Sulla carta alcuni box erano affidati a società di proprietà di perfetti sconosciuti, ma dietro quei nomi fittizi c'era sempre lui, Cosimo Cesario: uno dei maggiori esponenti della criminalità tarantina conosciuto come “Giappone”. Sono almeno tre i locali che il Comune di Taranto avrebbe assegnato, negli anni passati, a società che secondo le indagini condotte dalla Guardia di finanza e coordinate dal pubblico ministero Milto De Nozza della Direzione distrettuale Antimafia di Lecce, sarebbero riconducibili al boss del rione Paolo VI.
L'indagine dei finanzieri, diretti all'epoca dal colonnello Valerio Bovenga, ha invece riguardato l'impero economico che Cesario, tramite familiari, amici e prestanomi, era riuscito a mettere in piedi. Stando all'avviso di conclusione delle indagini firmato nelle scorse ore dal pm De Nozza, infatti, al boss erano riconducibili le imprese che negli ultimi anno avevano ottenuto dal Comune di Taranto l'affidamento dei box 1, 2 e 29: un'indagine chiusa a distanza di tre anni dalle perquisizioni compiute dalle fiamme gialle: le indagini avrebbero permesso di accertare che «a Cosimo Cesario e a soggetti a lui contigui risultano riconducibili talune società operati nel mercato ortofrutticolo (Me.Ta.) di Taranto» ed era ritenuta «altamente qualificata l’ipotesi investigativa in ordine alla gestione occulta di talune attività economiche da parte dell’associazione, con struttura piramidale». In quei documenti Cosimo Cesario veniva indicato come «dominus» del gruppo che possedeva il «totale controllo della vendita di bevande, birre e frutta».
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