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La coda dell’apocalisse tra mele e cannella

Chicca Maralfa e il maresciallo Ravidà

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Il profumo di mele e cannella invase la casa. Il maresciallo Ninni Ravidà ne pregustò il sapore ancora a letto, imbozzolato nel piumone. C’era stato temporale, durante la notte. Una brutta notte. Gli era parsa interminabile, forse perché dilatata dal soffiare del vento. Ma adesso un rettangolo di luce dorata sul pavimento del corridoio lasciava ben sperare.Non aveva proprio voglia di alzarsi. E così indugiava, frapponendo fra sé e il mondo dei «definitivamente svegli» una resistenza di pensieri sparsi e senza senso. I soliti, ma mai gli stessi, a quest’ora del mattino. In lontananza, nel resto della casa, i rumori lievi e tenui delle cose che cominciano, che si rimettono in moto.Si ricordò di un romanzo letto anni addietro, parlava di una bottega di stoffe in cui sembrava perdersi la fisica del tempo e della ragione.

A farglielo tornare in mente, per associazione di idee, era stato il profumo di cannella, che c’era nel titolo e anche nel colore della copertina. O forse no, non era un libro, era una trave di legno e lui si immaginò naufrago, aggrappato a quel piccolo galleggiante.

Il nuovo giorno, al momento, era solo una geometria di luce e una torta, la sua torta preferita. Simona non la cucinava da anni. Il suo amore era fatto di gesti imprevedibili e quella donna era tutto il contrario di una verità assoluta, tanto che continuava a considerarla un enigma. Non l’aveva mai vista in vestaglia e pantofole, per esempio. Girava per casa come girava per strada, le mancava solo la tracolla della borsa poggiata sull’omero. Un enigma sempre molto curato, classe innata.
Ettore, il grosso gatto rosso, sonnecchiava ancora ai suoi piedi costringendolo a una scomoda posizione da mummia predinastica. Monica e Agnese non le aveva ancora sentite chiacchierare.

Quando non c’era scuola le due ragazze si alzavano che era già ora di pranzo, con le facce stropicciate come i pigiami a fiorellini che indossavano, seta, flanella o cotone a seconda delle stagioni, in un orario in cui ben altri profumi si sarebbero diffusi per casa. Ogni momento della giornata ha il suo odore dentro quattro mura, pensò.

Le loro figlie, così diverse ma inseparabili, qualche ora dopo sarebbero diventate un cinguettio costante di scaramucce, del quale non si sarebbe più potuto fare senza. Adorabile routine dei giorni festivi, considerò il maresciallo, cercando invano di distendere i piedi e incassando il verso stizzito di Ettore.

Un ruggito, si sarebbe detto se fosse stato un leone. Talvolta ringhiava pure, come un cane, nove chili di ingombro visivo, oltre che fisico. In questo momento una ciambella, anzi un bombolone, che gli impediva di muoversi.

Tutte quelle piccole cose sempre uguali – profumi, tenui rumori, sfumature di luce - erano capaci di tenere insieme le famiglie più di quanto riuscisse a fare l’amore che predicavano i preti, nelle chiese, la domenica, pensò. Un amore assoluto del quale Ravidá sin da bambino - a sentirlo inneggiare dai loro pulpiti - non era mai riuscito ad avere contezza. Proprio non sapeva di cosa parlassero. Poi tutto d’un tratto, una volta sposato e diventato padre, era bastata una domenica, una per tutte con tutte quelle belle cose che accadevano, a farglielo capire.

Quando tre ore dopo un altro profumo, diverso, si sarebbe preso tutta la casa, Monica e Agnese sarebbero apparse con il trucco sciolto, per poi far finta di pranzare, alternando bocconi di pasta al forno agli sbadigli. Clic, ecco la famiglia tutta lì, in quella immagine. Un bravo fotografo avrebbe anche fatto entrare Simona nell’inquadratura, di spalle a Monica e Agnese, immobile nello scatto ma in movimento nella vita reale, che spadellava qualcosa che sarebbe arrivato in tavola troppo presto e dunque troppo tardi per essere gustato, nella sua consistenza e temperatura originaria, dalle due monadi fiorate. Clic. Ecco, la Polariod si andava definendo.

I contorni delle cose e quelli delle persone. E lui dov’era? Sì proprio lui, Ninni Ravidá, padre di Monica e Agnese e marito di Simona Ranieri dov’era? Non sedeva al suo posto. E quello lì, che invece lo occupava, chi era?Il maresciallo sobbalzò dal letto.

I capelli neri, corti e ricci come una pelliccia di astrakan, si scomposero, gli occhi rotearono nel buio, inquieti. Almeno la notte poteva lasciarlo in pace?

Almeno il grembo del sonno poteva risparmiargli quell’incubo che lo imprigionava durante tutto il resto della giornata, quando proprio non poteva fare a meno di confrontarsi con la realtà delle cose, con il fatto che sua moglie l’aveva lasciato per mettersi con un altro, e non un altro qualsiasi?

Si guardò attorno. Non era la sua stanza da letto di Bari ma quella dell’alloggio di servizio della Stazione dei Carabinieri di Asiago, provincia di Vicenza, che comandava da due anni. Un esilio volontario, sull’Altopiano dove si era combattuta la Grande Guerra e dove lui aveva deciso di andare a combattere la sua battaglia personale. C’erano trincee dappertutto, a ricordarlo qualora ce ne fosse stato bisogno. Migliaia di vittime, un’unica grande tomba. Anche nonno Gaetano, il suo omonimo Gaetano Ravidà, siciliano di Catania, era morto lassù, e le sue spoglie riposavano al Sacrario del Leiten, insieme a quelle di altri 33mila militi ignoti. Ravidà sentì il piantone Duilio Mammarella bofonchiare qualcosa di incomprensibile – più del solito - mentre batteva forte i pugni sulla porta. Era proprio lui, non stava sognando.

Per capirci qualcosa dovette sedersi sul letto e sbracarsi il piumone. Fu allora che gli mancò il respiro e tossì forte.
C’era puzza di fumo. «Maresciallo apra, la caserma sta bruciando!» disse l’uomo, più agitato del solito.

Niente torta, niente pasta al forno, niente Monica, Agnese e Simona, niente Ettore. Neppure Bari, la sua città, che poco prima, mentre sognava, gli aveva fatto sentire anche l’odore del mare, insieme a quello delle mele e della cannella. Un profumo che si era fatta luce, un abbaglio sul lungomare con le geometrie del Ventennio dove ogni cosa sembrava trovare la quadra, anche i pensieri più incompiuti. La sua metafisica interiore. Per anni gli era bastato oltrepassare la sbarra della Comando Provinciale dei Carabinieri per risolvere le indagini più complicate. C’era sempre il mare a dare la risposta a tutte le domande. Non era bastato il ciclone Vaia, in Veneto e nelle regioni vicine, quattro milioni tra faggi, abeti bianchi e rossi, gli alberi caduti o spezzati dalla furia del vento. Poi era arrivato il virus, il Covid-19, e lassù tutto era cambiato, la fuga e le disdette dei turisti, gli albergatori in ginocchio. E adesso? Stava andando a fuoco la Stazione che comandava e dove aveva chiesto di essere trasferito due anni prima, il più possibile lontano da casa, per trovare un po’ di pace dopo tutta quella burrasca familiare. La sua famiglia, tutte quelle cose belle che aveva sognato fino a poco prima, non c’era più, ma in quel momento, nella frenesia del mettersi in salvo, pensò alle sue tre donne, a come sottrarle al fumo e alle fiamme, prima di salvare se stesso. E pensò pure a Ettore, avrebbe salvato anche lui.Ma loro per fortuna erano al sicuro, a Bari, a farsi la quarantena come milioni di italiani assennati, e adesso non gli restava che pensare alla sua Stazione. Lì, in via Giuseppe Verdi 29, di fronte al monumento ai caduti della Brigata Sassari, l’apocalisse stava dando il suo colpo di coda.

Ninni Ravidà, maresciallo dei Carabinieri barese, di padre siciliano, è un nuovo personaggio letterario partorito dalla fantasia narrativa di Chicca Maralfa, giornalista, che a fine 2018 ha esordito come scrittrice con il romanzo «Festa al trullo». E’ un personaggio che, nelle intenzioni dell’autrice, sarà al centro di una saga editoriale. Il primo episodio è già stato completato. 

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