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Da Erdogan ai furbetti, lezione sulla dignità

Contro i furbetti del vaccino è chiaro che dovranno essere intensificati i controlli perché se è vero che ci sono due milioni di dosi somministrate a chi non ne aveva diritto, accanto al fronte etico è opportuno che si apra un severo fronte penale

Da Erdogan ai furbetti, lezione sulla dignità

Senza scomporsi, il presidente Mario Draghi l’altra sera ha sferrato due colpi che toccano altrettanti nervi scoperti: il dilagare dei furbetti del vaccino e il governo del presidente turco Erdogan.
Sul primo tema Draghi si è chiesto e ha chiesto: «Con che coscienza si salta la fila?». Non è una domanda retorica, ma il tentativo di affrontare la purtroppo tipica furbizia italiana aprendo un fronte etico. Non si sa se sarà una strada fruttuosa, però serve a dire che in un mondo di dritti alla fine ci rimettono solo i più deboli. E i deboli non sono sempre «gli altri». La pandemia ha dimostrato come la fragilità all’improvviso possa colpire tutti. Ci sono esempi a iosa di personaggi pubblici che si ritenevano quasi immortali, e noi lì a credergli, e che invece poi hanno dovuto fare i conti con il Covid. Se c’è una lezione da trarre da questi 14 mesi di convivenza con il virus è che solo la solidarietà e non la furbizia possono frenare gli effetti perversi del contagio.
Contro i furbetti del vaccino è chiaro che dovranno essere intensificati i controlli perché se è vero che ci sono due milioni di dosi somministrate a chi non ne aveva diritto, accanto al fronte etico è opportuno che si apra un severo fronte penale.

Ma anche chi scrive le norme ha il dovere di essere più preciso nel momento in cui va a regolare una materia così delicata e così sensibile.
Draghi, con la stessa tranquillità e fermezza ha parlato del caso Turchia. L’altro giorno il presidente Erdogan ha lasciato in piedi la presidente della Commissione europea Ursula von del Leyen e ha fatto sedere, sull’unica poltrona accanto alla sua, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il quale – senza battere ciglio – ha accettato. In quei pochi secondi immortalati dalle tv di mezzo mondo e diventati virali, c’è innanzitutto una mancanza di galanteria da parte di Michel, che avrebbe potuto cedere il suo posto e trasformare così una gentilezza in un apprezzabile gesto politico. Ma il coraggio – insegnava Manzoni – se uno non ce l’ha non può darselo.
Il coraggio lo ha tirato fuori invece Draghi che ha detto come stanno le cose: «Con questi dittatori, di cui però si ha bisogno, per collaborare uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese, bisogna trovare l’equilibrio giusto». In fondo è ciò che pensano più o meno tutti ma che nessuno dice.

È evidente la debolezza dell’Europa che, di fronte alla presa di posizione italiana, si limita a dire che «la Turchia è un Paese che ha un parlamento eletto e un presidente eletto, verso il quale nutriamo una serie di preoccupazioni che riguardano la libertà di espressione, i diritti fondamentali, la situazione del sistema giudiziario, ma con il quale cooperiamo in molti settori». Libertà, diritti e processi: questioncelle, che non meritano neppure un indignato scambio di poltrone.
Se Erdogan ha così alzato la cresta è perché gode della protezione di Putin, il quale a sua volta ha potuto contare sulle politiche opache di Trump e sulla litigiosità europea. Per esempio nessuno ha alzato un dito e nemmeno un filo di voce quando motu proprio il presidente turco ha trasformato in moschea la cattedrale di Santa Sofia a Istanbul. Se – come dice Draghi – non si mettono subito le cose in chiaro, i furbetti come i tiranni e i profittatori alzeranno sempre di più le loro pretese. Ed è ciò che fa di continuo Erdogan, che tiene l’Ue sotto il ricatto dei milioni di profughi che in qualunque momento potrebbe fare uscire dalla Turchia, lasciando che invadano il territorio europeo. Per tenere le frontiere chiuse si permette soprusi che nessuno contesta, incassa fior di miliardi di euro, stringe contratti privilegiati con aziende europee.

Il sogno nonché il colpo geniale di Erdogan sarebbe l’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Una trattativa avviata da tempo ma ferma proprio per le politiche dittatoriali del governo di Ankara. Se la Turchia dovesse entrare nell’Ue il primo Paese a farne le spese sarebbe l’Italia, e forse anche per questo Draghi ha alzato la voce. Tanto per cominciare la produzione agricola turca invaderebbe le nostre tavole a prezzi stracciati, viste le condizioni di sfruttamento esistenti al di là del Bosforo. E lo stesso accadrebbe per molte altre merci. La Puglia sarebbe direttamente minacciata poiché la posizione geografica consente alla Turchia di produrre - prima e a prezzi molto più bassi - ortaggi, verdure, frutta, grano fino a olive e uva in quantità tali da affossarci. Erdogan non è solo un pericolo per i diritti civili, ma anche un’incognita per l’economia.
Draghi non vuole certo fargli la guerra, ma vuole che le cose siano messe in chiaro: Erdogan è un dittatore, per forza di cose dobbiamo convivere con lui, ma non per questo l’Europa deve lasciare calpestare la dignità dei suoi rappresentanti.
A nessuno, né ai dittatori né ai furbetti dei vaccini, può essere consentito di calpestare la dignità degli altri. Tutto qui.

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