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Putin come Bush: se la guerra è sempre «preventiva»

Putin come Bush: se la guerra è sempre «preventiva»

Vladimir Putin e George W. Bush

Dall'invasione all'Iraq all'invasione in Ucraina: il flashback della storia

10 Maggio 2022

Sergio Lorusso

Un’ «operazione preventiva, necessaria e giusta». Così è stata definita ieri da Vladimir Putin - durante i festeggiamenti per l’anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale (la «Grande guerra patriottica», nel linguaggio comune dei russi, a rimarcare la resistenza contro l’invasione nazista) - il cruento e inatteso (per l’Europa) conflitto scatenato in Ucraina lo scorso febbraio, rifuggendo ancora una volta dal termine guerra – in favore dell’espressione camuffata di «operazione militare speciale» – ma evocando, forse non volutamente, le «guerre preventive» condotte dall’Occidente alla luce di una discutibile teoria fatta propria dal 43° Presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush.

Si tratta della famosa «dottrina Bush», che supportò l’invasione dell’Iraq nel 2003 (sulla base di inconsistenti informazioni in ordine al possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein), legittimò ex post l’attacco all’Afghanistan (2001) ed è stata condivisa dagli Americani come strumento difensivo rispetto al terrorismo internazionale dopo l’11 settembre e, per l’appunto, al diffondersi di armi di distruzione di massa. Il tutto con un preciso compito: quello di esportare la democrazia occidentale, estirpando così i regimi dittatoriali ritenuti l’humus delle politiche antiamericane. «La miglior difesa è l’offesa», affermò Bush Jr. Di quanto la teoria abbia centrato l’obiettivo ce lo dice la precipitosa «fuga» - dopo vent’anni - dall’Afghanistan della scorsa estate e la restaurazione del regime talebano. A guardare le immagini delle strade di Kabul, in questi giorni, sembra di vivere in un flashback, circondati da donne soggette all’obbligo del burqa.

Ma non è un flashback, è il presente. «Operazione preventiva» vs. «guerra preventiva», dunque. Due scenari certamente non sovrapponibili, ma entrambi difficilmente compatibili con le regole del diritto internazionale che non tollerano l’uso della forza «contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato» (art. 2 § 4 Carta dell’ONU). Nessuna aggressione, dunque, è consentita, tanto meno se preventiva, sia essa una guerra o un’operazione. Nessun uso della forza (né la minaccia stessa del suo uso), se non nel caso di legittima difesa, un diritto sancito dall’art. 51 della Carta dell’ONU. Ecco, allora, che la macchina della propaganda cerca di giustificare l’attacco preventivo con un pericolo imminente. Lo ha fatto giusto ieri Putin rivendicando la necessità di intervenire perché «l’Occidente stava apertamente preparando un attacco al Donbass e alla Crimea» e da Kiev si chiedevano armi nucleari che costituivano «una minaccia inaccettabile proprio al confine». Da qui l’operazione militare speciale, «necessaria e giusta». Eppure, è sempre l’art. 51 della Carta dell’ONU a riconoscere l’esercizio della legittima difesa - diritto naturale - solo nel caso di attacco armato in atto e la cui estensione si traduca in un’aggressione armata. Persino l’invasione della Polonia da parte di Adolf Hitler nel 1939, miccia del secondo conflitto mondiale, fu catalogata e legittimata come «guerra preventiva» grazie alla lettura che ne diede generosamente il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt: una guerra giustificata dalla necessità di tutelare la sicurezza nazionale e di avere un’area territoriale con cui proteggere il Paese dai bolscevichi che spingevano da Oriente. L’etichetta di «aggressore», insomma, non piace a nessuno e spesso i dittatori hanno dissimulato i reali obbiettivi delle loro iniziative belliche.

Il discorso di Putin, dai toni apparentemente più morbidi, non rassicura nessuno. Il concetto di «guerra preventiva», nelle sue varie declinazioni, conserva la sua ambiguità e la sua pericolosità, per il rischio tutt’altro che remoto di emulazione da parte di altri Stati. Che si tratti di un grimaldello ne sono del resto consapevoli tutti i potenti della terra: lo stesso Bush Jr., all’epoca, per rintuzzare prevedibili critiche (anche da parte dell’ONU), si preoccupò di usare l’espressione (più sfumata) preemptive war invece di preventive war e i suoi supporter culturali la definirono anticipatory self-defence (legittima difesa anticipatrice). Ma dietro le parole c’è pur sempre la realtà. Ed eventuali escalation della guerra in corso non saranno certo preannunciate in discorsi pubblici più o meno (auto)celebrativi. Guerre preventive sì, ma senza annunci preventivi.

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