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Se la politica cede agli influencer

Berlusconi, Grillo, Ferragnez. Difficile sottrarsi al fascino sottile delle assonanze e delle dissonanze, dei paragoni e dei contrasti. Dagli anni Novanta in poi, il mondo dello spettacolo (nella forma arcaica della televisione, del one man show e ora dei social a trazione influencer) va all’assalto della politica.

La sortita della signora Ferragni contro i politici che «fanno schifo» (nel mirino è Matteo Renzi che vuole un compromesso sul ddl Zan contro l’omotransfobia perché teme che possa essere affossato in aula mediante il voto segreto) è solo il secondo tempo di una partita cominciata al concertone del Primo Maggio.

Ma ciò che conta è la provenienza dei nostri protagonisti. Berlusconi viene dal passato remoto della Prima Repubblica, ma soprattutto era un imprenditore, il padre della tv commerciale in Italia sul modello americano. Tutta la sua vita prima della politica era stata dedicata a legittimare la presenza della tv commerciale in un Paese in cui il monopolio televisivo di Stato bloccava il mercato pubblicitario e dettava legge su informazione e intrattenimento.

Quel Berlusconi, emulo di Enrico Mattei, utilizzava «i partiti come taxi» (Psi soprattutto e Dc in subordine), pur di ottenere frequenze e spazi pubblicitari. Quando vide il suo impero in pericolo, dopo l’assalto di Mani pulite ai partiti della Prima Repubblica, da imprenditore si fece politico, inventando dal nulla un contenitore centrista (Forza Italia).

Beppe Grillo, sfrattato dalla Tv di Stato della Prima Repubblica per i suoi attacchi ai socialisti («Se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano?»), scelse la via della vendetta da consumarsi a freddo. Cominciò a coltivare e costruire un suo pubblico sul quale testò l’intero armamentario della sua futura creatura politica: i Cinquestelle. Da manipolo d’assalto a primo movimento nazional-digitale (complice quel geniaccio di Casaleggio padre), da vincitore delle elezioni alla guida di due governi nell’attuale legislatura. Un movimento, i Cinquestelle, prima «né di destra né di sinistra», ma ora più spostato a sinistra, sino al punto di immaginare un’alleanza stabile con il Pd. Ma con il sogno, neanche troppo nascosto, di sostituire il Pd nel cuore degli italiani.

E i Ferragnez? Chiara Ferragni (34 anni) è la più famosa influencer italiana con i suoi 24 milioni di follower. Il marito, Fedez (31 anni) è un rapper di successo con 13 milioni di follower. Insieme «coprono» di sicuro oltre metà della popolazione italiana, sicuramente quella giovanile e di mezza età. Un esercito sterminato di ammiratori e di produttori di like. Quindi dispongono di una potenza di fuoco sui social da far impallidire chiunque. Competere sul loro terreno è un suicidio annunciato. Anche perché non hanno alcun bisogno di motivare le loro scelte. Sono figli del loro tempo e perciò totalmente «irresponsabili». Privi di vincoli con il passato, sono totalmente immersi nel presente. Vivono di slogan, di immagini reiterate, di battute e battutacce, di aggressioni e adulazioni, di strizzatine d’occhi e di corpi esibiti, di figli usati come testimonial, di sottili giochi di promozione pubblicitaria e rigorosamente a pagamento. Ma soprattutto sono accumulatori seriali di follower e di guadagni milionari in euro.

Pretendere di essere ascoltati da chi dispone di una tribuna quotidiana di milioni di persone in tempo reale, è impossibile. Il loro ego è gigantesco quanto il numero dei like. Dunque, meglio non ingaggiare una battaglia culturale.

L’unica precauzione che ci permettiamo di suggerire è quella di evitare che diventino così potenti da interferire con i processi democratici. La lezione dei grandi social americani dovrebbe averci insegnato qualcosa, così come i sospetti sulle manipolazioni elettorali. Dunque, una vera questione democratica. Il solo pensiero che un giorno i Ferragnez possano indirizzare il voto libero degli italiani fa rabbrividire.

Ma la politica eviti accuratamente di arruolarli e soprattutto non tenti di imitarli. Troppi leader sono drogati di like, come in passato hanno provato ad assumere gli stili della gente di spettacolo. A ciascuno il suo: ai politici il duro mestiere di legiferare e governare; agli influencer quello di «intrattenere» sui social. Fermo restando il loro diritto, come cittadini, di spendersi a favore dei diritti civili. Che però, ci si consenta la malignità, non solo fanno molto glamour, ma sono anche un nuovo lucroso mercato per gli influencer. Solo un piccolo esempio: Fedez ha appena lanciato una linea tutta sua di smalto per unghie da uomo.

Infine, se l’esempio può reggere, ricordiamo che i populisti sono quasi riusciti a delegittimare la democrazia parlamentare. Ora gli influencer potrebbero completare il lavoro sporco. Per dare via libera a chi? Al partito degli influencer? I Ferragnez smentiscono categoricamente, ma si fa fatica a credergli. Come spesso accade nella comunicazione, una smentita è solo una conferma.

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