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Il silenzio irreale di questi giorni mi aveva fatto tornare in mente i pomeriggi estivi assolati dell’infanzia, quando il dopopranzo era esclusivamente consacrato a un riposo inviolabile: la controra. Tacita condivisione di un piacere altrove impensabile, era il tempo della calma e del silenzio, la pausa pomeridiana in cui i bambini non potevano giocare né fare rumore perché i grandi dovevano riposare. In quelle ore, a casa mia, si sentiva solo il rumore dei piatti che venivano lavati e le risate soffocate delle donne di famiglia che, mentre mettevano in ordine la cucina, commentavano con leggerezza i fatti del giorno.

Mentre i corpi degli adulti se ne stavano mollemente abbandonati sui letti, io e i miei coetanei, fremendo per andare a giocare all’aperto, fissavamo impazienti le lancette dell’orologio che, con il loro impassibile rumore metallico, scandivano gli interminabili minuti che mancavano alla liberazione.

Ora che la «controra» – declinata al plurale – si era impossessata di tutto il giorno e della notte, quel divieto faceva riemergere l’antica voglia di ribellione infantile che solo il raziocinio dell’età adulta con fatica riusciva a sedare.
Improvvisamente questo fantasticare fu interrotto dal guaito di Black che, puntando la porta, mi ricordava il mio dovere di accompagnarlo fuori. Mai come adesso quest’incombenza era diventata un lasciapassare per cui indossai il giubbotto, calzai la mascherina sul volto e spalancai la porta a quella libertà condizionata.

Il mio meticcio avvertì subito qualcosa di strano: innanzitutto si stupì del guinzaglio cui non era abituato – necessario per evitare incontrollabili incontri ravvicinati con altri cani e accompagnatori – ma soprattutto di quella parziale visione della faccia del suo padrone, di cui poteva vedere solo lo sguardo e riconoscere la voce artefatta dal filtro che gli copriva la bocca.
Accettò suo malgrado, senza abbaiare, queste inconsuete condizioni pur di effettuare il consueto percorso che ripetevamo un paio di volte al giorno, con qualsiasi clima in ogni stagione.

La passeggiata aveva però assunto un andamento stranamente laconico, privata di quelle attese d’incontri che si sarebbero puntualmente rinnovati. Gli scenari ci apparivano immodificati ma, calati in quell’atmosfera irreale, apparivano stranamente finti, come dei set cinematografici abbandonati al termine delle riprese: più verosimili che veri.
Sbucammo quasi subito in piazza Mercantile: quel quadrilatero irregolare deserto, dominato dal Palazzo del Sedile, sembrava un quadro metafisico dipinto da De Chirico.

C’inoltrammo poi per Strada Palazzo di Città: la sinuosità di quella strada mi aveva sempre attratto.
Il silenzio che ora l’avvolgeva ne esaltava quasi il mistero. Gli antichi palazzi eleganti, che quasi si toccano, sembravano bisbigliare qualcosa al nostro passaggio, come se volessero segnalare gli uni agli altri l’invasione di estranei che venivano a profanare quella quiete così faticosamente raggiunta.

L’insegna luminosa della farmacia, unico segnale di vita al termine della strada, sembrava concedere un respiro di sollievo a quel tragitto solitario, l’imbattersi in un’insperata oasi di rifugio e accoglienza.
Erano invece due le assenze che alimentavano un po’ l’inquietudine, privando i sensi di riferimenti familiari. L’olfatto era orfano del profumo di focaccia proveniente dal Panificio Fiore, una fragranza che da sola riusciva a saziare risvegliando memorie di un gusto sublime assaporato in passato. Black, annusando l’aria priva di quella densità che aveva imparato a riconoscere, continuava ad accumulare perplessità.

L’altra mancanza accomunava udito e vista. Ai piedi della scalinata vicino alla Basilica di San Nicola stazionava sempre un musicista dell’Est: con la sua fisarmonica emetteva stridenti sonorità per elemosinare, in un improbabile italiano, un obolo ai passanti.

Privati anche di questa costante presenza, fuggita chissà dove, salimmo come al solito sulla muraglia dove Black sapeva che avrebbe ritrovato in un certo punto un suo amico che, al suo passaggio, si sarebbe affacciato da una persiana verde per salutarlo.

Via Venezia mi apparve ancora una volta nella sua incomparabile bellezza resa forse più struggente dall’assenza di passanti. Il mare sembrava invece avesse rinunciato a esercitare il suo fascino come un attore depresso per un teatro vuoto, accantonando gli effetti speciali con cui sapeva di fare colpo: armonia di movimenti ondosi, varietà di riflessi cangianti, suggestione di associazioni cromatiche.

Mentre incredulo guardavo quella distesa azzurra che faticavo a riconoscere, nell’aria cominciarono a diffondersi le note di un motivo conosciuto suonato al pianoforte: un valzer che conferiva al crepuscolo una rasserenante sensazione di leggerezza.
Istintivamente io e Black guardammo verso l’alto per capire da dove provenisse quella musica, ma le tante finestre aperte non consentivano d’individuarne con certezza la sorgente.

Ero appena riuscito a identificare in quella composizione le sonorità di Nino Rota, quando da un palazzo poco distante un violino si associò al primo strumento e, in sequenza, un flauto da un’altra postazione nascosta.
A quel punto accadde qualcosa di magico, come obbedendo alle direttive di una regia occulta: si accesero i lampioni sul lungomare e una lieve brezza incoraggiò la ripresa del movimento ondoso, mentre sulla linea dell’orizzonte scivolava il profilo di una nave da carico, che con un po’ di fantasia poteva essere il Rex di felliniana memoria.

In quel momento ebbi la netta sensazione che l’uomo si fosse ripreso il posto che gli spettava e guardai con riconoscenza quelle finestre illuminate.

Black vide i miei occhi lucidi e percepì, sotto la mascherina, il mio sorriso: lo liberai dal guinzaglio e rincasammo più allegri

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