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Un esercizio di libertà praticare l’arte della temperanza

Un esercizio di libertà praticare l’arte della temperanza

 
Alessandra Peluso

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Alessandra Peluso

Se l’universo resiste in un vocabolario

È arrivato l’anno nuovo e, puntualmente, oltre a fare i bilanci, a scambiare gli auguri, si stilano «lemmi». L’anno scorso si è discusso sulle parole «libertà», «rispetto». Quest’anno «Treccani» ha proposto «fiducia»

Lunedì 05 Gennaio 2026, 16:11

È arrivato l’anno nuovo e, puntualmente, oltre a fare i bilanci, a scambiare gli auguri, si stilano «lemmi». L’anno scorso si è discusso sulle parole «libertà», «rispetto». Quest’anno «Treccani» ha proposto «fiducia», Beppe Severgnini sul «Corriere della Sera» ha usato forse provocatoriamente l’interiezione «boh!»; mentre, ciò con il quale vorrei chiudere il 2025 e dar l’abbrivio al 2026 è «forse» che potrebbe congiungersi con il lemma «temperanza». Che meraviglia, la temperanza! È una delle virtù cardinali.

Credo che abbiamo tutti necessità di riconoscere le virtù ed esercitarle, in particolare di quest’ultima abbiamo un bisogno impellente; così come talvolta necessita il «forse»: ci toglie dagli imbarazzi, dalle opinioni scambiate per verità assolute, (che non sono reali), dalle affermazioni o negazioni definitive, dal sapere superficiale di un vivere spesso non esperienziale.

L’avverbio «forse» da un uso abusato o poco valutato può essere comparato all’«ansa del vaso», a quel «frammento» che simboleggia – provate a soffermarvi – legame, unione. Il filosofo, sociologo, Georg Simmel ne parlava in un saggio in cui un elemento apparentemente «inutile», ornamentale, l’«ansa», in realtà rappresenta uno spazio reale, occupa il quotidiano come elemento fondante di congiunzione tra l’umano e l’oggetto. Le anse collegano il vaso all’esistenza. Non si tratta di semplici appigli. È «il medium dell’opera d’arte con il mondo». E «forse» è proprio qui nel «mezzo» che risiede la peculiarità di mediazione, di equilibrio che non determina immobilismo, ma che fa riferimento a quel principio di «medietà» che trova conciliazione tra posizioni diametralmente opposte, ad esempio come possono essere le «anse», le «cornici», le «porte», o fra dualità che potrebbero sfociare in conflittualità, fra l’«aver ragione» e l’«aver torto» che annullano la comunicazione perché di fatto distolgono dallo scopo della relazione: ‘comprendere’, ma che nell’immediato assume uno scenario giuridico, diventando per lo più un’aula processuale con conseguente condanna o assoluzione. Dialogare, comunicare, però hanno tutt’altro significato. Sicché, «forse», si dovrebbe ricorrere alla «temperanza», la cui virtù – saprete – assume fra arte e iconografia l’immagine di una donna che miscela l’ampolla dell’acqua con quella del vino o ha in mano una clessidra come negli affreschi di Lorenzetti, simboleggiando il tempo che non deve essere sprecato. In greco temperanza si dice «enkràteia», vale a dire «avere il potere di sé», il controllo; e quanto sia complicato certamente ne siamo consapevoli. Gestire gli impulsi, le emozioni, gli stati d’animo, guidare come l’auriga (la ragione) descritta nel mito della biga alata di Platone le due anime (irascibile e concupiscibile) è un’arte. Complessa.

La temperanza, seppur sia una virtù trascurata, non tenuta in considerazione, ha prevalso per il suo valore morale nella filosofia greca, con Platone, Aristotele, in quella cristiana, con s. Tommaso, s. Agostino, nella letteratura, e a tal proposito si ricordi il sommo Dante che nel «Convivio» scrive: «Temperanza, che è regola e freno de la nostra gulositade e de la nostra soperchievole astinenza ne le cose che conservano la nostra vita» (Conv., IV, XVII, 4), e nel canto XXIV del «Purgatorio» appare come un angelo che abbaglia per l’intensa luce emanata i poeti Virgilio, Stazio e Dante, e a loro rivolge tale «invito»: «S’a voi piace / montar in su, qui si conven dar volta; quinci si va chi vuole andar per pace». Già solo a leggere questi versi l’anima ritrova sollievo, anche se dalla beatitudine siam lontani. Tuttavia, essa ha finanche un significato politico, la capacità di contemplare il «possibile» tra le alternative e aprire al pensiero e all’azione con una possibile soluzione senza attendere il «naufragio» (G. Carillo, Temperanza, il Mulino, 2025). Inoltre, tale lemma ha la radice di tempo, appunto, temperatura, ma anche del verbo «temperare», la cui azione, non so quanti di voi ancora la compiano, personalmente tantissime volte, nel temperare una matita si deve stare attenti a non eccedere per non rischiare che la mina si rompa, né a temperarla troppo poco, ecco che risulta indispensabile trovare il «punto nodale», il cosiddetto «tipping point», che ci consenta non semplicemente di disegnare o scrivere bene, semmai di esercitarci a trovare nelle parole, nelle relazioni, nella quotidianità, nella politica, il «giusto mezzo», la «medietas»: «Più correttamente, Licinio, vivrai se né sempre / ti spingi in alto mare né, mentre cauto paventi / le tempeste, rasenti troppo / il lido pericoloso (Orazio, Ode II, 10).

Ecco sì, possiamo sperare nel prossimo anno di esercitare la temperanza, la giusta misura, come pratica quotidiana o almeno avvalerci di azioni più consone alle virtù.

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