Ogni anno la legge di bilancio occupa il centro del dibattito pubblico: settimane di polemiche, emendamenti a raffica, tensioni politiche che si dissolvono puntualmente con il voto di fiducia. Archiviata la manovra, tutto riprende come prima.
Il paradosso è evidente ma raramente affrontato: a fronte di una spesa pubblica, esclusi i rimborsi dei debiti, che supera i 900 miliardi di euro, la quota realmente manovrabile della finanziaria di fine anno non supera il 2%. Per mesi si discute animatamente di una porzione marginale, mentre il restante 98% resta fuori da ogni serio progetto di riforma.
Su quel 2% si concentra però un peso simbolico enorme, come se una singola manovra potesse rimettere ordine a un debito pubblico pari a circa il 140% del PIL o modificare assetti di spesa costruiti in decenni. È una rappresentazione rassicurante, ma fuorviante.
La composizione della spesa racconta una storia diversa: welfare, previdenza e assistenza assorbono la quota più rilevante; sanità e istruzione seguono a distanza; le politiche di sviluppo restano marginali. In questo quadro, i trasferimenti agli enti locali assumono un ruolo cruciale e al tempo stesso fragile.
Gli enti locali si collocano nel punto di massima tensione tra aspettative crescenti di servizi e risorse destinate a ridursi. Con l’esaurirsi degli effetti espansivi del PNRR, i comuni saranno chiamati a garantire le stesse funzioni con meno margini finanziari e vincoli più stringenti. In assenza di un cambio di passo, l’unica leva residua rischia di essere l’aumento della fiscalità locale, con conseguenze sociali e politiche facilmente prevedibili.
Il vero nodo, però, non è solo quantitativo. È qualitativo. La gestione finanziaria di molti enti continua a essere difensiva, ripetitiva, priva di una reale visione economica del territorio. I documenti di programmazione spesso si limitano a replicare formule, senza misurare obiettivi, risultati e sostenibilità nel tempo.
Eppure le leve esistono. Richiedono competenza e coraggio politico.
La valorizzazione del patrimonio pubblico è la prima. Non dismissioni estemporanee, ma strategie capaci di trasformare immobili inutilizzati in risorse produttive, culturali o sociali. Considerare il patrimonio solo come un problema contabile significa rinunciare a una delle poche fonti strutturali di autonomia.
La seconda leva è l’uso maturo dei partenariati pubblico-privati. Non scorciatoie né privatizzazioni mascherate, ma strumenti per trasferire rischio e capacità gestionale, soprattutto nei servizi e nelle infrastrutture locali. In molti comuni restano evocazioni teoriche, mai tradotte in scelte operative.
C’è poi il tema dei servizi associati, in particolare nei piccoli enti. Difendere micro-strutture inefficienti in nome di una presunta autonomia equivale a condannarsi all’irrilevanza. L’integrazione delle funzioni non è una perdita di sovranità, ma una condizione di sopravvivenza amministrativa.
Un capitolo decisivo riguarda le società partecipate. Per troppo tempo sono state zone franche della politica. Nel nuovo contesto finanziario, ogni partecipata dovrà dimostrare di creare valore pubblico, non di assorbire risorse.
Infine, la leva più delicata: la fiscalità locale. Senza revisione della spesa, efficienza amministrativa e crescita della base imponibile, l’autonomia impositiva rischia di trasformarsi in un boomerang.
Il dopo PNRR produrrà una selezione naturale tra territori. I comuni capaci di programmare, decidere e assumersi responsabilità potranno reggere l’urto. Gli altri resteranno intrappolati in una gestione difensiva, fatta di tagli, rinvii e lamentele verso lo Stato centrale.
Continuare a concentrare il dibattito sul 2% della spesa significa guardare il topolino e ignorare l’elefante.
La vera sfida non è la prossima legge di bilancio, ma la capacità di trasformare le autonomie locali da centri di spesa a centri di governo dello sviluppo.
Quando l’elefante si muoverà, il conto arriverà soprattutto ai comuni. E non potrà più essere rimandato.















