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La donna sta bene ma è in isolamento fiduciario, mentre il marito è al Policlinico. Hanno seguito tutte le indicazioni previste al rientro dalla Lombardia

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È stato il sito internet della «Gazzetta del Mezzogiorno» a informarla ieri mattina, mentre spalmava della marmellata su un fetta biscottata. Stefania (nome di fantasia per non renderla identificabile), 27 anni, è la seconda affetta da Covid-19 a Bari, un esito da lei preventivato dopo la positività (accertata domenica) al virus Sars-CoV- 2 del marito, un 29enne militare di stanza a Bergamo dal 2005 e arruolato da 10 anni.

«Sto benissimo - dice al telefono dalla villetta situata in uno dei quartieri della città - non ho alcun sintomo. A preoccuparmi più che la malattia sono i commenti assurdi che sto leggendo a corredo delle notizie che circolano in Rete, frasi di una violenza inaudita senza che si conoscano realmente i fatti. Pensi che ho ricevuto da una collega un audio in cui qualcuno invitava la gente a evitare tutti i luoghi che io e mio marito siamo soliti frequentare. Volevo rassicurare tutti: da quando è tornato a Bari non abbiamo avuto contatti con nessuno, nemmeno con i nostri parenti più stretti».

TAMPONE - La voce del popolo ha cominciato a diffondersi nel pomeriggio di avanti ieri, quando gli operatori sanitari sono giunti davanti all’abitazione per farle il tampone. «Qualcuno si è accorto della vettura ospedaliera - racconta - ed è cominciato il passaparola. Ero molto tesa, temevo in effetti un riconoscimento dopo aver letto insulti e minacce. Del resto, per procedura, gli addetti hanno indossato le tute di protezione una volta scesi dall'auto e prima di entrare. Quindi è stato facile associare la presenza in zona di un caso come minimo presunto. Ora dovrò a maggior ragione rimanere in isolamento domiciliare, ma dal punto di vista della salute sono tranquilla, così come lo è mio marito ricoverato al Policlinico».

AMORE - La storia di Stefania e Marco (lo chiameremo così) è una di quelle che vale davvero la pena di raccontare perché evidenzia quanto siano pericolosi i virus dell’ignoranza, dell’inciviltà, della ferocia verbale e dell’ingiuria gratuita e quanto, invece, in una situazione di emergenza, come quella che stiamo vivendo, ci siano persone previdenti, serie, altruiste e pronte a seguire pedissequamente le indicazioni delle autorità. «Io e Marco siamo sposati da tre anni - inizia Stefania -. Vivevamo e lavoravamo a Bergamo. Dal momento in cui sono rientrata a Bari per motivi familiari (nella famiglia del marito c’è un componente che necessita di assistenza - n.d.r.), lasciando il mio vecchio impiego (non c’è stato mai contatto con nessuno dei colleghi dell’attuale azienda da quando il marito è rientrato - n.d.r.), Marco mi raggiunge tutti i fine settimana».

VIAGGIO - L’ultimo weekend resterà nella loro memoria. In attesa di tornare a sorridere, e magari di allargare la famiglia, Stefania vuole spiegare per filo e per segno quel che è accaduto a partire da giovedì scorso, il giorno in cui ha raggiunto l’aeroporto di Palese per prendere Marco. «È uscito dallo scalo con la mascherina, non una qualsiasi, ma la FFP2, una di quelle utilizzate anche negli ospedali. Aveva deciso di indossarla - ricapitola - per evitare di essere contagiato sull’aereo ed eventualmente di infettare gli altri. Avremmo dovuto uscire quella sera, poi abbiamo deciso di rinunciare, sebbene lui non avesse alcun sintomo sospetto. Abbiamo, però subito interpellato il medico di base per comunicargli l’arrivo. Ci ha rassicurato consigliandoci di restare isolati».

FEBBRE - Mai indicazione è più opportuna. In serata, infatti, compaiono alcune linee di febbre. «Abbiamo rilevato una temperatura poco superiore ai 38 gradi. A questo punto - continua - abbiamo ricontattato il medico di medicina generale. Marco, però, non aveva tosse. Ci ha detto: “fino a quando non compaiono sintomi respiratori” restate dove siete. Nonostante le rassicurazioni, mio marito ha voluto comunque telefonare al numero 1500 e la mattina dopo abbiamo raggiunto il reparto Malattie infettive del Policlinico, dove lo hanno visitato e rimandato a casa perché, pur avendo la febbre e rispondendo al criterio epidemiologico (la provenienza dalla Lombardia - n.d.r.), il torace era a posto, i polmoni erano liberi. Per scrupolo abbiamo indossato guanti in lattice e mascherina sia all’andata sia al ritorno. Saremmo dovuti rimanere in quarantena cautelativa per 14 giorni. Poi, però, la sintomatologia è cambiata».

TOSSE - Domenica mattina compare una tosse leggera, ma per i due coniugi è abbastanza per interpellare nuovamente gli specialisti e concordare un ritorno al Policlinico, anche perché la febbre cominciava a non scendere più con la tachipirina, pur restando sempre al di sotto dei 39 gradi. «Una volta arrivati, ho salutato mio marito, portato immediatamente in isolamento. Gli operatori con l’equipaggiamento di protezione (tuta, guanti e mascherina – n.d.r.) gli hanno fatto immediatamente il tampone, il prelievo del sangue, una radiografia toracica. In serata ho saputo della positività e dell'inizio della terapia a base di antibiotici e antivirali. Io, sola in casa, non avevo alcun sintomo (al quinto giorno dal contatto con Marco, Stefania è tuttora asintomatica – n.d.r). Lui è assolutamente tranquillo. Devo davvero ringraziare i medici, gli infermieri e tutto il personale dell’Unità operativa (diretta dal professor Gioacchino Angarano – n.d.r.). Tutto lo staff è gentilissimo. Lo supportano anche psicologicamente. Lo scoraggia solo leggere i commenti di chi non sa come sono andate le cose. Ora sapranno».

FUTURO - Il primo step, in questo combattimento con il virus, è far sfebbrare Marco.
Poi, si potrà pensare al futuro, al ritorno alla normalità, alla speciale sensazione di essere liberi di muoversi ovunque si voglia, azioni date spesso per scontate da tutti.  Per ora Marco potrà guardare soltanto un piccolissimo spicchio del quartiere ospedaliero. «Può guardare l'esterno solo dalla finestra - conferma Stefania - così come può interagire con i genitori durante le visite solo dall’altra parte del vetro di sbarramento. Ma sentiamo la vicinanza di tutti, di parenti e amici. I miei genitori e i miei suoceri mi raggiungono spesso, anche per lasciarmi quanto è necessario. Posano le buste all'esterno, poi io esco e ritiro. Questo periodo passerà. Ho già detto a mio marito che quando sarà tutto finito, prima di pensare ad allargare la famiglia, faremo un altro dei nostri viaggi, magari a Dubai oppure lungo la costa ovest degli Stati Uniti».

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