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Urge piantare l’albero di una nuova umanità disarmata e fraterna

Urge piantare l’albero di una nuova umanità disarmata e fraterna

C’è una soglia oltre la quale il male, nella sua totalitaria autoreferenzialità, diventa inafferrabile e indicibile: anche perché raccontarlo comporta il rischio di ridurlo ad un canone letterario, di ridimensionarne l’enormità, di estetizzarlo

07 Aprile 2022

Nichi Vendola

C'è una soglia oltre la quale il male, nelle sue manifestazioni più estreme e allucinate, sfugge alla nostra capacità di coglierne la misura, e ci appare dunque come un fenomeno incalcolabile, incontenibile nei nostri codici cognitivi, totalmente estraneo al nostro mondo razionale e sensoriale. C’è una soglia oltre la quale il male, nella sua totalitaria autoreferenzialità, diventa inafferrabile e indicibile: anche perché raccontarlo comporta il rischio di ridurlo ad un canone letterario, di ridimensionarne l’enormità, di estetizzarlo.

Nella memorialistica dello sterminio nazista è costante questa evocazione di quel residuo dell’esperienza concentrazionaria che non è rappresentabile, che non è nominabile, anche perché nell’universo capovolto di Auschwitz e dintorni i carnefici obbligavano le loro vittime ad una sorta di complicità nella gestione ordinaria del campo, in modo che tutti si uniformassero all’ordinaria brutalità eletta a sistema e che tutti si degradassero fino a perdere il sentimento della propria umanità.

Ed è una contraddizione drammatica quella che mette faccia a faccia il dovere assoluto della memoria e il fantasma dell’indicibile. Quel fantasma noi lo esorcizziamo forse perché ci spaventa scoprire quanta illimitata disponibilità di materiale dell’orrore sia nascosta nei giacimenti psichici e culturali della specie umana. L’orrore scolpito nelle strade, nelle case, tra le macerie di Bucha, di Irpin, di Hostomel, di Mariupol, l’orrore dei quattro anni di Sasha ucciso dalle bombe a Kiev, quello delle parole dei sopravvissuti che dicono il loro frammento di catastrofe, che parlano senza sosta, che piangono senza sosta.

C’è una guerra dentro la guerra, una sua protesi primordiale e barbarica, una sua coda sporca e pazza, che agisce dal basso, secondo un automatismo che si riproduce nella storia, di secolo in secolo, di millennio in millennio, e fa scattare la ferocia corporale, l’accanimento sadico sui vivi e persino sui morti. Appare impossibile illuminare il buco nero dell’orrore, comprenderne la meccanica così arcaica eppure così contemporanea, immaginarne la dinamica dentro uno scantinato adattato a camera della morte, avere nozione dei suoi tempi misurati dalle lancette della tortura, poterne intuire ciascun fotogramma, ciascun lamento, ciascuna agonia.

Benché sia molto difficile togliersi dalle narici la puzza dei cadaveri in decomposizione o togliersi dalla testa l’immagine di un corpo torturato e spezzato, ciò che dopo si vede, ciò che una macchina fotografica cattura, è solo il capolinea di un viaggio all’inferno, un prodotto finito, una superficie la cui fissità assume la solennità di una sacra rappresentazione. Ma resta come in ombra la fenomenologia dell’abuso e dello strazio della vita altrui, resta in ombra l’umanità disumana del carnefice, resta in ombra ogni singola stazione della via crucis delle vittime: c’è sempre qualcosa che resta in silenzio dinanzi alla radicalità (e alla banalità) del male, dinanzi alle baracche dei lager, dinanzi alle fosse comuni di ieri e di oggi, dinanzi alle camere a gas e ai forni crematori, dinanzi ai gulag, dinanzi ai garage dei desaparecidos, dinanzi alle cantine dei sequestrati e dei torturati, dinanzi al tinello di una qualunque casa violata da un branco di ragazzi tramutati di colpo di rapinatori stupratori assassini, dinanzi ad un cortile promosso al rango di mattatoio.

Puoi girare attorno alle sue voragini, puoi cercare analogie che rendano l’idea, puoi svuotare il dizionario di tutti i suoi vocaboli – verbi sostantivi aggettivi avverbi – ma lo sfiori soltanto, il male: quello che resiste tenacemente alle prerogative della vita e al senso di umanità. Quello che si appalesa come un esercizio di onnipotenza maschile, come la virtù predatoria inebriata e assetata di sangue umano, come la profonda notte della virilità guerriera la cui tenebra può inghiottire tutto, persino la carne e l’innocenza dei fanciulli. E come agli albori della storia umana, dopo la carneficina, c’è sempre il saccheggio, l’appropriarsi di un bottino di guerra, i bravi soldati che spediscono a mamma da un ufficio postale ciò che hanno razziato a casa delle loro vittime.

Prima o poi la guerra in Ucraina finirà. Ma non finirà la guerra molteplice che insidia il mappamondo ad ogni latitudine, non si estinguerà la sua economia globale e la sua ideologia nazionalistica e/o imperialistica: non finirà l’orrore, non usciremo da questo buio almeno fino a quando la vita umana, la vita di tutti e di ciascuno, con la sua dignità e i suoi diritti insopprimibili, non diventerà la pietra angolare di ogni edificazione sociale. Proprio l’orrore della guerra e dei suoi derivati deve spingerci a pensare alla violenza come a un tabù, e a pensare alla pace come all’ossigeno indispensabile per far respirare il futuro.

È proprio dinanzi alla soglia dell’orrore che urge piantare l’albero di una nuova umanità, disarmata e fraterna.

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