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Una società alla prova dei nuovi poveri

L’intero sistema della solidarietà, di fronte alle pressanti richieste di aiuto, rischia di andare in tilt

povertà

Senza voler scomodare i polli di Trilussa, la statistica spesso non è la fotografia esatta di ciò che accade. Soprattutto se accanto a freddi numeri ci sono altre variabili da tenere in considerazione per analizzare un fenomeno come quello delle «nuove povertà». Già, nuove e non sempre decifrabili. C'è tutto un sottobosco del disagio sociale che sfugge a una lettura e che rivoluziona la platea degli indigenti, oggi non più costituita solo da disoccupati, senza tetto, emarginati, extracomunitari.

Aumentano in maniera esponenziale le persone che si rivolgono alla Caritas per avere un aiuto, per pagare una bolletta, ma è semplicistico individuare in questo flusso il quadro della situazione. Sulla scia delle devastazioni provocate dall'emergenza sanitaria Covid, l'indigenza coinvolge professionisti, imprenditori, impiegati, commercianti, ristoratori, titolari di palestre, categorie che nell’immaginario collettivo sono al riparo da problemi economici. Molti di loro, tra commesse perdute, crollo di fatturato e fallimenti, non arrivano a racimolare quei 936,58 euro mensili considerati dall’Istat come il limite della moderna decenza umana. E chi riesce a galleggiare sopra questa soglia non può certo dirsi al riparo da contraccolpi. Vivono nell'anticamera della disperazione e sono sempre di più: incrociando i dati Istat, Caritas e Cnel, in Puglia e in Basilicata l'universo di «quasi poveri» si attesta rispettivamente al 32 e al 34 per cento. L'allarme riguarda tutto il Paese dove i senza lavoro - come riporta un'indagine di Demoskopica - nel 2020 sono aumentati di 456mila unità rispetto all'anno precedente, portando il totale dei disoccupati in Italia a 4 milioni. Secondo le stime del Centro studi Unimpresea, a questo dato si aggiungono 6,3 milioni di italiani in situazioni precarie.

L’intero sistema della solidarietà, di fronte alle pressanti richieste di aiuto, rischia di andare in tilt. Occorre rinforzare i canali ufficiali del welfare, certo, ma senza dimenticare che ci sono tante famiglie «sconosciute» al recinto solidaristico costituito da Diocesi e associazioni. Cittadini che hanno assistito in poco tempo al tracollo del proprio tenore di vita, per i quali la povertà è una vergogna, una colpa. Chiedere aiuto rende nudi, ci espone allo sguardo del prossimo ed è una condizione difficile da accettare per chi fino all'altro ieri godeva di un reddito dignitoso e non si poneva il problema di racimolare gli spiccioli per comprare il pane. Soprattutto nei piccoli paesi, dove tutti si conoscono, diventa difficile invocare una mano tesa. Ecco perché sarebbe opportuno che chi fa del bene lo faccia in silenzio e nella più totale discrezione. Lasciare il compito di intervenire solo alle istituzioni è sbagliato. A loro va chiesto non tanto il «pannicello caldo» di un fondo da erogare a pioggia, quanto idee e progetti per creare l'antidoto all'aumento delle povertà: il lavoro. Gli enti hanno problemi di bilancio e sono ingessati dalla burocrazia per far fronte alle richieste di sostegno. Dobbiamo mobilitarci tutti: chi sta bene, non ha problemi economici dovrebbe farsi carico delle problematiche di quanti vivono di stenti. Un esempio arriva dall'associazione «Dalla Basilicata all'Italia non lasciamo indietro nessuno» di Potenza che ha organizzato una raccolta di alimenti. La presidente Rita Marsico, insegnante della scuola Leopardi del capoluogo, ha coinvolto proprio il suo istituto per intercettare un ampio bacino di potenziali sostenitori costituito da colleghi e famiglie. L'adesione è stata massiccia e nel giro di tre giorni si è riusciti a mettere da parte un notevole quantitativo di prodotti alimentari, pronto per essere distribuito: «La gente ha bisogno di mangiare subito - tuona Marsico - non di perdere tempo tra domande e graduatorie».

Al momento l'unico argine alla crescita della povertà sono i pensionati. Il loro sarà pure un assegno «leggero», ma in molte famiglie costituisce l'unica fonte di sostentamento. Non sappiamo, però, per quanto tempo ancora, visti gli andamenti stagnanti e recessivi dell’economia, i beneficiati del welfare potranno perpetuare un benessere i cui margini si stanno restringendo, sino a erodere anche gli appannaggi che da privilegiati riserviamo alle generazioni dei figli e dei nipoti. Prima o poi, con la riduzione del valore reale di queste rendite, con la scomparsa dei loro detentori, i giovani si ritroveranno sempre meno giovani e sempre più poveri.

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