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Scenari demografici, l’occidente non crolla ma l’Italia invecchia

Scenari demografici, l’occidente non crolla ma l’Italia invecchia

L'Italia e l'invecchiamento della popolazione

La pubblicazione del «World Population Prospect 2022», il documento delle Nazioni Unite, induce a riflettere sul prossimo futuro

06 Settembre 2022

Pino D'Onghi

«In the long run we are all dead»: ovvero, nella famosa battuta di John Maynard Keynes in risposta ai liberisti che confidavano nella capacità della mano invisibile del mercato di risolvere ogni problema in the long run… nel lungo periodo, siamo tutti morti! La difficile arte della previsione: carpe mezzoram, come ammonisce un mio congiunto. Pure la pubblicazione del «World Population Prospect 2022», il documento delle Nazioni Unite che indica le prospettive demografiche mondiali, ha indotto un importante statistico come Roberto Volpi a fare qualche riflessione (su Lettura del CdS del 7 Agosto) che il titolista ha così riassunto: «L’Occidente non tramonta. La Cina sì». Opinioni, interpretazioni. Ma veniamo ai numeri del «Population Prospect». Che raccoglie dati da tutto il Mondo sicché, non casualmente, alcuni hanno catturato l’attenzione di Volpi. La Cina, il gigante e la potenza emergente in ogni scenario geopolitico, passerà dagli attuali 1.426 milioni (un miliardo e mezzo circa di abitanti) a 1.317 nel 2050, 1.035 nel 2075, addirittura 771 milioni alla fine del secolo.

A chi si chiedesse (io me lo sono chiesto) quanto attendibile può essere una previsione di qui a ottant’anni, Volpi riporta come la stessa Population Division dell’ONU avverte che «queste previsioni per i prossimi cinquant’anni sono già iscritte nelle tendenze attuali». Gli Stati Uniti contano, al momento, 337 milioni abitanti, che diventeranno 375 nel 2050, 389 nel 2075 (e fin qui, dice la Division, non ci dovrebbe piovere), per arrivare magari a sfiorare i 400 nel 2100. In Cina, tra cinquant’anni, sono previsti ogni anno circa 4-5 milioni nascituri a fronte di 14-15 milioni di morti: come mai? Beh, l’attuale età media è di 38,5 anni che diventeranno circa 51 nel 2075 e 57 nel 2075 - un clamoroso incremento di vent’anni di media in cinquanta di calendario - con il conseguente, significativo superamento dell’età fertile. Il resto consegue. E negli USA, invece? E nell’Occidente che non brilla certo per numero di nuovi bimbi? Negli Stati Uniti, al momento, gli arrivi di migranti superano le partenze di almeno un milione e mezzo ogni anno: si moltiplichi di qui al 2050-75-100, et voilà! Ma veniamo a noi. La Population Division rilegge, al ribasso, le stime per l’Italia che per la fine del secolo indicavano 40 milioni di abitanti: ora, fra settantotto anni, potremmo essere solo 37 milioni… e mediamente vecchietti. Domande?

Nei primi due paragrafi dell’introduzione al documento si legge che per le diverse nazioni comprendere le dinamiche demografiche è cruciale così da poter pianificare e implementare l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, sottolineando – ma ce n’è bisogno? – che nazioni che stanno sperimentando una repentina crescita di popolazione (principalmente l’Africa sub-sahariana), dovranno preoccuparsi dei servizi d’istruzione e di cura della salute per il crescente numero di bambini, assicurando qualità della formazione e opportunità di lavoro. Per chi, come noi, è avviato ad un decremento sostanziale, accompagnato dalla crescita degli anziani, le priorità cambiano. Compresa quella di un’intelligente e lungimirante politica di accoglienza, senza negare i problemi di oggi - che non sono pochi - ma sapendo guardare almeno nel «medio periodo»… quando qualcuno di noi sarà ancora vivo.

Dimenticavo la Russia. Oggi conta 145 milioni di abitanti, a fine secolo potrebbero essere 112. Interpretazione di Volpi: in un Paese che si estende per 17 milioni di Kmq, con una prospettiva futura di meno di 7 abitanti per Kmq, annettere terre, risorse e abitanti può essere una politica. Le opinioni e le interpretazioni sono, per definizione, opinabili. La difficile arte della previsione è, invece, una scienza. A meno di non scomodare l’oracolo di qualche Pizia, però, bisogna sempre partire dai numeri: «Misura ciò che è misurabile, e rendi misurabile ciò che non lo è», così ammoniva Galileo. Misure che bisogna saper valutare, numeri che bisogna saper raccogliere, che si devono cercare senza tesi preconcette da confermare, e che poi si possono prestare, appunto, anche a letture diverse e a qualche interpretazione discordante. Ma tenendo ben presente che l’essenza delle conoscenze statistiche e l’accettazione di ciò che è vero a vari gradi di probabilità, dovrebbe essere pane quotidiano nella scuola dell’obbligo: quante superflue discussioni ci saremmo risparmiati, in questi due anni e mezzo in compagnia di Covid-19, se tali abilità e conoscenze fossero state patrimonio comune, fin da tutti i banchi di qualsiasi scuola?

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