la pistola nella fondina a scomparsa. «Puoi raggiungere i tuoi amici adesso, si staranno preoccupando» gli disse melodioso, morbido lo sconosciuto.Vanni si alzò aiutandosi con i palmi delle mani. Guardò per un attimo ancora lo sconosciuto che fumava tranquillo, e mentre andava via non ebbe più la tentazione di girarsi. Voleva solo tornare a casa, oltre il bosco e oltre la campagna.
Quando fu finalmente al sicuro, dopo essersi fatto una doccia e aver messo su la caffettiera, Vanni prese lo smarphone e aprì la chat che aveva con gli amici.

La foto profilo del gruppo li ritraeva tutti insieme attorno a un lupo riverso per terra, in una pozzetta di sangue che avevano calpestato. Uomini sorridenti e con il fucile in mano; uno di loro reggeva la testa dell’animale morto che aveva ancora gli occhi aperti. C’erano molte chiamate perse, e i messaggi dei suoi compari che gli chiedevano che fine avesse fatto. L’idea di richiamare qualcuno di loro non lo sfiorò minimamente e scelse la via della tecnologia. Per una volta lo smatphone gli parve amico e non oppressore. «Sto bene, scusatemi. Non verrò mai più», digitò lui, e subito dopo sullo schermo del ritrovato amico apparve scritto: «Vanni ha abbandonato il gruppo».

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