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Le code infinite dei tifosi baresi

Le code infinite dei tifosi baresi

La cultura del fare. Anzi, dell’essere. Diversamente da quella dell’apparire. È la storia di chi tifa Bari. Costretto, sempre e comunque, a fare la differenza seguendo istinto e passione. L’amore per il calcio, il senso di appartenenza, una sorta di patto feroce a tempo indeterminato. Una maglia da indossare sempre, di quelle che ti cuci addosso e che nessuno potrà mai strapparti. Il Bari trascinato in serie D, un piccolo grande dramma sportivo consumato sulla pelle di chi meriterebbe l’Oscar della pazienza, altro che tribunali e fallimenti, chiacchiere e clamorose prese in giro. Un «pugno» in faccia che avrebbe tramortito chiunque. Specie in una città che qualche anno fa propinava calcio per palati fini, prima Conte e poi Ventura. Falliscono i progetti, le società per azioni, «muoiono» gli imprenditori. La passione, no. Quella scorre nelle vene. Anche e soprattutto quando San Siro sei costretto a vederlo solo in tv e alla domenica ti tocca salire in macchina all’alba e tornare a notte fonda per andare a dare una pacca sulla spalla di chi proverà a riportarti nel calcio che conta, magari giocando in stadi con una tribunetta da mille spettatori.

Il tifoso del Bari è, fondamentalmente, un chiacchierone. Vero. Spesso portato all’autolesionismo, con pochi di «schizofrenia» acuta. In un tutto contro tutti che meriterebbe una sottolineatura di natura «tafazziana». Però quando c’è da «giocare» una partita importante... non ce n’è per nessuno. In coda per gli abbonamenti, in coda per un biglietto di Bari-Sancataldese. La voglia di dire «io c’ero», il profumo di qualcosa che sa di storia, l’occasione di urlare per l’ennesima volta al mondo che «Bari c’è». E che merita rispetto. Chissenefrega del nome dell’avversario e della categoria. Il calcio come «malattia». Una fede incrollabile. Quasi un bisogno fisiologico. L’adrenalina delle vigilie, i sorrisi e le lacrime, le vittorie e le sconfitte. Sulla stessa barca, costi quel che costi. Anche in D. Davanti a un cartello che, idealmente, recita così: «Benvenuti all’inferno». In tv o alla radio, vecchia ma sempre affascinante. In curva o sul divano di casa grazie alla pay per view.

Il popolo biancorosso è sceso in campo alla sua maniera. Lo sguardo fiero, l’orgoglio di chi non conosce la parola vergogna. Il barese viaggia a testa alta perché ha la coscienza a posto. È in credito con la fortuna, ma conosce l’arte della dignità. Negli ultimi anni è successo un po’ di tutto da queste parti. Scandali e fallimenti, illusioni e bruschi risvegli. È stata dura, durissima. Un’estate ai confini tra incubo e realtà. Come in un film dal finale col «giallo». E i titoli di coda che fanno rima con speranza. Aurelio De Laurentiis, uno che con i film ha costruito una fortuna. Finora è bastata la sua debordante personalità a toccare le corde giuste. Bari è con lui. Perché, fatti alla mano, lui ha dimostrato di sapere come si fa. Aspettando i verdetti non resta che mettersi in coda. Abbonamenti e biglietti. È pronta la carica dei diecimila. A Bari la passione non fallirà mai.

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