Per il Sud il 2025 è stato un buon anno. Nessun trionfalismo è consentito: il divario resta. Il ritardo per quanto concerne l’occupazione femminile rimane ampio e si perde ancora capitale umano qualificato. Ma PIL e occupazione hanno continuato ad avanzare malgrado le incertezze globali, sostenuti dagli investimenti del PNRR e dal traino di settori ad alta intensità di lavoro come turismo e ristorazione. E il tasso di occupazione per la prima volta ha superato la soglia del 50 per cento, crescendo nel terzo trimestre del 2025 di un ulteriore mezzo punto. Mentre, contemporaneamente, la dinamica occupazionale nel resto del Paese ha rallentato. Il Mezzogiorno, d’altro canto, anche per quanto concerne il livello dei redditi delle famiglie ha tenuto un passo leggermente migliore della media nazionale.
Ve ne è abbastanza, insomma, per poter affermare che il rimbalzo post-pandemico abbia avviato una traiettoria destinata a consolidarsi. E quanto questo possa essere importante per il Paese è presto detto. Di fronte ai rischi per le economie europee connessi all’emergere di nuove leadership tecnologiche e non più solo di costo (la Cina prima di tutti), lo sviluppo del meridione può rappresentare per l’Italia un capitale economico di riserva, in grado di concederle più tempo e più opportunità rispetto agli altri principali players continentali.
Eppure, la politica sembra non accorgersene o, quanto meno, non valorizzare la circostanza come meriterebbe. Al punto che se ci si sofferma sul rapporto che si è fin qui stabilito tra la crescita del sud e le propensioni all’interno del mondo politico, si debbono constatare non pochi paradossi. I meridionali, in primo luogo, non sembrano consapevoli di quanto di positivo gli sta accadendo. Secondo l’ultima fotografia scattata a dicembre da Ipsos, quasi un elettore meridionale su due oggi si colloca nell’area dell’indecisione e del non voto. Nessuna coalizione sembra in grado di fare breccia in questa vasta fascia di elettorato, che resta ai margini del gioco politico. Nel vuoto di partecipazione, la competizione non produce egemonia ma incertezza. Il centrodestra di governo non riesce a capitalizzare i suoi risultati; l’opposizione, dal canto suo, tende a presidiare le posizioni acquisite (Campania e Puglia), rinunciando a misurarsi con una domanda sociale che corre più veloce dell'offerta politica chiamata a rappresentarla.
Mentre il Sud cambia ruolo in un Mediterraneo che torna teatro geopolitico di primaria importanza, la sua classe dirigente appare, perciò, in ritardo rispetto al mutamento. Al punto che si configura il rischio di uno sviluppo senza rappresentanza: non più marginalizzazione economica ma politica. E questo snodo potrebbe segnare in profondità il tratto finale della legislatura. Il Mezzogiorno, nell’ultima fase storica, è stato elettoralmente mobile e non di rado ha ridisegnato la geografia del voto in Italia. Per sventare tale pericolo, la maggioranza di governo, prima di affidarsi esclusivamente agli effetti speciali di una nuova legge elettorale, avrebbe ancora tempo e spazio per trasformare l’immagine della «locomotiva d’Italia» da semplice slogan in consapevolezza diffusa. Forse servirebbe un treno vero, non simbolico, che attraversi le regioni del Sud e racconti i risultati ottenuti in quell’ambito che ancora chiamiamo «questione meridionale»: occupazione, infrastrutture, servizi, welfare. Puntare sulla costruzione di un orizzonte di senso, insomma, per dire alle famiglie del sud che continuano a investire sull’istruzione dei propri figli che la crescita rappresenta un’opportunità concreta anche a casa propria, più forte, più giusta, più vera di clientele e scorciatoie assistenziali.
















