Ci chiediamo spesso cosa rappresentino davvero i simboli della Repubblica: la bandiera, l’inno, lo stemma. Eppure, tra tutti, ce n’è uno che ha subito una sorte sorprendentemente contraddittoria.
Perché proprio l’Inno nazionale, Il Canto degli Italiani, è stato così a lungo trascurato dalle istituzioni? La vicenda normativa che lo riguarda è quasi un paradosso.
L’Italia è un Paese che ha prodotto una quantità sterminata di leggi e tuttavia, proprio il simbolo più cantato, più riconoscibile e più popolare della Repubblica, è rimasto privo per decenni di un riconoscimento pieno e solenne. Nel 1946, il governo De Gasperi lo adottò in via provvisoria; la Costituzione del 1948 disciplinò la bandiera ma tacque sull’inno, e quel silenzio generò un vuoto che sarebbe durato per più di settant’anni. Solo nel 2012 l’inno ottenne un primo riconoscimento nelle scuole e nel 2017 venne dichiarato ufficialmente Inno nazionale.
Più recentemente, un decreto ne ha definito modalità di esecuzione e tutela. Ma ancora oggi manca qualcosa: la dignità costituzionale, la stessa attribuita al Tricolore. Questa assenza non è un dettaglio tecnico: è un’anomalia simbolica che pesa.
Tutti gli altri simboli repubblicani hanno una collocazione giuridica chiara: la bandiera in Costituzione, lo stemma definito da un atto normativo dedicato. Solo l’inno è rimasto privo per decenni di un fondamento all’altezza del suo ruolo civico e culturale. Ed è particolarmente singolare che ciò accada proprio in un Paese che, nel corso della sua storia, ha fatto dei canti patriottici uno dei motori dell’unità nazionale.
Il Canto degli Italiani non è soltanto musica: è parte integrante del patrimonio risorgimentale. La sua storia lo dimostra. Goffredo Mameli aveva ventidue anni quando morì, ferito durante la difesa della Repubblica Romana del 1849. Michele Novaro dedicò la propria vita alla musica e alla formazione popolare, morendo in povertà. Il nostro inno è figlio di vite vissute all’insegna dell’impegno civile, non di fasti dinastici o apparati di corte: è un inno repubblicano nelle sue origini più profonde. E forse proprio questo spiega perché l’inno continui a parlare al cuore degli italiani.
In un tempo in cui i simboli rischiano di essere consumati come immagini vuote, esso richiama valori che non passano: memoria, appartenenza, sacrificio, libertà. È un linguaggio immediato e trasversale che unisce generazioni e territori diversi.
Molti Paesi hanno riconosciuto solennemente i propri inni: Francia, Germania, Stati Uniti, Portogallo. Persino l’Unione Europea ha un inno ufficiale, l’Inno alla Gioia. L’Italia, invece, è rimasta per decenni in una posizione singolare, quasi sospesa, incapace di completare il quadro dei propri simboli. Come se desse per scontato ciò che in realtà meriterebbe la massima cura istituzionale.
Oggi più che mai questa disattenzione appare un’occasione mancata. Riconoscere all’inno un valore costituzionale significherebbe molto più che colmare un vuoto normativo: significherebbe riannodare il patto simbolico tra cittadini e Repubblica, restituire all’inno la funzione che naturalmente esercita da sempre, quella di collante civico e memoria collettiva.
Sarebbe un atto di responsabilità verso le nuove generazioni, che hanno bisogno di simboli vivi, non di icone retoriche. Riconoscere l’inno nella Costituzione non è nostalgia: è maturità democratica.
È dare coerenza al racconto della nostra identità repubblicana. È un gesto semplice, ma simbolicamente decisivo: collocare Il Canto degli Italiani là dove appartiene da sempre: tra i fondamenti che definiscono ciò che siamo come comunità nazionale.
















