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Scatta la reclusione per le fatture pagate ma non registrate

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Scatta la reclusione per le fatture pagate ma non registrate

In caso di contestazione del reato di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, le fatture ricevute e pagate non possono abbattere la base imponibile Iva per calcolare le soglie di rilevanza penale. Pertanto, i costi non possono diminuire gli elementi attivi sottratti a imposizione, con conseguente condanna alla reclusione del manager.


IL FATTO

L’amministratore unico di una Srl veniva accusato di evasione per aver omesso le dichiarazioni fiscali e superate le soglie minime ai fini delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto previste per la reclusione. L’imputato si difendeva rilevando che nel computo delle soglie previste dalla norma doveva tenersi conto di tutte le fatture ricevute e pagate, quantunque non registrate in contabilità. I relativi costi e la relativa Iva erano quindi da decurtarsi dagli elementi attivi sia ai fini delle dirette che Iva, per rideterminare tale ultima imposta e verificare il superamento o meno della soglia di punibilità. L’imputato veniva tuttavia condannato in primo ed in secondo grado alla pena di dieci mesi di reclusione. Proponeva quindi ricorso in Cassazione.


LA PRONUNCIA DELLA CORTE

I giudici del Palazzaccio hanno rigettato la tesi difensiva (sent. n. 10382/2021). È inaccettabile, per la Corte, la tesi interpretativa articolata dalla difesa per ciò che attiene alla deducibilità dei costi sostenuti in regime Iva «sebbene non riportati in contabilità». «Correttamente i giudici del merito hanno concluso che nel caso in esame, a differenza di quanto avvenuto per i costi sostenuti e per la determinazione delle soglie di punibilità ai fini delle imposte dirette, il relativo calcolo ai fini Iva non può tener conto delle fatture passive non contabilizzate». Secondo la Corte, la differenza di orientamenti espressi in relazione alle imposte dirette e all’Iva risiede nella natura comunitaria di quest’ultima imposta, in ragione anche dei principi stabiliti dalla Corte di Giustizia europea: la Corte di Giustizia ha posto in relazione «la "omessa registrazione delle fatture emesse e pagate" alla "esatta riscossione delle imposte"». E ha ricordato che tali condotte sono «atte a compromettere il buon funzionamento del sistema comune dell'Iva», con la conseguenza che gli Stati membri possono equiparare tali condotte alla «evasione fiscale» e «negare il beneficio del diritto a detrazione». I giudici del Palazzaccio hanno sottolineato che anche la Corte Costituzionale ha indirettamente confermato tale principio, ribadendo la regola generale secondo cui «le norme fissate dal d.lgs. n. 74 del 2000 dimostrano un particolare rigore del legislatore nella tutela penale del sistema tributario, dato il ruolo che la fattura riveste nel sistema dell'Iva (tributo armonizzato di diritto europeo in base alla direttiva 2006/112/CE del Consiglio del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto), sistema che garantisce l'attuazione del principio della neutralità dell'imposta rispetto ai soggetti passivi, mediante il meccanismo della rivalsa e della detrazione».
Nel caso esaminato, la condotta del ricorrente, «che ha del tutto pretermesso l'esigenza di tenere una corretta contabilità per la verifica dei flussi reddituali e di presentare le periodiche dichiarazioni», rientra tra quelle che «escludono la deducibilità delle fatture». Per queste ragioni era legittima la condanna.


CRITICITÀ

In buona sostanza, il quadro di illegalità emerso, consistente nel mancato rispetto degli obblighi contabili tributari e della mancata presentazione delle dichiarazioni fiscali, è risultato incompatibile con le finalità di buon funzionamento del sistema Iva indicate dalla Corte di Giustizia e dalla Consulta ed ha indotto i giudici penali a ritenere precluso il diritto alla deduzione/detrazione dei costi ai fini Iva. Tanto da comportare il mancato abbassamento della soglia di rilevanza penale dell’imposta evasa. Riteniamo che la pronuncia, sebbene intervenuta in ambito penale, si ponga in contrasto proprio con la natura dell’Iva così come consacrata nel diritto sovranazionale e comunitario nonché con l’orientamento espresso dalla Cassazione civile pronunciatasi in merito alla deducibilità Iva ai fini delle imposte. Il diritto alla detrazione Iva nasce dalla legge e non dalla dichiarazione dei redditi. Tant’è che gli stessi giudici di Cassazione con precedenti orientamenti hanno ritenuto che anche nel caso di dichiarazione omessa da parte del contribuente, quest’ultimo potesse beneficiare del credito Iva, ove venga dimostrata la sussistenza comunque dei requisiti sostanziali, al di là delle pure formalità, avvalendosi anche delle procedure ex lege.

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