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di GIUSEPPE DE TOMASO

Paurosi e rancorosi. Così appaiono gli italiani agli studiosi del Censis, la Tac più attendibile nel radiografare le teste del Belpaese. Che gli italiani siano scontenti e rancorosi come il generoso attaccante juventino Mario Mandzukic quando il tecnico Massimiliano Allegri lo richiama in panchina, non ci piove. È sufficiente notare gli atteggiamenti di indifferenza quando ci si sfiora in ascensore o per le scale di un condominio: nessuno saluta, nemmeno a dieci centimetri di distanza, solo lo smartphone è ritenuto degno di attenzione. A tal proposito: sarebbe interessante una ricerca che calcolasse i danni in termini di produttività causati in ufficio dall’uso smodato, per fini privati, dei cellulari nell’orario di lavoro. Non sarebbe una cifra modesta. Ma non divaghiamo.

Il rancore, in Italia, si sta manifestando contro tutti e tutto, come testimonia l’abnorme tasso di litigiosità dei nostri connazionali che sembrano non vedere l’ora di affollare e intasare i tribunali: una pulsione masochistica che a volte dà la sensazione di voler sfociare in un capillare cupio dissolvi, in un moto autodistruttivo privo di qualsiasi freno inibitorio.

Ma gli italiani sono soprattutto paurosi. Paurosi di non farcela. Paurosi di restare senza lavoro. Paurosi di arretrare nella scala sociale. Paurosi di non salire nella graduatoria del benessere. Paurosi di rischiare.

Ecco il punto. Una nazione che demonizza e ostacola il rischio è una nazione destinata a perdersi. Il principale propellente dell’ascesa sociale si chiama rischio. Un Paese che non rischia, così mortificando le iniziative individuali, è un Paese che non può crescere. E un Paese che non cresce finisce per paralizzare lo statico ascensore sociale esistente.

Di sicuro l’eccesso di burocraticismo scoraggia e frena chiunque. Ma lo stallo dello Stivale, e del Sud in particolare, dipende anche da una contraddizione culturale cui pochi tendono a dare importanza.

Da un lato quasi tutti invocano più meritocrazia, più spazio per la conoscenza personale anziché per le conoscenze familiari; chiedono più attenzione alle capacità professionali anziché alle relazioni sociali. Dall’altro lato quasi tutti sollecitano più uguaglianza, o meglio più egualitarismo.

Intendiamoci. Meritocrazia e uguaglianza non sono proprio sinonimi. Se un’organizzazione decide di premiare i suoi figli migliori, i più efficienti, non sta seguendo un criterio egualitario. Anche perché, in Italia, il principio dell’uguaglianza non viene declinato nel senso di parità nei punti di partenza (sottinteso: poi i più bravi arriveranno primi al traguardo), ma nel senso di uguaglianza nei punti di arrivo (egualitarismo). L’egualitarismo è il contrario, l’antitesi della meritocrazia, che, invece, mette in conto la disuguaglianza nei punti di arrivo. Ora. Che futuro potrebbe avere un Paese, in cui anche l’andazzo fiscale è concepito per allontanare da casa i ragazzi più promettenti?

Il tormentone basic che segna trasversalmente tutte le forze politiche auspica una tassazione sempre più incisiva sui redditi più alti che, spesso, appartengono a chi ha studiato di più e, per sovrammercato, è approdato più tardi nel mondo del lavoro.

All’improvviso, per il fisco, questa tipologia di contribuenti «ricchi», che dovrebbe rappresentare il «capitale umano» per eccellenza di una nazione, cessa di essere benemerita (grazie al fatto di essere espressione di una selezione meritocratica) per trasformarsi in una categoria sociale da colpire e salassare senza pietà, manco avesse organizzato una mega-truffa alla Banca Mondiale ai danni delle popolazioni che soffrono la fame.

Delle due l’una. O alle intelligenze giovanili più vive si offre una prospettiva di soddisfazioni professionali ed economiche, in tal caso non bisogna perseguitarli con una tassazione famelica. Oppure bisogna rassegnarsi alla loro fuga permanente dall’Italia, sulla scia dell’uguaglianza assoluta tra capaci e incapaci, tra volenterosi e sfaticati, tra studiosi e svogliati.

Ovviamente, il fisco non è l’unico responsabile della disaffezione a investire in Italia, fenomeno che, indirettamente, induce molti giovani in cerca di occupazione a trasferirsi all’estero. Ma, di sicuro, il super-fisco non favorisce i programmi industriali dei potenziali investitori. Così come il caro-fisco non agevola gli studenti più brillanti nel disegnare il proprio futuro nella terra d’origine.

Il caro-fisco incide assai nell’alimentare la paura del declassamento sociale rilevata dal Censis. E il passo dalla paura al rancore è breve, brevissimo. Chi ha paura di regredire nel portafogli cova rancore verso tutti quelli che gli fanno traballare certezze e abitudini ormai acquisite.

Ma il mix tra paura e rancore non si esaurisce in un fenomeno umano buono solo per gli studi di sociologi e antropologi. Il frullato tra paura e rancore rappresenta il lievito più efficace per tutte le formazioni politiche che sulla paura e sul rancore hanno deciso di investire tempo, spazio e denaro.

Lo scenario illustrato nell’ultimo rapporto del Censis costituisce il terreno più fertile per tutte le coltivazioni populistiche, egoistiche, estremistiche e qualunquistiche che, negli ultimi anni, sono ricicciate in Italia. E non è detto che questa scenografia debba cambiare, anzi. Il pericolo di ulteriori manifestazioni di malessere, causati dall’intreccio fra paura è rancore, è tutt’altro che irrealistico.

La frustrazione generale è dietro l’angolo. Anzì si è già piazzata. Frustrati i poveri che non vedono vie d’uscita dalla loro condizione. Frustrati i ricchi che temono di perdere gli agi. Frustrati i bravi che paventano di non poter mettere a reddito le proprie qualità. Frustrati pressoché tutti, per colpa di un egualitarismo che disincentiva i migliori senza riscattare i peggiori.

Forse si salva la classe politica, perlomeno quella germogliata dall’incrocio tra rancore e paura. Ma non è detto. Prima o poi la campana suonerà anche per quelli che hanno messo a frutto le crescenti insoddisfazioni e contraddizioni di un Paese senza bussola, che vuole tutto e il suo contrario: l’eguaglianza e la meritocrazia ad esempio.

Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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