Sabato 06 Giugno 2020 | 22:56

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Con Ulisse al mercato del pesce di Mola

Franco Chiarpei tra barche e «allievi»

Con Ulisse al mercato del pesce di Mola

Al mercato del pesce di Mola di Bari si vende al dettaglio. Le barche rientrate dalla giornata di pesca, attraccano, scaricano e vendono. Tutto avviene entro qualche ora, non ci sono intermediari, distributori o vendite all’asta come a Mazara o a San Benedetto, chiunque può venir qua e comprare. Mola in un pomeriggio di sole: una manciata di case bianche gettate sul porto, barche da pesca ovunque, e la luce tagliente del Mediterraneo che disegna lunghe ombre sull’asfalto e sui muri. Il mercato di Mola, ospitato in una palazzina proprio di fronte ai pescherecci, è adesso affollato e camminando su lische e liquami ci si fa largo a fatica. Appena entrato mi trovo di fronte a una grossa piovra sfuggita al suo proprietario che cercando invano di riguadagnare la libertà perduta si divincola ai miei piedi.

Dentro gocciolanti cassette di plastica sono ordinatamente allineate triglie e scorfani di un rosso vivido, sogliole color sabbia, razze maculate, vongole, cozze. E taratuffi, che sembrano pezzi di scoglio e sanno di acido fenico, e cocci, conchiglie spiraliformi e piccanti che schizzano in aria zampilli di acqua salata. Tutti da mangiar crudi. Chi se li mangia in piedi, chi in macchina. Seduta in una 500 parcheggiata davanti all’uscita del mercato, una donna si sta addentando il polpo crudo che tiene in mano. Nella confusione del mercato scambio due parole con un uomo che si distingue dal resto della calca, un ribollire uniforme e agitato.

Non so dire se sia per il disarmante sorriso e il ciuffo di capelli grigi piantato in fronte o per il bomber giallo e blu che indossa, una copia di quelli americani con il logo dei Cardinals o dei Rangers sulla schiena, ma decido di seguire Ulisse, che malgrado il vistoso giubbotto perdo subito di vista. Le grida dei venditori riempiono l’aria, il via vai di cassette di pesce è continuo, nessuno fa caso se qualcuno assaggia un gambero o un moscardino preso dal banco con le mani. In mezzo ai banchi luccicano come l’acciaio le alici, per i pescatori il pane di tutti i giorni. – Assaggiane una – dice la mia guida ricomparsa e infilandomene una in bocca. L’alice, viscida e carnosa, ha un sapore dolce ed è talmente piccola che s’ingoia in un colpo solo, la lisca non si sente.

Usciamo, il mio amico ha un sacchetto di plastica in mano che mi mostra strizzando l’occhio – Mettiamoci lì sul molo. – È ormai l’imbrunire e la gente in macchina o a piedi si è riversata in strada. Seduti su una bitta osserviamo il lento scorrere del traffico, le famiglie a passeggio, il lamentoso grido dei gabbiani sopra di noi; Ulisse ha un commento e un saluto per tutti. Poi infila la mano nella busta di plastica che tiene sulle ginocchia ed estrae una candida seppiolina pulita e arricciata, poco più grande di una noce. – Tieni. Sono allievi, le seppie più giovani. Prima stacchi la testa, poi sputi il becco e te la mangi. Così, alla crudele! Il corpo è croccante, vedi come si spezza? –

Metto la mano nel sacchetto dove galleggiano una decina di bianchi cefalopodi e ne prendo uno. – È acqua di mare questa, acqua santa! – dice Ulisse mentre mastica. Inizialmente l’allievo resiste al morso ma poi cede, si apre ai denti che affondano, il mio amico ha ragione, è sapido e croccante. Affiora d’improvviso, mentre osservo il tentacolo che tengo tra le dita, il ricordo di quando vidi per la prima volta, molti anni prima in un negozio di Bari che vendeva materiale elettrico, le stesse seppioline.
Ero entrato per comprare delle batterie e per ripararmi un momento dal caldo afoso. Chiesi al commesso se ci fosse un bagno per rinfrescarmi. – Là in fondo – rispose mentre cercava le pile – dietro allo scaffale. – In quel bagno, che rammento angusto e immerso nella penombra, vidi galleggiare nel lavandino dove mi sarei dovuto sciacquare, uno spesso strato di piccole seppie bianche. Senza riuscire a distogliere lo sguardo da quegli strani ospiti che non sapevo ancora come si chiamassero né come si mangiassero, mi rinfrescai alla meglio, pagai e uscii, ma ricordo come l’immagine degli allievi lucidi e galleggianti nel lavabo semibuio del negozio di Bari, fosse diventata nelle notti successive a quel curioso episodio, una inquietante visione che continuava a riemergere da profondità abissali.

Lasciamo il mercato per incamminarci lungo la banchina del porto dove sono ormeggiati i pescherecci: lo Sparviero, il Nettuno, il San Pio, azzurro e bianco con dipinto sul fumaiolo Micky Mouse e sulla cabina di comando Padre Pio. Per decine di metri sono stese ad asciugare le reti da pesca; due uomini anziani chinati a ripararle, al nostro passaggio alzano lo sguardo, poi riconoscono il mio amico e riattaccano con le reti, tornando a chiacchierare con la sigaretta appesa in bocca. Davanti a una trattoria ci fermiamo. – Entriamo a mangiare qualcosa. Vado a casa un momento a cambiarmi, tu intanto siediti. – Il ristorante è pieno e il televisore acceso, stanno tutti guardando la partita.

Qui ogni cosa è di plastica, tavoli, piatti, bicchieri e anche il vassoio colmo di cozze pelose che sta arrivando. Nel frattempo ritorna Ulisse vestito per la serata: scarponcini stringati, golf grigio attillato, jeans, catena e cintura Swarowski. – Sono ancora vive! – esclama succhiando rumorosamente il frutto di mare preso al volo, rosso, carnoso, crudo. D’improvviso il pubblico esulta, una squadra ha segnato, seguono grappe, limoncelli e musica a tutto volume. Più tardi, quando i portacenere sono ormai pieni e le bottiglie rovesciate sparse un po’ ovunque, decidiamo di uscire.
Ulisse a Mola conosce tutti, pescatori e armatori compresi.

Parliamo della vita di mare, dei pescherecci. – Se ti piacciono le barche allora dobbiamo andare a vedere il Corsaro, vieni! – dice

tirandomi per la manica. Il tempo è cambiato, un forte vento di Grecale spinge pesanti nuvole grigie nel buio e incolla alla fronte il ciuffo grigio di Ulisse. Camminiamo svelti lungo il molo, ogni tanto lui si volta di scatto e sputa. Uno sputo nervoso, una sorta di tic. Il Corsaro, un peschereccio di novanta piedi, è ormeggiato vicino all’uscita del porto, l’ultima barca prima del mare aperto. – Quando è arrivato qui era ancora un rimorchiatore, poi è stato smontato e armato per la pesca, dopo una settimana stava già lavorando. Vedi che prua? – Costruito per il Mare del Nord, il Corsaro sembra disegnato non per fendere le onde ma per frantumarle. Se la prua delle altre barche è come una spada, quella del Corsaro, larga e possente, sembra una clava.

A bordo, illuminati dalla luce di un neon, due uomini con stivali di gomma e cerata da lavoro, stanno lavando il ponte. Non tarda ad arrivare il comandante, che conosce Ulisse e che mi invita a visitare la barca. Ci muoviamo tra cataste di reti, cavi, verricelli e una coppia di grossi argani. Rivestita con manifesti di calciatori, la cambusa comunica direttamente con la cabina dei marinai, tre basse cuccette a sinistra e tre a destra. – Io dormo di sopra, vicino al timone – dice il capitano mentre si sale nella cabina di comando, dove in mezzo alla strumentazione di bordo mi colpisce non tanto la fotografia dell’immancabile Padre Pio, questa volta inserita al centro di un piccolo salvagente di legno, bensì un'immagine di Maria Santissima d'Alto Mare, venerata a Mola come la protettrice dei pescatori, una Santa che mi mancava.

Nella sala macchine il rumore è assordante e l’odore di nafta soffoca, i due motori diesel stanno arrivando a regime, tutto vibra, è il cuore del peschereccio che pulsa e che spurga grasso nero per spingere la barca a 10 nodi. Dopo aver salutato l’equipaggio mi volto ancora una volta a guardare il Corsaro che sta mollando gli ormeggi, sul quale vedo, fissato con il nastro adesivo all’albero di prua, un piccolo ramo di ulivo che non avevo notato. Malgrado sole e salsedine l’abbiano seccato, esso riesce ancora a trattenere, attaccata al proprio stelo come una bandiera, qualche fogliolina grigioverde che ha resistito al vento.

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