In una contemporaneità dove le coalizioni si formano e si disfano con la rapidità delle crisi geopolitiche, il «vertice dei volenterosi» appare un momento ancora fin troppo simbolico, che peraltro mette molta tristezza pensando al popolo ucraino, quello rimasto lì, ma anche i tantissimi rifugiati senza una vera casa. Mentre Parigi va in tilt nei trasporti, a causa della neve, e i voli vengono annullati, i vertici europei si accordano per un’intesa multinazionale; i cosiddetti «volenterosi per l’Ucraina» si sono riuniti in un vertice innevato e «caldo» (ma non troppo).
Non ci sono vere svolte geopolitiche, il compromesso appare fragile e figlio di ambizioni divergenti e di equilibri internazionali più labili di quanto l’Europa stessa voglia ammettere. Il «summit», convocato da Macron, ha visto la partecipazione di oltre trenta nazioni europee, delegati statunitensi e il presidente ucraino Zelensky.
La dichiarazione finale congiunta ha ribadito impegni di garanzie di sicurezza per l’Ucraina, con un ruolo di monitoraggio post-cessate il fuoco, guidato dagli Usa, dotato di droni e sensori sofisticati per la sorveglianza del territorio, che dovrebbero fungere da deterrenti per il futuro.
Da Roma, la premier Meloni ha ribadito, mantenendo una linea chiara e univoca, il sostegno politico e materiale a Kiev, aggiungendo che non ci sarà nessun invio di soldati in territorio di guerra (linea rossa per l’Italia). Starmer dichiara che, per tutto il 2026, Londra manterrà alta la pressione su Mosca, con maggiore sorveglianza da un punto di vista economico.
Il tedesco Mertz non ha escluso la possibilità di inviare truppe nei territori confinanti con la Nato e Macron ha ipotizzato (in maniera decisamente fumosa) la futura strutturazione di un esercito di circa 800 mila uomini volontari in sostegno alle forze armate di Kiev. Gli Usa, con i loro inviati di alto profilo, Kushner e Witkof, hanno promesso un appoggio in caso di una nuova aggressione russa, ma senza assumersi obblighi di difesa mutuale, alla maniera dell’articolo 5 della Nato.
Questo quadro di sostegno, più volte definito da Parigi come «robusto», resta, in realtà, abbastanza ambiguo sugli scenari futuri. Per Kiev, le parole di sostegno sono formalmente importanti, ma non sono sufficienti e senza una chiara e vincolante architettura di difesa, l’Ucraina rischia di trovarsi davanti a un futuro instabile, dove la pace resta sempre subordinata alla volontà di potenze estere, che possono cambiare rotta in ogni momento.
Appare evidente la cosiddetta «pedagogia degli sconfitti»: al momento c’è, in giro per l’Europa, la consapevolezza che il conflitto ucraino non si risolverà con dichiarazioni di intenti e strette di mano (ma nessuno può davvero dirlo ad alta voce). Gli alleati occidentali hanno mostrato una notevole divergenza di approcci, oscillando fra un certo idealismo umanitario e un realismo strategico.
E che ne è stato di quell’ «artigianato della pace» contro l’industria bellica invocato da Papa Leone, nel giorno dell’Epifania, mentre si chiudeva questo Giubileo vissuto a cavallo di due Papi, i quali hanno, in più occasioni, cercato opzioni di pace concreta? L’Europa, fingendo di compattarsi nel linguaggio, è spaccata su quasi tutto. E il dopo Parigi dovrebbe spostare l’attenzione sulle iniziative economiche e di ricostruzione, come la «Ukraine Recovery Conference», con meccanismi di finanziamento multilaterali, che prevedono il rafforzamento delle infrastrutture e la modernizzazione del settore civile: ma che credibilità può avere l’orizzonte della ricostruzione senza una cornice di sicurezza più consistente?















