Sabato 02 Luglio 2022 | 17:07

In Puglia e Basilicata

L'editoriale

Bari, Vaticano, Bucha, le bandiere ucraine che sentiamo così nostre

Quelle bandiere ucraine che sentiamo così nostre

I colori azzurro e giallo testimoni di un sentimento diffuso, dal bacio del Papa al vessillo giunto da Bucha al semplice gesto di alcuni muratori a Bari

10 Aprile 2022

Oscar Iarussi

Sul palazzo a fianco della nuova redazione barese della «Gazzetta», in viale della Repubblica, da qualche settimana sono in corso dei lavori alla facciata. Una mattina sul presto da uno dei tubi innocenti del ponteggio ha preso a sventolare la bandiera azzurra e gialla dell’Ucraina.

La spontanea testimonianza di solidarietà da parte degli operai edili riporta alla mente un rito in auge nel dopoguerra e negli anni della ricostruzione, quando era frequente vedere il tricolore sul tetto delle case in edificazione. I muratori con in testa un foglio di giornale piegato a mo’ di bustina issavano la bandiera allorché giungevano al lastrico solare, un gesto sobrio e orgoglioso al contempo che esprimeva sia l’appartenenza all’Italia sia la dignità del lavoro.

Quella consuetudine si è persa nel corso del tempo, ma ora la bandiera di Kiev in una strada di Bari ne evoca il sentimento. I muratori che l’hanno messa lì sanno poco o nulla di «fake news» e di conflitto mediatico, non si addentrano nei distinguo che pure è importante analizzare rispetto alle immagini che giungono dalla Ucraina occupata dai russi, non sono partecipi delle raffinate indagini geopolitiche o delle sanguigne passioni che dividono gli ospiti fissi del talk show fino alla prevedibile rissa in diretta, non spaccano il capello circa l’affidabilità del presidente ucraino Zelensky... No, i «nostri» muratori semplicemente sanno che un popolo è vittima dell’aggressione armata voluta e attuata da Putin e sanno da quale parte stare: con le vittime e con i resistenti, con gli ucraini di cui adottano la bandiera. Questa roba un tempo si chiamava «sinistra», o, se volete, con qualche forzatura della teoria marxista, si definiva «internazionalismo proletario» nel senso della solidarietà fra classi operaie di nazioni diverse che mai avrebbero dovuto imbracciare le armi l’una contro l’altra, combattendo piuttosto per la comune rivoluzione.

Anche papa Francesco ha riservato uno dei suoi atti chiari e forti, mercoledì scorso 6 aprile, inchinandosi a baciare la bandiera di Bucha, la cittadina martire alle porte di Kiev, dove si è perpetrato un massacro di oltre 350 civili. Tuttavia, Mosca nega la propria responsabilità del crimine, mentre alcuni eccellenti inviati di guerra fra cui il veterano Toni Capuozzo avanzano dubbi sulla ricostruzione dell’eccidio a cominciare dalla identità dei corpi sul terreno, che potrebbero essere - fanno intendere - collaborazionisti filorussi oppure soldati di Putin in ritirata. Certo, depongono contro tale ipotesi molte testimonianze rese agli osservatori internazionali e le cronache raccolte sul campo, cui presta fede Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, in visita a Bucha nei giorni scorsi: «Qui è successo l’impensabile. Abbiamo visto il volto crudele dell’esercito di Putin, la sconsideratezza e la spietatezza di chi ha occupato la città. Qui a Bucha abbiamo visto l’umanità andare in frantumi. Tutto il mondo è con Bucha oggi».

Ma restiamo al bacio della bandiera da parte del Papa. Egli va di là da tutto, trascende qualsivoglia «teoria» relativa alla strage, piange le vittime, si pone al fianco dei soccombenti e restituisce identità a una comunità straziata. Le bandiere sono simboli e se un pontefice benedice una bandiera siamo di fronte a un evento eccezionale che può cambiare il corso della Storia. Così accadde con Karol Wojtyla rispetto al drappo di Solidarnosc nella Polonia del 1980. Del resto, non pochi esponenti della Chiesa cattolica durante la Seconda guerra mondiale militarono nelle fila della Resistenza contro il nazifascismo, come don Giuseppe Morosini o don Pietro Pappagallo, i martiri cui si ispirò Roberto Rossellini nel concepire il ruolo del prete interpretato da Aldo Fabrizi in «Roma città aperta» . Il Papa fa sua un’evidenza che surclassa tutte le altre eventuali interpretazioni: tra gli aggressori e gli aggrediti, sta con gli ucraini.

Questa opzione, pur nella confusione tipica delle guerre, è la stessa del governo italiano e dell’Unione europea le cui molte voci dissentono forse sulla misura e sui tempi delle sanzioni da adottare contro Mosca, ma non concedono spazio al «revisionismo» della realtà con i suoi orrori provocati dall’invasore russo. È un abisso di cui non si vede il fondo, tra fosse comuni, forni crematori mobili, deportazioni, stupri, missili lanciati sui profughi in fuga. E bambini, tanti bambini uccisi.

Certo, le sanzioni alla Russia e la guerra stessa comporteranno un prezzo da pagare, che invero stiamo già pagando: il rincaro dei prezzi del grano e dell’energia, innanzitutto. Bene ha fatto il presidente del Consiglio Mario Draghi a ricordarlo parlando dell’embargo al gas russo quale forma di pressione su Putin: «Dobbiamo chiederci se preferiamo la pace o il condizionatore d’aria acceso. Questa è la domanda, cosa scegliamo?». I muratori abituati a sudarsi il pane non avrebbero dubbi, crediamo. Neanche noi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725