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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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L'intervista

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BARI - La prima delle riforme della Giustizia, quella del processo penale, ha superato lo scoglio del Cdm e si prepara ad affrontare l’Aula. Sottosegretario Sisto, come giudica il traguardo raggiunto?
«Partiamo da una premessa: le riforme del processo civile e penale s’hanno da fare. Si tratta di riforme strutturali, orizzontali per l’accesso ai fondi del Recovery. Non si tratta di tentativi o di opzioni culturali ma di una vera e propria obbligazione di risultato assunta in situazione di necessità. Abbiamo tempi stretti. Le riforme vanno chiuse entro il 31 dicembre 2021 in prima fase ed entro il 31 dicembre 2022 nella fase dei decreti legislativi. Sono date improrogabili, costi quel che costi. Preciso inoltre che le modifice promosse dal governo possono definirsi di matrice fortemente costituzionale. Il “ritorno al futuro” della Carta nel processo penale non può che essere salutato con vera soddisfazione».

Entriamo nel merito: quali sono i punti di forza della riforma?
«Pilastri come la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, il giusto processo e la ragionevole durata sono chiaramente leggibili fra le novità proposte. Così come lo è la nozione di pena non esclusivamente carceraria ma affidata a sanzioni variegate che, pur afflittive, calibrano meglio il rapporto fra responsabilità e rieducazione».

L’Europa ci chiede di velocizzare i processi del 25% nei prossimi 5 anni. Quanto esposto rende l’obiettivo realistico?
«Assolutamente sì. Tale obiettivo viene perseguito con una terapia “a tenaglia”. Mi spiego: si va dall’incremento, con ampliamenti qualitativi e quantitativi, dei riti alternativi, con la possibilità di patteggiare anche pene diverse dal carcere, fino alla maggiore appetibilità del giudizio abbreviato. Si passa dal potenziamento delle ipotesi di particolare tenuità del fatto e dalla giustizia riparativa, per poi giungere al mutamento epocale dei criteri di archiviazione e proscioglimento che vedono la prospettiva finale della condanna come unico criterio per legittimare la prosecuzione del procedimento».

Il cuore del problema, però, rimane la prescrizione. Il superamento della Bonafede convince alcuni ma preoccupa altri. Lei è soddisfatto?
«La nuova disciplina della prescrizione, croce e delizia di queste ore fra diritto e politica, è pervasa da uno spirito acceleratorio. Certamente il “fine processo mai” dell’incompiuta riforma dell’allora ministro Bonafede non può ritenersi conforme all’articolo 111 della Costituzione che impone la ragionevole durata del processo. Fermo restando il rispetto per l’Aula che potrà e dovrà dire la sua, la scelta degli emendamenti governativi propone lo stop della prescrizione derivante da reato alla sentenza di primo grado mentre, con talune eccezioni per i reati più gravi, ci saranno due anni per celebrare il giudizio di appello e un anno per definire quello di Cassazione. Caduti tali termini, il processo sarà dichiarato improcedibile».

L’Anm ha giudicato questi limiti temporali insostenibili in molte realtà...
«È evidente che tale intervento non può ignorare, come da alcuni giustamente osservato, le specifiche situazioni di taluni uffici giudiziari: in proposito sarà necessario intervenire, magari specificamente, sull’organico dei magistrati, sui numeri del personale sulle strutture giudiziarie».

Ecco, questo è uno dei nodi più caldi. Senza nuova «linfa» nel sistema sarà tutto inutile, sentenziano in molti.
«Il ministero ha già programmato l’assunzione di 18mila nuovi operatori che soprattutto nell’ufficio del processo, in diretta collaborazione con i giudici, consentiranno di rispondere ulteriormente alla richiesta di velocizzazione che ci viene dall’Europa».

È preoccupato dalla tempesta politica che rischia di abbattersi sulla riforma della prescrizione? I 5 Stelle promettono scintille.
«Con spirito laico, ma strenuamente difendendo i princìpi, sarà possibile migliorare il provvedimento durante i lavori in Commissione e in Aula. Certamente, non li si potrà stravolgere in nome di bandierine ideologiche così mancando di rispetto alla mission di velocizzazione, obiettivo che deve assolutamente essere raggiunto».

Ha fatto molto discutere anche il tema dei «criteri generali» che il Parlamento dovrebbe individuare per orientare l’azione penale. Una soluzione di compromesso?
«È stata proposta una soluzione che a me pare ragionevolmente il linea con gli equilibri che devono esserci tra il potere legislativo e l’ordinamento giudiziario. Si tratta di una materia che troverà, con ogni probabilità, utili approfondimenti durante la discussione parlamentare».

Chiudiamo, infine, con i sei quesiti referendari, promossi da Lega e Radicali, che anche Forza Italia sostiene con convinzione. Non rischiano di tramutarsi in un inciampo sulla via delle riforme?
«L’esercizio della democrazia diretta va accolto sempre con favore, costituendo un momento di partecipazione popolare di matrice costituzionale. Nel caso specifico, sono convinto che i referendum sulla giustizia costituiranno un volano utile a velocizzare il percorso delle riforme oltre ad essere un efficace diffusore dell’esigenza di cambiamento del sistema». 

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